Gli alambicchi del self-publishing

Stamattina Gino Roncaglia e a seguire Loredana Lipperini ripropongono con acutezza alcune importanti questioni intorno agli effetti del self-publishing. L’articolo di Gino (e tutta la sua rubrica) è una felice sintesi degli argumenta che si sono concentrati negli ultimi anni intorno all’autopubblicazione e vale assolutamente la pena leggerlo per avere un quadro chiaro e conciso. Di questo articolo Loredana ne evidenzia un punto centrale e lo riformula in maniera precisissima:

La questione del mediatore è una questione chiave: occorrerebbe individuarne di autorevoli e, se posso, disinteressati.

Di fronte all’eccesso di offerta che ormai investe i lettori, come si fa a selezionare un buon libro? Le nozioni di filtro, di selezione, così repentinamente cacciate dalla porta del cieco entusiasmo per l’innovazione tecnologica, rientrano, quasi richiamate, dalla finestra dell’information overload. E il bisogno di mediatori autorevoli e disinteressati è ormai esplicito, visto che il panorama attuale è fatto di algoritmi poco efficaci e influencer sempre più fagocitati da uffici marketing tanto aggressivi quanto miopi.

Esattamente due anni fa scrivevo:

che i vecchi filtri non funzionino più non significa né implica che non ci sia più bisogno di filtri: ecco perché ho sempre pensato che il self-publishing non sia opposto all’editoria, ma solo diverso, alternativo. Restano i problemi, cambiano le soluzioni.

E da allora mi scervello su questo rompicapo: come si può, concretamente, costruire uno strumento di selezione dei testi adatto al self-publishing? Uno strumento che abbia queste caratteristiche:

  • sia autorevole
  • sia autonomo
  • sia economicamente sostenibile

Nell’articolo linkato prendevo in analisi due casi americani, Awesome Indies e Compulsion Reads (quest’ultimo nel frattempo sparito), che mettevano al centro della loro promozione editoriale, secondo criteri dichiarati e trasparenti, una definizione di qualità. Certo, si poteva essere in disaccordo con tale definizione, ma intanto essa aveva il pregio di costituire un precedente e una pietra di paragone.

La questione del filtro è però ancora più complessa: in primo luogo si dà per scontato che il self-publishing riguardi solo la narrativa e che dunque — per dirla in breve — il problema sia distinguere libri “belli” da libri “brutti”. Ma invece non è (solo) così: in base all’esperienza che ho accumulato (mi si consenta l’autocitazione) grazie a Pubblicarsi.com posso affermare che almeno un terzo dei self-publisher si occupano di saggistica, varia e scolastica (gli insegnanti, soprattutto, sono tanti). Ora, se io lettore compro un romanzo scritto con i piedi, al massimo c’ho rimesso un paio di euro; ma se compro un saggio scritto senza un controllo sulle fonti, una bibliografia, o peggio con notizie false (andate sulle reti P2P, ne sono piene) il danno che ne ricavo è molto maggiore e il colmo è che non ne sono nemmeno consapevole.

Che fare?

Intanto, noto che in rete stanno sorgendo siti che provano a porsi come intermediari per i self-publisher, e non parlo di servizi editoriali né di recensori a pagamento (quelli esistono da tempo), ma di ibridi tra blog e riviste e comunità autogestite. Non mi convincono affatto e dunque non li segnalo.

Come ricostruire allora una mediazione credibile? Come applicare all’editoria le buone pratiche della content curation?

Non ho una risposta concreta, ma un duplice orientamento: la reputazione (che è, bisogna ricordarlo, un concetto assolutamente premoderno che la Rete riarticola e pone come perno di un modello economico) e le pratiche collaborative. La prima si basa su tre elementi: delle competenze comprovate (e questo non devo nemmeno spiegarlo), la trasparenza e la presa di posizione. Bisogna cioè abbandonare ogni pretesa di neutralità e dichiarare apertamente la prospettiva attraverso la quale si seleziona o meno un contenuto: solo così il lettore potrà decidere se condividere quella prospettiva o cercarne un’altra più adatta ai suoi gusti e alla sua sensibilità. Le pratiche collaborative invece garantiscono pluralismo e allo stesso tempo efficienza, e mettono al riparo dalla perversione dell’autorevolezza, ossia l’autoreferenzialità.

Insomma si tratta di unire etica, partecipazione e sostenibilità. Non spaventiamoci di questi “paroloni”, anzi cominciamo a usarli con più frequenza. Una della più importanti comunità di autori indie americani lo fa già da tempo: la Alli (Alliance of Indipendent Authors) ha lanciato per esempio due importanti campagne: quella dell’Autore Etico e quella per il Partner Etico (inteso come fornitore di servizi editoriali). Di nuovo: sono buoni esempi, precedenti, pietre di paragone. Impariamone.

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