Qui Torino — 1934–2014 Ebrei e antifascisti tra storia e memoria

Uno scambio affettuoso di analisi e di memorie personali, racconti incrociati di storici che sono stati però anche testimoni, seppure indiretti, di un pezzo di storia. A Torino la serata “1934 Quegli arresti di ebrei torinesi antifascisti. Il ricordo dei protagonisti nelle parole dei loro figli e nipoti” organizzata dalla Comunità ebraica in collaborazione con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Istoreto) e con il Museo diffuso della Resistenza è stata coordinata e introdotta da Giulio Disegni, vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Chiara Colombini, dell’Istoreto, ha dato un inquadramento storico alle vicende di quegli anni terribili, raccontando delle indagini e dei primi arresti, avvenuti in maniera quasi casuale a Ponte Tresa nel marzo del 1934, e dei successivi avvenimenti che coinvolsero quel numeroso gruppo di ebrei antifascisti attivi a Torino. La serata però ha subito preso una piega tutt’altro che accademica, in un emozionante intreccio di ricordi aperto dall’intervento di Anna Foa, storica a sua volta, che ha ricordato l’impatto che hanno avuto su suo padre, Vittorio, l’arresto e il periodo trascorso in prigione. “Per lui quel periodo è stato più importante anche degli anni della Resistenza, di cui si trovano poche tracce negli scritti e in tutti i suoi interventi”. Interventi in cui torna invece continuamente l’idea di prigione come scuola di comportamento etico, e di studio. “A casa mia si ripeteva in continuazione che ‘non è possibile farsi una cultura se non in prigione’. Io ero piccola, allora, e mi ricordo distintamente che non vedevo l’ora di essere a mia volta arrestata per poter finalmente iniziare davvero a studiare”. Amicizie, parentele, rapporti personali nati durante il periodo di studi e poi consolidati in quegli anni, come pure scontri e discussioni anche aspre, tutto concorse a cementare le relazioni fra quel gruppo di torinesi ebrei e antifascisti che comprendeva anche Giuliana Segre. All’epoca era una giovanissima donna dal carattere forte, un personaggio determinato, anticonformista, che con il vivido racconto della nipote, Bice Fubini, è tornata ad abitare i locali della comunità. Comunità che la ricorda anche in gesti recenti, come quando, nel 2003 insieme a quell’altro indimenticabile personaggio che era Giorgina Arian Levi, espose fuori dalla casa di riposo la bandiera della pace, fra i mugugni degli altri ospiti. “La sua passione politica si percepiva soprattutto quando cantava, magari insieme a Lisa Levi, le sue amate canzoni antifasciste, con una evidente grandissima adesione a un ideale che per lei è rimasto forte e presente per tutta la vita”. Un altro grande storico, Carlo Ginzburg, figlio di Leone e Natalia e nipote di Mario, Giuseppe e Gino Levi, dopo alcuni ricordi più personali, ha sottolineato come della figura di Dino Segre, noto come Pitigrilli, il collaboratore dell’Ovra corresponsabile di molti di quegli arresti, si parli troppo poco, al punto da arrivare in alcuni casi a non spiegare neppure che si è effettivamente trattato di una spia. “L’ondata di arresti che stiamo qui ricordando, poi, faceva indubitabilmente parte di una campagna antisemita, di cui Mussolini era a conoscenza. Si è sicuramente trattato di una sorta di ballon d’essai che voleva andare a valutare le reazioni che avrebbe suscitato nella popolazione italiana.” Ha poi continuato con un ragionamento che ha sollevato più di un mormorio tra i tantissimi presenti: “Mi permetto anche di suggerire che la ricerca su quei fatti andrebbe spinta verso un’analisi della comunità ebraica torinese dell’epoca. Non possiamo dare per scontato che si sia trattato di un tragitto lineare. La realtà è molto più complessa di così, non esistono traiettorie semplici e la vicenda di ‘La nostra bandiera’ ne è la prova”. La rivista, fondata proprio nel 1934, intendeva “fascistizzare” tutta la comunità ebraica italiana ed estirparne gli indifferenti, i sionisti e gli antifascisti, in nome dell’italianità. Addirittura, come ha ricordato in un intervento in fine di serata Sergio Tezza, in una elezione comunitaria in quegli anni la lista collegata a “La nostra bandiera” ottenne la quasi totalità dei voti. Contestata da un altro storico — Giovanni Levi figlio di Carlo e nipote di Riccardo — l’affermazione di Alberto Cavaglion secondo cui allora “Nel rapporto tra antifascismo ed ebraismo in quella fase era il primo a prevalere: prima di tutto si era antifascisti, il problema dell’appartenenza passava in secondo piano” ha portato a un ragionamento su identità e appartenenza, e su cosa significasse, sotto una dittatura, essere ebrei, e di opposizione. Ricordando che “Democrazia non significa vittoria della maggioranza, ma rispetto delle minoranze”. E l’identità ebraica era considerata importante, al punto che — come ha ricordato Giovanni Levi — la prima domanda fatta a suo padre quando è stato arrestato è stata “Sei sionista?”. E proprio sul tema identitario è stato indirettamente Jossi Levi, Figlio di Leo, rabbino di Firenze, a rispondere: non ha potuto partecipare personalmente ma ha inviato un lungo messaggio in cui ha ricordato come suo padre rivendicasse orgogliosamente la sua scelta di essere un sionista, religioso, antifascista e di sinistra. “Già allora l’essere sia sionista che di sinistra era una scelta particolare, non semplice, ma l’essere antifascisti era anche un modo per rivendicare il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico”. E sempre sul tema dell’identità Sion Segre, i cui testi sono stati letti dal figlio Manuel Segre Amar, scrisse: “Peccato che sei ebreo, mi aveva detto Carlo Levi la prima volta che ci eravamo incontrati. Capirai: io, Leone, Vittorio, Mario, siamo tutti ebrei o mezzi ebrei. O con una moglie ebrea, come Carrara e Guglielmo Ferrero. — Non poteva, Vittorio, scovarmi un ‘goy’ questa volta? — Beh, sai. Se ti disturba, non so proprio cosa farci. Mica vorrai che diventi fascista solo perché sono ebreo. O che mi faccia cattolico per poter essere antifascista. — Già. Ma se ci pescano, cosa diranno?” Erano italiani, ebrei, antifascisti. In un ordine di priorità diverso per ognuno di loro, protagonisti di vicende accomunate da una lucidità e una passione politica tali che anche a distanza di ottant’anni, nel racconto di figli e nipoti, hanno saputo colpire ed emozionare. E subito, da molte parti, è stata richiesta una seconda serata con gli stessi protagonisti che, emozionati a loro volta, continuavano a confrontarsi, dialogare, e ricordare.

Ada Treves twitter @atrevesmoked

(10 dicembre 2014)


Originally published at moked.it on December 10, 2014.