Primo — Un giro di giostra

“Per me è come se partissi per il fronte”. Fa sul serio mia zia, mentre mi saluta al telefono prima che io mi imbarchi sull’aereo. “Mi raccomando, ricordati che è meglio far la figura dello scemo, stai attento e cerca di non voler apparire a tutti i costi”, dice; poi mi saluta, sento che le si rompe la voce, riaggancia.

In questi ultimi giorni ho imparato che le partenze sono un continuo giro di giostra: si rimbalza da una parte all’altra per terminare i preparativi, per salutare il mondo (è incredibile come la voglia di sentirsi parte di un’avventura altrui abbia retto così bene alla globalizzazione delle comunicazioni), per recuperare i documenti e le ultime cose da mettere in valigia; in tutta questa corsa l’umore sale e scende come un ascensore, e se in un momento ti senti come se fossi pronto per questa partenza da anni e ti atteggi come ti immagini Bruce Chatwin mentre scriveva quel famoso telegramma, il momento dopo non sai più come reggere le lacrime e piangi, piangi senza freni come un rubinetto aperto. Chissà se poi s’impara, o se invece ogni partenza resta uguale solo a se stessa e si ritorna sempre daccapo. Non ne ho idea: so solo che in questo momento mi sembra di non aver mai preso un aereo in vita mia, e continuo a cercarmi il passaporto, le carte d’imbarco, il portafoglio, giusto per sentire se ci sono tutto.

Addis Abeba. Mi sono chiesto un po’ di volte come mai questo nome suoni così strano, se è per via della sua lunghezza, per la b ripetuta o per tutte quelle vocali. Fatto sta che quando lo dici la gente strabuzza gli occhi; qualcuno poi fa seguire qualche parola entusiasta, qualcun altro cerca di celare l’imbarazzo mentre sta evidentemente pensando: “Ma questo è matto”. Certo è che non lascia indifferenti, è un nome che colpisce e vittima ne sono stato anch’io. Ieri sera una ragazza che è stata presa come stagista col mio stesso progetto mi ha chiesto perché avessi scelto proprio Addis Abeba fra le tante destinazioni previste dal bando. Non ho saputo rispondere: ho farfugliato qualcosa sul fatto che mi interessasse l’Africa — facendo la figura di chi in questi giorni mi diceva “Addis Abeba? Pensa che un mio amico è andato in Nigeria per aprire un’impresa e ora fa un sacco di soldi!” –, ma senza nemmeno crederci troppo; poi mi sono arreso e ho virato su un’altra domanda. Eppure ora continuo a chiedermelo: perché ho scelto Addis Abeba? Forse per come mi suonava in testa, chissà. A ogni modo, ho un bel po’ di tempo per trovare una risposta. Sempre che serva, poi, una risposta.

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