Ariella


Anche se probabilmente non t’interessa, e magari sei già lontano da qui, voglio raccontarti di me e Ariella.

Avevo capito di piacerle quando in ufficio mi chiese di massaggiarle le spalle.

Lei solitamente odiava i piccoli moti di cortese affetto che talvolta, senza malizia alcuna, tra colleghi ci si scambiava. Reagiva stizzita a un’amichevole pacca sulla spalla, o a un buffetto sulle guance, come fosse stata vittima di molestie ben più ardite. A Moppati dell’ufficio contenzioso aveva rotto un polso con una mossa di judo solo perché questi, ingenuamente, le aveva carezzato i lunghi capelli biondi per calmarla dopo una sfuriata (durante la quale aveva fracassato il monitor del computer in testa a Sogliano Ravelli, ma questo è un altro discorso).

Il suo era un fastidio vero, puramente fisico, come un prurito o un bruciore. La rabbia nasceva dalla convinzione, egocentrica, che tutti fossero a conoscenza di questa fobia, e che i tentativi per forzarla fossero premeditati dispetti. Ariella stessa me lo spiegò, durante una calda serata nei primi tempi in cui ci vedevamo, e quando mi misi a ridere mi colpì con un calcio su un fianco e con una ginocchiata in pieno volto. Ariella si era iscritta a un corso di kickboxing, allora, e durante le lezioni covava dentro di sé il desiderio di una situazione di particolare pericolo in cui poter mettere in pratica le mosse apprese per la propria difesa personale. Sperava di subire un tentativo di aggressione, o uno scippo, e per questo talvolta girava da sola di sera nei quartieri più malfamati. Per scatenare la violenza compressa, suo malgrado, dovette invece accontentarsi di una mia risata. Ci rimase male, non so se per il mio occhio tumefatto o per aver sprecato il suo colpo migliore in un banale bisticcio, e mi curò con affetto.

Tu non la conosci, Ariella è capace di gesti inconsulti e d’improvvisi ritorni alla quiete. Per festeggiare il primo mese di convivenza, serena nonostante le sue forsennate liti con i vicini, Ariella mi aveva invitato a cena in un lussuoso ristorante. Solitamente disinvolta nell’abbigliamento, quella sera sfolgorava nel suo abito elegante e con un inusuale filo di trucco. Entrammo nel salone, un luminoso liberty, e ci godemmo con finta noncuranza gli sguardi ammirati di tutti, tanto eravamo belli e innamorati. Passata mezz’ora mi sentii nuovamente osservato, ma con ben altre occhiate, mentre Ariella affondava il volto di un cameriere in un consommé da lei ritenuto tiepido e insipido. La fermai a stento prima che lo affogasse, e lei mi colpì con un ceffone e uscì inviperita. Pagata cena e danni, tornai a casa e la trovai sul letto sorniona e sorridente. Facemmo fare l’amore a lungo, e fu bellissimo.

Voleva sempre fare l’amore quando si sentiva in colpa, quasi volesse con l’amore ripagare il mondo delle sue debolezze.

Facemmo l’amore anche la sera che tornammo a casa, dopo due giorni di carcere preventivo per aver ospitato a casa nostra un terrorista basco che aveva conosciuto in metropolitana, sotto le mentite spoglie di un pittore pacifista, o quella volta che, accecata dall’ira per non aver ottenuto uno sconto sulle scarpe che voleva comprare, aveva sfondato la vetrina del negozio con la mia macchina nuova.

Ai miei non piaceva. Forse aveva effettivamente esagerato quando, nel corso di un’accesa discussione politica, aveva rovesciato una caraffa di vino in testa a mio padre, non mancando di schiaffeggiare pure me, che non ero stato abbastanza solerte a prendere le sue difese. E mia madre non aveva gradito molto il suo omaggio floreale, quando si era accorta che le orchidee erano quelle del suo giardino.

Neppure con i miei amici aveva legato molto. Anzi, a dire il vero, Mario l’aveva legato proprio, a un albero, “così per scherzo,” durante una cena di matrimonio all’aperto, dimenticandosene poi, presa dai festeggiamenti. Mario trascorse la notte nel parco, solo il giorno dopo, nel primo pomeriggio di una giornata afosa, gli inservienti della villa lo trovarono, afflosciato e ricoperto dalle formiche attratte dall’aperitivo al kiwi che Ariella gli aveva versato in testa per completare l’opera.

Potrei raccontarti della pistola che sfilò al vigile che la stava multando, col cui calcio lo percosse, o magari di quella volta che a un semaforo se la prese con due tifosi in moto prendendoli a borsettate dal finestrino e loro con una chiave mi scrissero a caratteri cubitali “Forza Milan” sulla fiancata dell’auto, e io sono pure interista, o della sua passione per il ghiaccio nella schiena a tradimento o per le sedie sfilate all’atto della seduta altrui, che due mesi di ospedale procurarono a zia Adelina.

Adesso mi manca, però.

Se anche tu, persino tu!, sei stato innamorato, almeno una volta, puoi capirmi. Guardo le sue cose, le nostre cose, la casa è grande adesso e si sente l’eco. Sono sincero con te: vorrei che tornasse, che sfasciasse tutto, che m’incolpasse di tutto e poi facesse l’amore con me. Tendo l’orecchio, a volte, quando sento qualcuno litigare in strada, sperando di riconoscere tra gli strepiti i suoi isterismi. Leggo sempre le pagine della cronaca locale, per cercare il suo nome negli articoli su risse quotidiane e piccole truffe, o forse nella cronaca giudiziaria minore, quella dei reati con le sole iniziali. Giro persino nei quartieri più malfamati, la sera, ma trovo solo ladruncoli e rapinatori, alle cui ruberie volentieri mi espongo.

Nessuno mi mena più, ora, ma è sufficiente che qualcuno mi apostrofi, mi rimbrotti, mi maltratti, per qualsiasi motivo, e ripenso a lei e a quanto l’amavo. Per sentirla più vicina, spesso mi comporto in modo da attirarmi ingiurie e angherie e ogni volta che subisco un sopruso mi commuovo, tanto che anche l’oppressore di turno, scuotendo la testa, mi abbraccia e piange con me.

Perciò se tu, ignoto delinquente da due soldi che ti sei scomodato per rubarmi l’utilitaria, e devi proprio essere un fallito per sprecare tempo, energia e rischiare pure la galera per un bottino così scassato, se tu adesso mi vedi piangere sotto la pioggia con la chiave in mano, mentre cerco la serratura che ieri sera c’era e adesso no, sappilo: non è per la macchina, non è per te.

Piango per lei, che non c’è più.

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