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Una città chiamata Urbino, senza più la sua Piazza

Non serve averci vissuto troppo a lungo. Non è necessario avere terminato gli studi ed essersi fermati a viverci. Il cambiamento, ad Urbino (la cui Università è tra le più antiche dell’intera Europa essendo stata fondata nel 1506) è evidente, e almeno nel mio caso, è bastato qualche anno per notarlo.

Opportuno, prima di proseguire, contestualizzare. Urbino è una città tutto sommato piccola, che conta circa 15 mila abitanti, numero che quasi raddoppia durante l’anno accademico, contando diverse migliaia di studenti provenienti da tutta Italia. Perché un tale flusso? In primo luogo per il prestigio dell’Università, che io stesso frequento, ed in secondo luogo per la città stessa. Urbino sembra infatti a vederla per la prima volta lo scenario fantastico di una fiaba. Il centro storico (patrimonio mondiale UNESCO) è racchiuso dalle antiche mura medievali, è un continuo salire e scendere nei vicoli stretti e spesso silenziosi, il tutto dominato dal Palazzo Ducale voluto dal Duca Federico da Montefeltro e la cui costruzione risale alla seconda metà del XV Secolo, e dal Duomo.

Come accennato prima, insomma, un paesaggio quasi fiabesco, in cui tutto scorre tranquillo nella routine di studenti che vanno e vengono a tutte le ore (durante l’Anno Accademico) e turisti (soprattutto nei mesi estivi, in cui la città si svuota per il ritorno a casa dei fuori sede). Il tutto sfocia nella piazza centrale, piazza della Repubblica, da decenni punto di incontro per studenti e non, e parlo per esperienza avendo parenti che ci hanno studiato e dunque vissuto in periodi diversi, dagli anni 90 ad oggi, che vivo io stesso questa realtà. La piazza dunque, dove gli studenti si fermano per una chiacchiera all’ora dell’aperitivo mentre escono da lezione, dove vengono celebrate le lauree, dove ci si incontra anche per andare a bere un caffè, una piazza conosciuta come tra le più vive e serene tra quelle delle città universitarie italiane, una piazza che, intesa anche come insieme di persone, si è sempre distinta per la propria attività, sia quando c’è stato da manifestare il proprio dissenso (e lo testimoniano i murales nei vari piani dell’ex-Magistero, via Saffi 15) che quando le cose sono state nell’ordinario, essendo conosciuta nell’immaginario popolare come un luogo in lo scorrere della vita è abbastanza tranquillo, dove gli studenti alla fine di una giornata di lezione e i non studendi alla fine di una giornata di lavoro, si incontrano (o meglio incontravano) per una birra, anche due direbbe qualcuno, prima di andare a casa, una piazza gremita di studenti in festa nei giovedì universitari.

Arriviamo al punto: gli studenti, e la piazza. Urbino, a mio avviso ma credo sia abbastanza evidente, vive principalmente grazie ai ragazzi che ci studiano, che ne riempiono affittandole le case del centro seppur non sempre perfette e anche quelle ‘fuori mura’. Perché tutto questo gran giro? Perché questo è quello che è stato, mentre quello che è il presente appare leggermente diverso, mutato. Grazie ad una ordinanza entrata poi a tutti gli effetti nel regolamento della polizia urbana, è stato vietato il consumo di alcolici nel centro storico al di fuori dei locali, e anche il loro trasporto fisico nell’intervallo di tempo tra le 20.30 della sera alle 7.00 del mattino. Tutto in nome della lotta agli studenti, alla loro inciviltà, e della preservazione del patrimonio storico e culturale della città.

Il risultato è questo: la piazza è privata della libertà, ovvero: io, semplice studente che esce dalla facoltà alle 19, non posso più fermarmi in piazza, prendere una simbolica birra, e stare anche seduto per terra, su uno scalino, in piedi, a chiacchierare con colleghi e amici. Per farlo devo necessariamente scegliere di andare in un locale, dovendo dunque stare in un posto chiuso (o entro 3 metri dal suo perimetro) e spendere, sicuramente più di quanto spenderei prendendo una birra al supermercato e sedendomi in piazza. Tutto ciò per contrastare i giovedì in cui il centro è preda dei vandali, ma dov’è il nesso? Che c’entrano le migliaia di studenti pacifici con la decina che non riesce a gestirsi? A mio avviso, ben poco. Nonostante questo tutto sembra apposto, ma cosa succede? Che il giovedì la piazza sembra vuota, che la gente è ‘costretta’ ad andare nei locali e spendere, spendere molto di più rispetto a prima. In tutto ciò, chi non si può permettere di uscire ogni sera ed andare al bar, resta a casa, ed inizia a parlare: non vedo l’ora di andare via, non si può più nemmeno bere una birra in piazza, Urbino mi sta stretta. Questo è il clima che percepisco, questo è quello che porterà a rimpiangere il movimento degli studenti in piazza, perché quella è vita, sfido a trovare una piazza con anche 1000 persone in cui a fine serata di giovedì non si trovino bottiglie accalcate e qualche coccio. Le voci girano, e soprattutto tra studenti, ci si parla, si chiede consiglio, com’è Urbino, come si vive, dove si va la sera, e le risposte non sono le stesse: non potrò rispondere che la sera, in tutta tranquillità, si può stare insieme in nel centro di agglomerazione naturale della città e svagarsi, bevendo qualche birra, perché no. Ma anzi, dirò che oltre all’andare per locali non si fa tanto uscendo il giovedì.

Se il problema è il vandalismo, è questa la via più giusta da percorrere? Perché non aumentare il numero di contenitori di rifiuti? Perché non sensibilizzare, prima di vietare tutto e a tutti? Il fatto è che, a mio avviso, nell’emanare un’ordinanza così restrittiva non si sono considerate appieno le conseguenze sociali, relazionali sulla vita della città, per cui la soluzione più logica, potrebbe essere quella di aprire un tavolo studenti-residenti-amministrazione, e cercare un compromesso, qualcosa per arginare queste limitazioni. Domande, che aspettano risposte molto probabilmente in vano, ma nel frattempo le persone parlano, e progettano: dopo la laurea? Non so se resterò ad Urbino, non so se questa città ha ancora quella nebbia fiabesca che fa scorrere tutto in pace e tranquillità. Forse è stata rimpiazzata da una nebbia che rappresenta solo il grigio, e il fastidio provato nei confronti verso gli studenti, linfa vitale della città.