“Quando si lavora con le persone, e mi riferisco a tante professioni come operatori del sociale,
assistenti, educatori, maestri, psicologi, pedagogisti e simili, o anche come volontari, bisogna essere consapevoli che non esistono ricette d’intervento che garantiscono risultati. A differenza di altri mestieri, quello che si può imparare dall’esperienza
si fa nei confronti delle persone e di alcuni aspetti della loro vita. Questo vuol dire presentarsi preparati, formati, almeno il necessario per non commettere grossi errori. Vuol dire anche non sentirsi mai arrivati, perchè incontreremo sempre persone che
ci metteranno in discussione anche a livello formativo, e non bisogna avere la presunzione d’avere sempre ragione o l’avvilimento di sentirsi impotenti. Vuol dire saper chiedere aiuto a chi ne sa più di noi. Vuol dire ascoltare i colleghi, mettere insieme
i saperi. Vuol dire essere consapevoli che noi stessi siamo strumenti d’intervento, col nostro modo di essere, con la nostra storia e il nostro modo di stare al mondo. Non esiste educatore, psicologo, assistente, pedagogista, maestro che sia uguale a un altro,
eppure sono tante le relazioni positive d’aiuto esistenti. Se si avvertono difficoltà relazionali occorre fermarsi e affrontarle, perchè queste non sfuggano e influiscano negativamente nella relazione d’aiuto. Quello che bisogna avere è la consapevolezza della
complessità delle relazioni d’aiuto […] la formazione continua, l’equipe, la costruzione della consapevolezza sono la base per lavorare bene”
(Diario di un buono a nulla, pp. 57–58, D. Cerullo, ed. Società editrice fiorentina)
