Il plurale della parola “limbo”

Questa mattina mi è venuta in mente la parola “limbo” e sono arrivata alla conclusione che non ne conosco il plurale.
Allora l’ho cercato su Google, ma la connessione è caduta e io sono rimasta a bocca asciutta.

Al momento non conosco ancora il plurale della parola “limbo” perché sto scrivendo offline. Sì, avete presente quando non c’è internet? Quello. Quello strano limbo mediatico, la non-connessione, ci sono e non ci sono, l’effetto vedo-non-vedo così poco sexy del nostro pane quotidiano.
Ogni tanto siamo offline, che ci piaccia o no. 
Soprattutto se vivete in Spagna in una casa lunghissima e strettissima e dividete la connessione internet con i vicini cinesi.
La casa lunga e stretta è molto utile in estate. La mattina, il lato esposto ad ovest, dove ci sono le camere da letto, è fresco. Nel pomeriggio e la sera si rinfresca la parte est (sala e cucina). Così a volte in agosto risuonano frasi del tipo “Mi trovi nell’ala ovest”. In mezzo, tra ala est e ala ovest, il limbo del corridoio, così lungo da far venire voglia di montarci una pista da bowling. Il gatto lo usa per giocare a flipper sulle pareti. La mia coinquilina mi ha fatto notare che non c’è una presa in tutto il corridoio, cosa che in cinque anni non avevo mai notato. 
Su un lato del corridoio si aprono mille porte, ovvero quasi tutte le stanze della casa, e a volte è facile confondersi e cercare di andare a fare pipì nella stanza-armadio. Sì, perché tutte queste stanze erano così inutili che una l’ho trasformata in armadio. Ad oggi non so in quanti mi hanno pisciato sui vestiti.

Sul corridoio si apre anche una finestrella, in alto, vicino al soffitto. La finestrella dà su un passaggio, un limbo che porta all’esterno, passando sopra la cucina. Per quel limbo al massimo passerebbe una bimba non obesa e sdraiata, forse. Ma comunque non arriverebbe da nessuna parte. Al massimo, dall’altra parte troverebbe il vuoti di quattro piani e volerebbe giù. O su, dipende.

Una sera in quel limbo abbiamo trovato una sorpresa.
Vivevamo qui già da alcuni anni quando a cena un ospite ha notato la finestrella e ha voluto guardare dentro. Noi non ci avevamo mai guardato. Abbiamo preso una sedia per raggiungere la finestrella, e quello che abbiamo trovato non l’ho raccontato a molte persone.
Si trattava di una busta di carta contenente alcuni fogli e alcuni documenti. I fogli avevano dei timbri e provenivano qualche ufficio, ma essendo scritti in arabo nessuno di noi tre ha potuto capire nulla. I documenti erano francesi e italiani, intestati alla stessa persona dalla parvenza nordafricana (per lineamenti e nome). Il documento francese era di qualche scuola o università. Quello italiano era una carta d’identità ed era quasi sicuramente falsa. Tutto questo era avvolto in un giornaletto con gli sconti del supermercato e posava in mezzo a un mucchio di calcinacci. Documenti falsi per vivere nel limbo della legalità, che giacevano nel limbo dietro la finestrella che dava sul limbo del corridoio di casa mia.

Ora, nel 2016, quelle due persone che insieme a me hanno scoperto quei documenti in casa nostra non esistono più nella mia vita. Entrambe (per ragioni diverse e -credo- non collegate tra loro) sono finite in quel limbo di contatti che periodicamente riappaiono nei suggerimenti di Gmail quando scrivo l’indirizzo di un destinatario, o spuntano dietro qualche oggetto regalato e non ancora gettato via, o si materializzano in forma di ologrammi in un ristorante dove non andavo da tempo. Non esistono più eppure sono sempre retropresenti in altre cose. A volte è sufficiente una lettera dell’alfabeto per richiamarli dal limbo.

Una di quelle due persone probabilmente adesso starà vivendo in un suo limbo personale, chissà dove, ma di questo ora non mi va di parlare, e forse non ne parlerò mai. Almeno, non qui. 
L’altra, invece, l’ho incontrata qualche settimana fa in un quartiere-limbo che non frequentavo da mesi. Io ero vestita un po’ militare, con una giacca nera corta e le spalline da ufficiale di niente e i bottoncini dorati, e mangiavo una banana a mezzanotte fuori da un locale. L’altra persona passava e decideva di ignorare la mia presenza. Per questo io lanciavo imperturbabile la buccia di banana davanti ai suoi passi. Come in un sogno. All’imperfetto.