Qualche sassolino sul referendum del 17 aprile

Dietro la patina dei pareri sempre rassicuranti: la posta in gioco, i rischi, le tappe della battaglia in corso sullo scacchiere della transizione energetica.

Quattro giorni al voto pro, al voto contro, al non voto. Il referendum convocato da nove regioni dopo il voltafaccia abruzzese (istituzionale, non dei Comitati tra i più attivi e generosi sul campo) è nato male, figlio di una fuga in avanti dettata da interessi di parte.

Vignetta di VermidiRouge

La colonna vertebrale composta dai sei quesiti inizialmente proposti, è stata polverizzata a più riprese da mano costituzionale prima e governativa poi. Il quesito superstite non è dei più allettanti, occupandosi di una fettina del comparto estrattivo che è inferiore al 30% della produzione “nazionale” (non che questa definizione abbia alcun senso ma ora questo ci porterebbe fuori strada), che non arriva al 3% se consideriamo l’import di fonti fossili e il cui peso scende ulteriormente se facciamo riferimento al consumo energetico nazionale complessivo. Fin qui i limiti, poi arrivano pure le cattive notizie: di tutte le fandonie delle larghe intese destra-sinistra-accademia-lobby contro lo stop alle deroghe per le concessioni off-shore entro le 12 miglia marine, ce n’è solo uno valido. Nell’improbabile scenario in cui il quorum fosse raggiunto, da oggi al 2030 quella fettina pur poco importante di gas metano va sostituita, o con le importazioni, o con la transizione energetica. Le importazioni sono un’operazione coloniale vecchio stile: non solo danneggiano i polmoni di chi ci lavora e del pianeta (sversamenti, lavaggio degli impianti, migliaia di chilometri di condotte…) ma in fondo ci parlano di una certa attitudine borghese alla tutela del paesaggio e del turismo, tanto poi andiamo a comprare la materia in lidi privi dei nostri anticorpi, a tutela del giardino di casa. Lo scenario B, nel senso del Bello, è quello della transizione energetica, ed è l’unica cosa per cui valga la pena combattere nella traballante cornice politica del 17 aprile. Che resta un pacco, ma…

La lotta per la decarbonizzazione è in effetti il cuore del problema: chiarisce i limiti del referendum presente, la potenza dei referendum sociali della prossima stagione ma soprattutto illumina, almeno questo, sul fattore che manca per chiudere l’equazione: la convergenza delle lotte. L’indicazione non ha necessariamente carattere rivoluzionario, in fondo parliamo del cuore del documento conclusivo della stessa Cop 21 tenutasi a Parigi lo scorso dicembre, solo che tra il dire e il fare c’è di mezzo l’impellenza di “farsi movimento”, oppure tornare al “dire” e ricominciare il giro delle belle speranze.

Un presente libero dalla filiera delle fonti fossili (il cui punto di caduta non sono certamente le trivelle del Belpaese, né off-shore né sulla terraferma) significa un futuro libero da cave, discariche, inceneritori, petroliere che scorrazzano per i mari, pellicani fotografati nudi sulle copertine più patinate…e qualche bombardamento qua e là per destabilizzare le regioni che poggiano il culo sui giacimenti.

Ricordare la complessità della sfida aiuta a chiarire quanto nemmeno al prossimo referendum possiamo accordare un ruolo salvifico in materia di mutazione “genetica” della torta energetica. Basti pensare che il grosso degli investimenti pubblici vanno in condotte e che il grosso del gas che transita nel paese finisce negli stoccaggi, stoccaggi che sono stati realizzati e sono in progettazione in tutta la Lombardia sismica. Qui si sta il core business dell’operazione speculativa, qui si coglie in pienezza la cattiveria di un imperialismo energetico che traghetta liquami dal Caucaso e dal Nord Africa, passando per l’Azerbaijan al piano padano non per i consumi interni ma per la rivendita all’ingrosso quando il mercato, e il mondo reale su cui il mercato si poggia, si fa duro assai. Le quattro gocce di petrolio e metano che si celano tra le pieghe dello stivale si estraggono per rendere conveniente la partita grazie alle regalie di stato in fatto di royalties.

Ora io non sto a bollare come “buon inizio” né come “sciocco miraggio” l’appuntamento di fine settimana, è piuttosto un pungolo a superarne al più presto l’orizzonte politico e temporale, con la consapevolezza del limite di un ingranaggio tanto utile quanto spuntato, do you remember il no al nucleare che ogni giorno acquistiamo dalla Francia? E l’esito della campagna per l’acqua bene comune ipotecata dalla riorganizzazione statale? Un’occasione positiva di certo l’ha già offerta: chiarire la posta in gioco, i posizionamenti, l’unica exit-strategy possibile contro le nocività che strangolano la terra cui siamo aggrappati. Che le piattaforme inquinino i mari anche in assenza di errori, incidenti e improbabili paragoni con tragedie da Golfo del Messico lo dicono i dati ISPRA degli ultimi tre anni collezionati nel dossier “trivelle fuorilegge”, altro che le oasi di benessere di cui parla il popolo degli autosauri.

Forti di questa consapevolezza non resta che dare vita ad un fronte comune dei conflitti e delle alternative ai combustili fossili e alle false rinnovabili, almeno questo non è responsabilità dei referendum (che sono uno strumento tra gli altri) ma della lucidità delle soggettività pronte ad esporsi per un’ecologia sociale delle lotte. Parecchio lavoro politico di fronte e un importante movimento di opposizione alle trivelle (sì lo sappiamo, si chiamano pozzi) su cui piantare i prossimi passi.

abo