I conti in tasca ad Expo 2015

La parola fine sul lungo e indecifrabile libro chiamato Expo 2015 non è ancora stata scritta. A ben vedere, poi…

Se il bilancio dell’esposizione presentato in febbraio dall’ex AD Giuseppe Sala non fosse drammaticamente lontano dalla realtà, il fatto economico puntuale non costituirebbe l’aspetto più intrigante né più inquietante di tutta la vicenda. Dietro la trattazione effimera della sfida alimentare, si gioca la partita dell’eredità dell’area e dell’esportazione, nelle pieghe dello stivale, di un modello di governance socialmente pericoloso.

Per realizzare kermesse e grandi opere connesse, a partire dal 2007 sono stati spesi complessivamente una decina di miliardi di euro, anche la sola attribuzione di questa bretella o quella bonifica è materia di dibattito tra gli addetti ai lavori. Quel che invece è certificato, è che nel solo anno 2015, a pagamenti effettuati, saranno incassati da una società in liquidazione (Expo 2015 S.p.A.) poco più di 760 milioni di euro a fronte di una spesa appena inferiore. Il bilancio dell’anno in cui, a sito espositivo sostanzialmente già pagato e realizzato, si sono venduti i biglietti, sarebbe in sostanziale pareggio a fronte di un conto positivo previsto di centotrentacinque milioni di euro. Ci torneremo in chiusura.
Un resoconto organico dell’esposizione universale merita anzitutto un’analisi capace di contemperare il fatto economico complessivo, il consumo di suolo, l’utilità pubblica delle opere realizzate, le “innovazioni” in materia contrattuale e di gratuità del lavoro, il ruolo della criminalità organizzata, la centralità (o marginalità) del tema, l’eredità per la metropoli milanese e il territorio circostante, la capacità di disegnare un futuro per l’area espositiva… l’elenco potrebbe farsi più lungo del sopportabile, ma il punto è che non abbiamo ancora trovato un resoconto utile a chiarire organicamente le ricadute di Expo 2015 a trecentosessantagradi. Non lo fa il bilancio parziale della società, non lo propongono i media coinvolti nella narrazione delle sue magnifiche sorti e progressive, non lo desidera la sinistra del partito-nazione né quella cosmopolitica dato che entrambe si oppongono ad una commissione d’inchiesta in sede di consiglio comunale.

