Secondo — La Vigilia di Timkat.

È la vigilia del Timkat e fuori il continuo abbaiare dei cani si mischia ai canti arabeggianti che vengono trasmessi di continuo da un altoparlante. Dopo una settimana qui sono sicuro di non avere ancora un’idea di questo paese e della sua gente: ho solo tanti piccoli frammenti, dei fotogrammi di un filmato che ancora non mi è ben definito.

A casa di Mesay e Alexandra mi fisso sul televisore: danno un programma che potrebbe essere benissimo un Ethiopian’s got talent. C’è una crew di ballerini in tenuta da campus americano che balla su una base hip hop. Niente di nuovo, se non che ad un certo punto la base, che fino a quel momento non aveva niente di diverso da ciò che puoi benissimo ascoltare su quasi tutte le radio europee, incomincia a deviare su qualcosa di nuovo quando entra prepotente un canto modale e un accompagnamento di masenko, uno strumento a una sola corda, tipico di qui, che viene suonato con un archetto ad una velocità incredibile, piuttosto monotono ma in qualche modo coinvolgente nella sua ripetitività.

Il lunedì sera al Fendika ci sono le jam session: è tradizione che chi al mercoledì si esibisce all’Istituto Italiano di Cultura vada lì per fare qualche pezzo con gli altri musicisti. Così è anche questa volta, e così andiamo a sentire un assaggio di quello che mercoledì ci suonerà questo violinista con la loop station che viene da Termoli, Molise. Il Fendika è un posto inimmaginabile: si entra da una sorta di tunnel in lamiera (50 birr per l’ingresso: un affare rispetto al Blue Note, e infatti è pieno di expat), si accede a questo spazio aperto schiacciato fra due muri in cui sono riusciti a far stare una griglia dove scaldano della carne, e sulla sinistra si apre una finestra sul locale vero e proprio. Non ho mai visto niente di simile: sembra una capanna nel deserto, è uno spazio, poco illuminato, fatto di lamiera ricoperta di stuoie e altro materiale per insonorizzare; i musicisti suonano al livello degli spettatori seduti su degli sgabelli bassi tutti schiacciati l’uno accanto all’altro; più in fondo si trova il bancone da cui vanno e vengono dei minuscoli camerieri che girano la sala di continuo e portano ai clienti tej e birra locale, sgusciando fra gli sgabelli e i musicisti con una maestria incredibile. La jam è una meraviglia; dicono che il sassofonista e il bassista fossero fra i più bravi di tutta l’Etiopia, non posso confermare ma di sicuro erano dei fuoriclasse. Anche il nostro violinista se l’è cavata, il tutto per la gioia del pubblico e di Melaku, gestore del locale e ottimo ballerino, dicono. Alla fine della jam — dopo che una ragazza ha lasciato tutti a bocca aperta con una Night and Day da brivido — lo avvicino e gli chiedo cosa ne avrebbe fatto delle registrazioni che aveva fatto per tutto il tempo con Audacity. Fa un sorrisone e mi dice: “We just keep them!”.

Domenica pomeriggio siamo stati alla riserva naturale di Gullele — dove si può girare in auto e dove trovi comunque alcune baracche; dicono ci vivano le famiglie degli operai che hanno costruito il ristorante del parco, e che dopo la fine del cantiere non se ne sono andati. Da lì hai una vista meravigliosa su Addis e sull’altipiano, quando riesci a vedere oltre gli eucalipti. Sono dappertutto, e dicono siano un vero problema perché la loro presenza ha fatto in modo che scomparisse più o meno tutta la flora locale, ginepri e jacarande in primis. Sia come sia, la loro sagoma al tramonto è una cartolina. Da godersi in fretta però, perché appena cala il sole bisogna lasciare il parco: ci raggiunge un ranger con il mitra spianato, e ci consiglia di avviarci verso l’uscita stando insieme alle altre persone. Chiediamo il perché, risposta: “A quest’ora arrivano le iene.”

Le iene le senti tutte le notti da dentro l’ambasciata. Fanno quel verso che sembra un miagolio tronco, e vorrei vederne una prima o poi. Dicono che non c’è da aver paura perché attaccano solo gli ubriaconi e i runners.

Anche l’ambasciata è una sorta di riserva naturale, circondata da eucalipti e con un bestiario di tutto rispetto. Andando dalla Foresteria — dove abitiamo io, le due stagiste, un esperto contabile e il cuoco dell’ambasciatore, che ogni tanto cucina anche per noi — al nostro ufficio è cosa normale incontrare tartarughe giganti e avvoltoi. Questi ultimi sono proprio come li immagini: stanno appollaiati in tre o quattro su un ramo, poi scendono sul prato e stanno con le ali spiegate, a prendere il sole. Dicono che nel compound ci sia anche una scimmia. Spero di vederla. Dicono che ci siano anche delle formiche cattivissime, grandi come un unghia, che si arrampicano dai pantaloni e ti fanno male perché mordono. Queste spero di evitarle.

È l’una di notte e il canto nell’altoparlante continua. Domani è Timkat. Ho cercato per due ore di connettermi alla wifi del cuoco dell’ambasciatore, ma ora che è arrivato anche il contabile siamo in troppi e non tiene più gli accessi. Spero di riuscire a fare in fretta una SIM di qui: il problema è che ci vuole un garante etiope che ti accompagni, e quando sono riuscito ad organizzarmi con un autista dell’ambasciata per andare a farla, alla sede centrale dell’agenzia telefonica nazionale — un edificio senza insegne, dove dopo l’ingresso attraversi un androne enorme e vuoto, sali delle scale enormi e vuote, attraversi un altro androne enorme e vuoto, svolti a sinistra e ti trovi in un bellissimo ufficio open space con divanetti color verde chiaro — non funzionavano i computer. Meglio andare a letto: domani è Timkat e scendiamo ad Addis, a catturare qualche fotogramma in più.