Sentieri proletari: un’intervista

Negli stessi giorni in cui sul blog di Alpinismo Molotov veniva pubblicato il post inaugurale, sugli scaffali delle librerie si è fatto spazio un libro — scritto da Alberto Di Monte (aka Abo) — che racconta la travagliata storia lunga un secolo di un’associazione che ha sempre proposto un approccio controcorrente all’andare per montagne: “Sentieri Proletari. Storia dell’Associazione Proletari Escursionisti” (Mursia editore).

La banda disparata di Alpinismo Molotov non crede alle coincidenze, ma alla fottuta risonanza sì. Se non bastasse che tra le nostre compagne e i nostri compagni di scarpinate c’è l’alveare dell’Ape Milano, ricostituito nel 2012, questa dell’APE storica è un’esperienza molotov ante litteram e noi — come è scritto anche nel nostro pentalogo — siamo alla ricerca di storie a cui ridare voce e su cui innestare le nostre pratiche. Vi proponiamo quindi un’intervista ad Alberto Di Monte, che anticipa la recensione del libro che a breve pubblicheremo. Se non vi bastasse, altri pezzi di questa storia potete trovarli sul tumblog di Sentieri Proletari.

D.: Partiamo dall’immagine di copertina: c’è una bellissima foto di gruppo, con uomini, donne, ragazzi e bambini che dal primo piano riempiono il declivio di un colle fin sulla sommità. Come è riportato nella relativa nota, la fotografia è del 1922 e immortala la gita di alcune sezioni dell’APE al Monte San Giovanni delle Formiche. Siamo tre anni dopo la fondazione a Lecco dell’Associazione Antialcolica Proletari Escursionisti, quattro prima del suo scioglimento per mano prefettizia a seguito dell’approvazione delle Leggi fascistissime. Allargando metaforicamente l’inquadratura dell’immagine, come ci racconteresti questa prima fase del sodalizio apeino?

R.: Nel luglio 1923, l’allora dirigente socialista massimalista Giacinto Menotti Serrati, pubblica sulle pagine di Sport e proletariato “Lo sport e la classe lavoratrice”, un editoriale che suona come un manifesto dello sport proletario. Dopo aver indicato le radici dell’alpinismo popolare nella nascita dell’Unione Operaia Escursionisti Italiani, ed evidenziato il tradimento delle intenzioni iniziali, Serrati afferma che attorno all’APE e l’APEF (punte di diamante dello sport popolare rispettivamente in montagna e in città) bisogna costruire una nuova idea di tempo libero. Liberi dalla competizione cieca ma aperti all’agonismo, liberi dai partiti ma certi dei valori di solidarietà ed internazionalismo, liberi dalle organizzazioni della borghesia ma decisi a edificare alternative credibili. La stagione dell’APE storica, che arriverà in breve tempo a contare una trentina di sezioni sparse per lo stivale, è però soprattutto storia di grandi gite sociali in cui le famiglie operaie si riprendono quel tempo libero sottratto allo sfruttamento in fabbrica, per restituirgli un senso di evasione dalla città, liberazione e vita in comune.

D.: La storia dell’APE è una «storia resistente», sia per il ruolo di molti apeini nella lotta di liberazione dal nazifascismo, sia per l’intransigenza nel perseguire i valori fondativi dell’associazione. Queste ci sono sembrate le motivazioni, leggendo il libro, che hanno fatto sì che l’associazione, nella società in costante mutamento dell’Italia nel Dopoguerra, sia riuscita a rinascere e a coinvolgere nuove generazioni di escursionisti, i cui bisogni e le aspettative richiedevano nuove risposte e nuove proposte. Questa reattività dell’associazione nella pratica a cosa è corrisposta? E cosa si è rotto a un certo momento, quando si è entrati nella fase che ha portato poi all’esaurimento di quest’esperienza?

R.: Quando ancora i festeggiamenti per la Liberazione non si sono conclusi, alcuni apeini hanno già allacciato gli scarponi. La vecchia guardia si riconvoca con la passione di un tempo, riuscendo anche a coinvolgere i giovani provenienti dalle fila del Fronte della Gioventù. La spinta c’è tutta, la capacità di cogliere la rapidità dei mutamenti in corso, dentro e fuori l’arco alpino, meno. Un nuovo immaginario sostituisce quello della patria e delle montagne come spazio di confine in tempo di guerra: la stagione degli Ottomila, le spedizioni invernali, la nascita degli sport estremi, propongono immaginari nuovi… eppure ancora una volta distanti dal sentiero imboccato dall’alveare. Stritolata tra un turismo individualizzato di massa e un agonismo sempre troppo distante, l’APE affronterà tra intuizioni ed inciampi una stagione di mutamento che ci interroga sull’importanza di rompere le tradizioni senza rinunciare a tramandare storie, al passaggio del testimone generazionale.

D.: Ora proviamo a portarti allo scoperto. Sentieri Proletari è chiaramente scritto a partire da uno sguardo situato, partigiano: questo libro sull’APE è scritto da un apeino?

R.: Certo. Ed è un’indicazione che suona come un omaggio ad un pezzetto di storia sociale rimasto per lunghissimo tempo per lo più orale. Da una parte abbiamo ricostituito una sezione milanese dell’APE all’interno di uno spazio sociale autogestito, dall’altra ho provato a fissare su carta una storia minore, oggi poco nota eppure lunga un secolo, a cui ci ispiriamo.

D.: Come sei venuto a contatto con l’esperienza associazionistica dell’APE e quali sono le ragioni che ti hanno spinto a un lavoro di ricerca — non facile — prima e a scriverne la storia poi?

R.: Tornavo con un amico dai Piani Resinelli, a due passi da Lecco, e lui mi parlò dello Spigolo Ape, una via d’arrampicata aperta da un gruppo di “alpinisti proletari”. Dalla curiosità scrissi una lettera alla ricerca degli ultimi eredi di questa associazione e il resto è un lavoro lungo un anno di riscoperta di riviste, testimonianze, vicende di alpinismo popolare alla ricerca delle radici di un approccio unico all’ambiente montano.

D.: APE Milano è stata subito inserita fra i “compagni di scarpinate” di Alpinismo Molotov. Nelle ultime pagine del tuo libro scrivi che “tramandare storie, stile e grandi sudate collettive” è, in generale, il senso dello sport popolare. Ci è sembrata una definizione molto molotov: tu che hai ripercorso la storia dell’Ape storica e hai contribuito a rifondare l’alveare milanese, credi che questa sia una definizione che possa rappresentare il trait d’union tra le esperienze storiche di escursionismo popolare e quelle attuali rappresentate da APE Milano o dalla banda disparata di Alpinismo Molotov?

R.: Lo sport “di Stato” è stato usato storicamente, lo è ancora oggi, con un forte connotato ideologico: ieri in sostegno a guerre e colonialismi, in tempi più recenti all’interno di una logica di mercato e di mitizzazione del maschio che sconfigge i limiti posti dalla natura. Non è tutto qui. C’è un filo di resistenza, autorganizzazione, senso di comunità, che lavora almeno dal 1919 a corrodere queste distorsioni per restituire una dimensione più autentica, rispettosa e perché no irriverente all’idea di alpinismo. “Lo sport liberato” dicono alcuni, “si parte e si torna insieme” riecheggiano altre valli. Il testo è un contributo a questa ricerca collettiva: “Sentieri proletari” da riscoprire, nuove vie da aprire.

@abuzzo3 | 06.02.15 | per alpinismomolotov.org