Il referendum: questo fastidioso strumento di democrazia diretta

A poche ore di distanza dall’ultima tornata referendaria e il mancato raggiungimento del quorum, emerge con sempre più forza il fastidio della politica per questo strumento di democrazia diretta. 
Nella partita giocata tra sfottò (del fronte del no, tanto felice per il risultato referendario) e i toni probabilmente troppo drammatici del fronte del sì, qualche cosina la abbiamo lasciata per strada.

Anzitutto, l’evidente denigrazione per questo strumento di democrazia diretta. Senza voler a forza citare i nostri padri costituenti , è però importante sottolineare come questo sia uno strumento fondamentale per controbilanciare il peso del Governo e persino del Parlamento. Aspetto che assume una fondamentale importanza in questa stagione. Come saprete infatti, il Parlamento è considerato dal nostro dettato costituzionale l’organo legislativo, vale a dire il luogo in cui si discutono le leggi, fino al voto d’aula e alla eventuale approvazione. Negli ultimi anni, con la scusa della governabilità, della presunta lentezza dei due rami del Parlamento et similia, piano piano il ruolo legislativo è divenuto marginale. Per Pagella Politica il governo Renzi, in carica dal 22 febbraio 2014 (le date di inizio e fine dei governi italiani sono qui). ha emanato (fino a dicembre 2015) 44 decreti legge, con una media appena sotto i due al mese. Il governo Letta, invece, è ricorso a quello strumento legislativo 25 volte nei 9 mesi e 24 giorni in cui è rimasto in carica (dal 28 aprile 2013 al 21 febbraio 2014). Infine il governo Monti, in carica dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013–17 mesi e 11 giorni — ha emanato 41 decreti legge, circa 2,3 al mese.

Certo, a guardare così questa mappa concettuale del nostro Parlamento (grazie a Donatella Carli Moretti ) un po’ di impressione si prova. Ma, per parafrasare una frase da film, mi viene da dire “è la democrazia baby”. Certo, un dux, un condottiero solo al potere, può prendere decisioni immediate e senza tutti i passaggi di una democrazia parlamentare, ma se una lotta di Liberazione c’è stata è avvenuta proprio perché sembra che quello non fosse il massimo desiderabile. Almeno dalla stragrande maggioranza dei nostri concittadini. E dalle tante decisioni internazionali con cui i paesi “democratici” hanno deciso di intervenire militarmente per far cadere dittatori e uomini soli al potere.

Insomma, negli ultimi anni il Parlamento sembra diventato solo un passacarte, cioé deve servire solo a trasformare i decreti legge in Legge, secondo i desideri della maggioranza al potere. Solo un altri piccolo inciso. Il decreto legge è così definito, sempre all’interno della nostra Costituzione (articolo 77): Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.

Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.
I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

Insomma di “necessità e urgenza” virtù, sembrano aver deciso i nostri Governi. Che a passo celere, e non senza errori legislativi, sembrano guardare al Parlamento sempre più come una fastidiosa formalità, e non un luogo dove, attraverso il dibattito e il confronto, si arrivi a decisioni che guardino il più possibile all’interesse collettivo e non a quello personale o di parte. La prova ne è il fatto che si fa anche ricorso ad uno strumento diventato vero e proprio ricatto, il voto di fiducia, per far approvare decreti e trasformarli in legge senza di fatto dover ascoltare le aule parlamentari. E il tutto, e non voglio sembrare un complottista, fa il paio con la scelta anche di eliminare il voto di preferenza alle elezioni politiche. Insomma, i partiti, o meglio i condottieri dei partiti, decidono chi mettere in lista, quindi chi far votare, senza che i cittadini possano esprimere la loro vera approvazione o preferenza. E gli stessi, frutto di una scelta verticistica, viene il dubbio che siano anche più restii ad opporsi alle scelte dei partiti che gli hanno permesso di accomodarsi sullo scarno parlamentare.

A mio parere le sprezzanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio Renzi e dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano (che addirittura si sono spinti a invitare a astenersi, attività vietata dalla legge, articolo 98 testo unico del 1957) sono la rappresentazione plastica del fastidio dei nominati, o dei gestori del potere di turno, verso il confronto democratico e la possibilità che i cittadini possano dire la loro, senza filtri, senza se e senza ma, sulle scelte legislative. Fino a veri e propri esercizi di arroganza politica o di sberleffo nei confronti di chi esercita il proprio diritto/dovere di voto. Eccovi i due esempi più clamorosi di questi giorni su Twitter, dove i politici sono fieri di esibire la loro posizione di potere, vero o presunto che sia, o fantasiosi accostamenti non basati sui fatti, ma solo sul chi la spara più grossa..

Pur lasciando stare il “penso in calabrese”, su cui varrebbe la pena di fare una attenta analisi semantico-psicologica, i toni da stadio riversati sul referendum da molti esponenti sono solo un altro modo per ribadire alla Sordi “io so io, e tu chi c… sei?”, così come la decisione del Governo di far votare in momenti separati per il referendum e le amministrative (costo dell’operazione 300 milioni di Euro), per poi rinfacciare ai referendari non solo che sarebbe necessario pentirsi di questo atto irrispettoso (“un referendum inutile” — Renzi) ma che hanno fatto buttare al vento il costo di questo appuntamento, colpendo così le casse pubbliche e il bene della Nazione.

Il bilancio? Un ennesimo assalto alla credibilità e all’importanza del referendum, alla crescita collettiva attraverso strumenti di democrazia diretta e alla partecipazione invece che alla delega. E un nuovo e preoccupante segnale in merito viene dalla riforma costituzionale, che tra l’altro prevede l’innalzamento del numero di firme necessarie per proporre un referendum abrogativo, così come quelle necessarie per proporre una legge popolare (tra l’altro, qualcuno ricorda una Legge popolare di cui il Parlamento si sia fatto carico e fatta approvare)? Insomma, anche voi cari del fronte del no referendario, siamo davvero sicuri che ci siano dei vincitori, o una diffusa sconfitta?

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