Ristorantini

Compiere trent’anni nell’anno di Expo

Nel 2015 ho compiuto trent’anni e i miei coetanei hanno iniziato a frequentare i ristorantini. Spesso in coppia, a volte in doppia coppia, ogni tanto in gruppo. Molti hanno regolarizzato le loro diete domestiche all’insegna di una sana varietà di cibo. Alcuni coltivano una certa passione per le ricette, altri ancora per le ricette complesse.

Io, nel 1990, pacioccone, contento e con un vaso in testa. Mangio pasta al burro, hamburger, purè. Di tanto in tanto i miei mi fanno pucciare la lingua nel loro bicchiere di vino.

Ma la categoria più interessante è quella di chi ha cominciato a sviluppare l’ossessione per il prodotto tipico, la provenienza e la specificità. Per riconoscerli sono sufficienti due indizi: sono in grado di mangiare un’oliva taggiasca con la stessa intensità con cui Neo ingoia la pillola rossa; sono disposti a tutto pur di convertirti alla pasta Rummo. 
Sono gli stessi che dicono frasi come “questa non è pizza, la Pizza è un’altra cosa”, “questo non è caffè, il Caffè è un’altra cosa”, “questo non è pesce, il Pesce è un’altra cosa”. 
Le cose buone, per loro, non sono mai nel piatto che hanno davanti. Sono sempre in altri piatti, di altri ristoranti, di altri luoghi, di quella volta che a San Gimignano. Mangiare con te, per loro, è poterti dire di aver mangiato meglio quando tu non c’eri.

Io nel 1998. Terza media, panini al prosciutto, pizze del fornaio, Highlander Roast Chicken. Primi limoni.

Il duumvirato del cibo consapevole, Slowfood e Eataly, ha saputo agire proprio su questa categoria di persone, traducendo la spocchiosità bonaria di quello-che-la-sa-lunga in un’illusoria consapevolezza etica; gli ha conferito un potere messianico e gli ha fornito strumenti divulgativi e sintetici (le etichette stilose) per trasformare la sua infarinatura in un’infarinatura all’apparenza specializzata e tramandabile. Di bocca in bocca, di aperitivo in aperitivo, di cenetta in cenetta, l’entusiasmo si è allargato a macchia d’olio. Gli imprenditori, i media e i food blogger hanno creato l’humus adatto perché il fenomeno diventasse costume. In questo modo la sensibilizzazione diffusa al tema del cibo ha generato una domanda frenetica e straordinariamente esigente.

Io nel 2002. Di cattivo umore, segni evidenti di trascuratezza adolescenziale, gare di panini con più roba possibile dentro, club sandwich e salsa rosa per variare.

Il lato buono di tutto questo è che per la prima volta, dopo decenni, ci stiamo ricordando come funziona una cultura viva, trasversale e diffusa — non si può negare che lo sia — in grado di permeare la nostra quotidianità dalla pausa pranzo alla cucina molecolare. 
Il lato negativo è che è l’unica cultura non di nicchia che ci è rimasta, nonché l’unica che riusciamo a esportare. Il fatto che i festival musicali o letterari con un punto enogastronomico al loro interno assomiglino sempre più a dei festival enogastronomici con dei punti musicali o letterari attorno, è un epilogo abbastanza triste.

Io, nel 2005. Primo anno di università. Alcol e, a seguire, pizza al trancio o mozzarelle in carrozza.

Vivo a Torino da sette anni. San Salvario, il quartiere torinese che vedete in ogni servizio estivo del Tg2 dedicato al divertimento dei giovani che non si drogano, in realtà soddisfa equamente sia le richieste tipiche di quella che ormai solo il Tg2 chiama “movida” (droga) sia quelle tipiche della serata di chi sostiene di non avere più l’età per certe cose (ristorantini).

Vado al punto. Nell’infinita varietà di locali, il Ristorantino è una categoria a sé. Quello che interessa al Ristorantino non sembra essere la bontà dell’offerta, ma la sua certificazione: quel qualcosa in più che, ora che hai imparato a memoria tutte le etichette dei prodotti di Eataly, può diventare anche un interessantissimo argomento di conversazione a tavola. Perché non ci facciamo mancare niente. Montagne di parole che riempiono non solo la bocca degli astanti, ma anche quella dei camerieri e le pagine del menù: una specificità esibita dove la mozzarella non è mai semplicemente mozzarella, il pane pane, l’olio olio. La specificità di questi prodotti è sempre legata alla provenienza geografica. Di nuovo: la bontà vera è sempre altrove. Bisognerebbe farci delle mappe sulla geografia dell’altrove! Tema: in quale luogo saresti una persona migliore di quella che sei?

Il mio non è desiderio di trascuratezza, che sarebbe stupido e anacronistico, rivendico solo il diritto di non voler sapere tutto di quello che mangio. Che poi è solo una manifestazione del diritto a desiderare una serata in cui il cibo non sia la parte più entusiasmante. Nel senso che, sinceramente, delle informazioni, di questo approccio, di questa attitudine diffusa non me ne frega un cazzo. Se mi interessa sapere qualcosa me la vado a cercare da chi ne sa qualcosa davvero (ce ne sono, ed è gente normale).

Io, oggi, raggiante trentenne. Moscow Mule e kebabboni da 5 euro.

Ciò che differenzia il Ristorantino dalle trattorie e dai ristoranti normali è una sofisticatezza atteggiata, in cui il senso di colpa per una promessa spesso impossibile da mantenere (la sapienza vera ai fornelli, il mestiere) si esprime attraverso una rusticità simulata: insegne vintage, nomi tecnici (Officina, Drogheria, Laboratorio), macchinari, colori pastello, lavagne scritte a mano, mobilio usurato. Il mestiere simulato. Una retorica ormai codificata per suggerire non tanto l’idea che in quel posto si mangi bene, ma che quel posto abbia una storia, cioè una credibilità.

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