Critica appassionata dell’(in)utilità della frequenza obbligatoria

Nel corso della mia vita non ho mai avuto molti problemi con le regole. In generale, penso che le regole siano una buona cosa; voglio dire, se fossimo tutti amorevoli e caritatevoli ed empatici o anche solo civili non ne avremmo bisogno, ma la notizia del giorno è che non lo siamo, quindi sì, le regole sono una buona cosa o, se non buona, quantomeno necessaria. Può capitare che di tanto in tanto mi trovi di fronte a una regola particolarmente idiota e che questa regola particolarmente idiota susciti un commento particolarmente pungente, ma la storia finisce lì.

Eppure c’è una regola che non ho mai capito e che mai mi è andata giù. Sarà che la sua stupidità si configura al di sotto dei miei personalissimi standard dell’accettabile, o sarà solo che in quanto studente mi tocca da vicino e sono un egoista come gli altri sette miliardi e mezzo di persone che camminano su questo pianeta. È il trionfo dell’autorità sull’individualità, la vittoria del compiacimento altrui sull’intelligenza propria, la restrizione per il gusto della costrizione, dell’ingabbiamento, della riduzione di milioni di individui nel mondo intero a un minimo comune denominatore.

È la frequenza obbligatoria.

Per chi di voi non la conoscesse (perché tanto tempo fa non esisteva e non molto tempo fa esisteva senza essere realmente tenuta in considerazione, com’è giusto che sia con tutte le regole esistenti per la gioia di esistere), eccovela spiegata in tutta la sua gloriosa, boriosa idiozia: uno studente, che sia elementare, medio o liceale, deve frequentare almeno tre quarti delle ore di lezione annuali, pena la bocciatura automatica. Non importa che la sua media sia dell’otto, del nove o del dieci. Se supera il venticinque percento delle assenze non viene ammesso all’anno successivo. Fin.

Ora, c’è tutta una lista di motivi per cui si tratta di una stupidaggine.

Primo sulla lista è il fatto che uno studente che, pur non frequentando le lezioni, riesca a raggiungere (spesso a superare, qualche volta a stracciare) gli obiettivi minimi per la promozione, dovrebbe essere premiato, non penalizzato. Invece l’istituzione preferisce promuovere col minimo sindacale e un calcio in culo chi va a scuola e non fa nulla per nove mesi, buttando i soldi dei contribuenti e rallentando il lavoro di un’intera classe, secondo una logica che tuttora mi è del tutto oscura.

Secondo sulla lista è il fatto che uno studente potrebbe essere impossibilitato alla frequenza per motivi di salute o personali, ma che possa comunque essere in grado di seguire regolarmente il programma di studi nel tempo che gli rimane (sì, ci sono delle deroghe, ma per quale motivo dovrei rendere conto all’istituzione dei miei impegni o delle mie condizioni di salute o di qualunque altro dettaglio che riguardi anche solo lontanamente la mia sfera privata?).

Se chiedete a un insegnante, però, vi risponderà che la frequenza è fondamentale affinché uno studente possa acquisire le competenze necessarie per superare l’anno. Ma le competenze non vengono forse misurate tramite le prove scritte e orali? Se queste prove non sono un indicatore affidabile, cosa lo è dunque? L’opinione che l’insegnante si fa dello studente? E in quale modo, di grazia, dovrebbe un’opinione personale (e opinioni personali sono sempre anche le valutazioni scritte e orali, ma questo è un altro discorso) influire sulla valutazione?

Comportamento.

Ah, il comportamento. Vi diranno che uno studente non dev’essere valutato solo in base alle proprie competenze, ma in base al comportamento. Mettiamo per un attimo da parte ogni considerazione sul livello di supponenza necessario a credere di poter distinguere, in una società complessa come quella odierna, un comportamento corretto da uno scorretto, e mettiamo da parte il fatto che per un insegnante su tre (o su due, non ne ho incontrati così tanti da potervi dare una percentuale esatta) la critica è chiaro sintomo della totale mancanza di disciplina. Mettiamo tutto questo da parte.

Ma i privatisti, allora? Fatemi capire: loro vengono valutati solo in base alle proprie competenze, mentre un regolare studente viene valutato anche in base al comportamento? Dov’è il senso in tutto questo?

Dovere.

Vi diranno che la frequenza è obbligatoria affinché lo studente si abitui a rispettare i propri doveri, a mantenere la parola data.

Ma il dovere è verso gli altri, non verso se stessi. Il cittadino ha doveri perché, venendovi meno, causerebbe un danno a un altro o alla collettività. È questa la natura stessa del dovere: un mio dovere garantisce il diritto di qualcuno, e il dovere di qualcuno garantisce un mio diritto. Quale danno causo al singolo non frequentando le lezioni? La solitudine? E alla collettività? Abbiamo già visto come le competenze di uno studente non possano essere garantite dalla frequenza, ma solo (parzialmente) dalle valutazioni, dunque il rischio che la scuola possa immettere nella società cittadini incapaci perché gli ha permesso di diplomarsi senza frequentare non esiste (o, se preferite, non esisterebbe nel remoto caso in cui l’intero sistema funzionasse).

O vogliamo forse insegnare ai cittadini di domani che le regole vanno accettate e rispettate acriticamente, per il loro semplice essere regole? Devono andare a lezione anche se non impareranno nulla (o potrebbero studiare da casa), andare a lavorare anche quando la loro giornata è vuota (o potrebbero lavorare da casa), fare senza discutere questo e quello e quell’altro, anche se pensano che non serva, solo perché qualcuno più in alto di loro è convinto del contrario? Non è la società che voglio, ma una fatta di persone che si alzano la mattina senza sapere perché si sono alzate e che vanno a dormire senza una vaga idea di cosa abbiano concluso nelle dodici ore precedenti.

Com’è, allora, la società che voglio? È presto detto.

È una società che lascia al singolo la possibilità di esprimere se stesso e le proprie potenzialità, senza inquadrarlo in sistemi di regole e leggi rigide e immotivate. È una società che si sforza di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, laddove “minimo sforzo” non sia travolgere qualcuno per arrivare prima/i. È una società di cittadini davvero coscienti del valore di ogni proprio dovere; cittadini che sappiano perché è necessario fare (o non fare) qualcosa; cittadini che passino al setaccio ogni nuova imposizione per digerirla, metabolizzarla, farla loro.

È una società viva, attiva, brillante, che non può attualmente esistere per un miliardo di piccoli motivi.

Ma soprattutto è una società dove — per Dio! — io non debba svegliarmi alle sei anche il sabato mattina.