La frontiera

Penso spesso alla Siria ultimamente. Fra i paesi che ho avuto la fortuna di visitare, da archeologo nomade o da guida, quando ancora mettevo le mani nella terra (e mi manca), e non solo fra pagine e tastiere, la Siria è quello in cui ho probabilmente visto più cose belle che non esistono più. Al tempo stesso, in Siria ho visto la frontiera. La frontiera fra il mondo che ancora conduceva una vita civilizzata e la distruzione della guerra all’opera subito dietro il confine. E con essa ho avvertito il dubbio su quanto quello stato di pace e normalità circoscritte potesse durare prima di essere travolti. Una domanda che mi faccio spesso anche sui luoghi in cui vivo, perché i siriani fino a pochi anni fa vivevano in città e paesi come i nostri. E facevano vite come le nostre.
Ho ritrovato, in una sorta di scavo archeologico negli hard disk, un appunto scritto dopo un viaggio in Siria, una decina d’anni fa. Forse la bozza di un articolo mai realizzato. Ho pensato di pubblicarlo così com’era, anche con le sue ingenuità, perché tutto sommato è divenuto paradossalmente più attuale.

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La frontiera

(Mari, deserto siriano; marzo 2005)

Il gruppetto di turisti che ho accompagnato, insensibili ai timori che scoraggiano i più, ha ormai compiuto il percorso. Quasi a fine viaggio, siamo a Mari, nel punto più orientale della Siria. A una decina di chilometri, laggiù, c’è la frontiera irachena (“le vedi le due colline gemelle? la prima è in Siria, la seconda in Iraq”). 
Su questo smisurato tappeto di sabbia le località sono poche, isolate, le strade essenziali, senza diramazioni. 
Il sito è incredibilmente conservato. Mura del palazzo alte oltre 2 metri, stanze che mantengono la loro intimità. Odore di polvere: intonaci e giorni sbriciolati. Una delle più antiche città della storia. Mari ed Ebla, mentre in Egitto costruivano le grandi piramidi, si imposero come riferimenti settentrionali della rete mercantile sumerica. Finché Hammurabi di Babilonia — deliziosi ritornelli della storia — si rese conto che quel sovrano, alimentato e fatto crescere per il proprio tornaconto, si era emancipato, e sosteneva ora una politica in contrasto con gli interessi babilonesi su tutto l’alto corso dell’Eufrate. 
Hammurabi, come si intusce dal suo codice, non era propriamente il tipo che porge l’altra guancia, in sintonia con tutta la tradizione assiro-babilonese che non si distinse mai per una fine diplomazia in politica estera (gli assiri amano raffigurarsi mentre strappano lingua e occhi agli avversari). Così la reazione è scontata, e attorno ai 1750 anni prima di Cristo la frontiera di Mari è infranta, il silenzio di queste sale è lacerato di fumo e sangue, di grida e clamore di metallo. 
Quel frastuono è ora racchiuso in un brusio che ciascuno tesse nella propria fantasia e riduce a una lontana eco, che accompagna nella polvere di mezzogiorno l’unico suono dei passi, struscianti sulle ombre dei pavimenti restaurati. Ciascuno elabora da solo le visioni di tessuti, corpi e tesori violati. Mura annerite di fuoco. Grida che giungono flebili, attraverso i millenni. Uno scoppio lontano, secco, come in un bosco durante la caccia. Ma fa vibrare la terra.
Vibra anche la mente, a quello scoppio lontano. Uno scoppio? D’accordo le grida e le armi, ma perché uno scoppio? Una compagna di viaggio mi guarda, a cercare una spiegazione storica che non ho, per quello scoppio flebile, e per l’altro ancora — che vibra lontano nell’aria. E perché tutti alziamo la testa? Perché facciamo lo stesso sogno?
Occorre una decina di secondi perché tutti comprendano che non è l’esercito babilonese, anche se i guardiani si sono improvvisamente voltati proprio verso la patria di Hammurabi. Verso Babilonia. 
Verso l’Iraq. 
Hanno uno sguardo di popolana disillusione. Consapevole delle dinamiche del mondo e delle centinaia di fuggiaschi che ogni giorno attraversano quella frontiera. E solo allora comincia a ricucirsi lo strappo nello spazio e nel tempo, fra brandelli insanguinati che svolazzano su e giù per i millenni, nell’eterna violenza della dialettica fra gli uomini. 
All’orizzonte non vedo nulla fra sabbia e roccia, neanche col binocolo. E gli scoppi sono incollocabili. Dove? Quando?

Mezz’ora dopo mangiamo in silenzio, meccanicamente, come un bisogno primordiale, un dovere fisiologico. E questa tenda di nomadi — una delle tante sotto cui mi è capitato di sedermi, fra il Marocco e la Turchia — dà l’assurda impressione di essere un riparo dagli scoppi che ogni tanto ancora si avvertono alle nostre spalle, più rari ed esili. Come un rifugio in una notte di pioggia.
E mi sento un uomo fortunato. Non tanto per aver sempre camminato dalla parte giusta delle frontiere — quella che consente di pararti il culo — ma perché non ho ancora perso il piacere di andarci a camminare vicino vicino, alle frontiere, per buttare uno sguardo di là.

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