Un progetto fumoso

Dell’eredità di “debito, cemento, mafie e precarietà” sintetizzata dallo slogan del percorso “No Expo” s’è detto e scritto in più di un’occasione, su tuttiExpopolis (Off Topic e R. Maggioni, AgenziaX, 2013), Expo 2015: il cibo che affama(A.A.V.V., Lu-Ce Edizioni, 2015) e sotto il profilo narrativo Genomi antifuffa (A.A.V.V., ReCommon, 2015). Oggi poniamo invece il fuoco sul bistrattato scheletro tematico, per provare a guardare cosa accade dopo, o meglio oltre, l’esposizione universale.
La fragilità della vision esemplificata dallo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, funzionale a riprogettare in chiave speculativa l’intervento lungo l’asse d’espansione urbano del Sempione, è parte integrante di un processo di distrazione utile a fare dell’Expo non più un abnorme meeting enogastronomico (di pur dubbio gusto) quanto un modello di governance dei territori, dei conflitti, dei cambiamenti nel rapporto pubblico/privato. In altre parole l’happening alimentare globale ha promosso una luccicante vetrina dai molteplici scopi: il rilancio turistico della Milano capitale del food(!), la promozione di accordi tra i grandi operatori dell’agrobusiness, l’autopromozione delle tipicità regionali e le velleità delle anime belle dello sviluppo sostenibile. Tutte sfide aperte e chiuse nell’arco temporale del semestre espositivo, senza badare troppo ad un proscenio su cui già scalpitavano in ambito continentale gli accordi TTIP.
Nessuno oggi parla più della “Carta di Milano” promossa da Barilla (sì, quelli della famigia catto-tradizionale) e controfirmata senza pensieri né impegni da capi di stato, ministri e cittadini. Nessuno, al di là della pornografica diffusione di hamburgherie, intravede nella città di Milano uno spazio privilegiato di confronto sulla sovranità alimentare o sul rapporto tra agricoltura, cambiamenti climatici e giustizia sociale.
La ricerca di un’eredità fattuale deve quindi puntare altrove: la troviamo anzitutto nella candidatura di Beppe Sala (già direttore generale del Comune per la giunta Moratti) a sindaco della città al fianco di altri due manager, così come nella gestione commissariale e prefettizia della Capitale giubilare. La scorgiamo in filigrana in Fi.Co., la fabbrica italiana contadina promossa dal patron di Eataly, Oscar Farinetti, a Bologna. La vediamo ancora nella timidezza con cui le voci critiche commentano la colata di cemento che viene sul polmone verde che separava il nucleo urbano storico dallo sprawl infinito.
Tenendo da parte gli scenari immediatamente politici, a Milano, nei prossimi tre anni, faremo i conti anzitutto con la “valorizzazione” dell’area che ospitò l’esposizione e che costituisce oggi una finestra sul futuro della metropoli meneghina. Il progetto è ancora fumoso, in attesa che il premier Renzi sveli qualche particolare in più sull’operazione dal titolo provvisorio “Human technopole”. Facciamo qualche passo indietro: dopo un primo bando di gara andato a vuoto nel novembre 2014, e un continuo rinvio delle decisioni, il governo è entrato in febbraio nella società Arexpo con il 40% delle quote societarie. L’obiettivo di recuperare l’investimento iniziale per l’acquisto delle aree all’incrocio di Milano, Rho, Pero e Bollate (300 milioni di euro) prevede ad oggi la realizzazione di un polo di mix funzionale (accademico, tecnologico, business e ricettività), perimetrato dal solo accordo di programma dell’estate 2013 che parla di un indice di edificabilità non superiore al già importante 0,52 (in parole povere metà parco, metà costruito).

Dotiamoci di nuovi fari

Il balletto delle aree prevede l’abbandono di Bovisa da parte del Politecnico, che andrebbe conseguentemente a riunificare tutte le facoltà in zona Città Studi, nel quadrante nord-est. Per rendere plausibile l’operazione, l’Università degli Studi di Milano dovrebbe vendere le sue aree (in parte allo stesso Politecnico, in parte ad operatori privati del mercato immobiliare) ed ottenere così la liquidità necessaria a partecipare alla partita del Post-Expo. Al fianco de “La Statale” anche San Raffaele, Humanitas University, Besta e ITT di Genova (per 70mila mq). Il silenzio avvolge invece la partecipazione di Assolombarda e la presentazione di un progetto capace di scongiurare una cattedrale nel deserto in stile Bicocca, il quartiere universitario costruito quindici anni fa sulle aree della Pirelli, la cui vitalità cessa attorno alle ore 18 per riprendere solo alle 8 del mattino successivo.
Distratta dal succedersi di segnali inquietanti trattati come curiosità (litigio di competenze su 70 milioni di euro per le bonifiche, Regione Lombardia che smarrisce la carta che certifica la proprietà delle aree, processi continuamente archiviati prima di diventare materia di dibattito pubblico) la città non ha preso parola sul futuro di un’area di un milione e mezzo di metri quadrati proprio nella fase della sua più profonda metamorfosi speculativa e finanziaria.
La parola fine sul lungo e indecifrabile libro che abbiamo chiamato Expo 2015, quasi a esasperare l’importanza di una cosa che era un grande-evento e resta una chiave di lettura, non è ancora stata scritta. Il lavoro di decifrazione delle sue eredità, iniziato di pari passo alle lotte agite nel lavoro e nel territorio, merita un’inchiesta collettiva anch’essa in divenire. A partire dal mese di giugno, cessati i lavori di smontaggio dei padiglioni (sì, qualche pezzetto è stato ritrovato abbandonato nel bel mezzo del Parco delle Groane a nord della città), si apriranno i cantieri decisivi per la partita del post-expo. Dotiamoci allora di nuovi fari, c’è da illuminare ancora un angolo buio di questa bella rappresentazione.

abo | aprile 2016 | apparso su A/Rivista n. 406