Sul liceo e sull’accanimento terapeutico

Questo pomeriggio, tra una vignetta di Cyanide & Happiness e il video più divertente che abbia mai visto, sulla mia home di Facebook è capitato anche un articolo intitolato “Il liceo è davvero finito?” a cura di un tale Emanuele Pinelli.

L’autore difende a spada tratta il liceo (e mi pare che, quando parla di liceo, intenda il liceo classico) in quanto scuola capace di impartire ai propri studenti una cultura immensa. Già nel primo paragrafo dell’articolo, infatti, ci delizia con un modestissimo sfoggio di queste conoscenze:

Mi presento: sono uno dei ragazzi cresciuti nel liceo. Conosco duemila anni di storia occidentale, con qualche ovvia lacuna. Posso leggere il Vangelo nella lingua in cui è stato scritto, e sfogliando un libro di Neuropsichiatria capisco la maggior parte dei termini tecnici, anche quelli che vedo per la prima volta. Ho imparato a riconoscere e ammirare i capolavori dell’arte, invece di passarci accanto senza nemmeno notarli. So cosa si nasconde dietro una turbolenta tela barocca o dietro lo sfondo dorato di un mosaico. So cosa accade nel 26° canto dell’Inferno, e perché Primo Levi cercasse a tutti i costi di ricordarne i versi mentre era ad Auschwitz.

E la Madonna! dico io, dal basso della mia ignoranza. Qui ci manca solo la cura per il cancro e siamo apposto. Possiamo tranquillamente affidare al signor Pinelli le redini del mondo. No, macché del mondo, quella è roba da liceo scientifico (che, lo ricordo, non è un liceo): uno che ha studiato al Liceo (guai a usare la minuscola d’ora in poi!) può dirigere nientedimeno che l’intera galassia.

No, aspettate un attimo!

Con un pizzico di fortuna in più, incontrando i professori giusti, avrei studiato meglio anche le scienze. Saprei come si forma il DNA e quali sono le teorie sulla fine dell’universo. Ma tutto non si può avere.

Male, Pinelli, molto male. Al limite la possiamo nominare sindaco di Ponza. Si ripresenti al prossimo appello.

Ma procediamo nell’articolo, ché c’è ancora da divertirsi parecchio.

Ce ne sono tanti come me, con tante altre abilità. C’è chi ha affinato un metodo di studio che gli permette di dare esami da mille pagine, sgomentando i poveri studenti Erasmus, che arrivano nei nostri atenei convinti di trovarvi slides e articoletti come a casa loro. C’è chi sa unire in un discorso irresistibile spunti dall’attualità, dalla storia e persino dal mito: vedi Renzi a Strasburgo.

C’è gente che dà esami da mille pagine, addirittura! Be’, senza dubbio solo uno studente di Liceo, con il suo immenso bagaglio culturale, potrebbe riuscire in un’impresa simile. A noialtri non resta che tremare di invidia.

E che mi dite di quei poveri, piccoli studenti Erasmus? Sono convinti di trovare slides e articolettis come a casa loro, e invece si trovano a fare i conti con la crème de la crème, intellettuali con i controcoglioni, gente che fa sul serio, insomma! Poveri illusi! Pensano mica di stare in Finlandia? Sveglia, cocchi, siamo il Paese che si è classificato trentaseiesimo su cinquantasette nel rapporto Ocse sulla preparazione degli studenti. E comunque è andata così solo perché li avete esaminati su materie scientifiche: chiedetegli di ripetervi come pappagalli la storia del Risorgimento e vedrete che arriveranno primi! E tutti sappiamo quanto sia importante nell’era della globalizzazione conoscere la storia del Risorgimento, vero? Vero?!

Proseguiamo, prima che il tic nervoso passi all’altro occhio.

Chi è cresciuto in questo ambiente, lo capirete, prova sempre rabbia o rimpianto quando sente parlare di una scuola futura senza arte, senza letteratura, senza filosofia e mutilata di un anno. È una reazione istintiva. Come quella del ragazzo che trova la via Gluck sepolta dal cemento.

Bella la citazione a effetto sulla via Gluck infilata così, un po’ in scivolata, un po’ da genio incompreso, un po’ alla cazzo di cane.

La rabbia viene perché questo intervento si basa su una diagnosi sbagliata, e quindi su una cura che in realtà è letale. Il problema del liceo non è quel che viene insegnato, ma come e da chi viene insegnato. Sono i docenti incapaci. Sono i metodi antiquati (vedi inglese). Sono le sette ore di lezione frontale, che farebbero addormentare un grillo. I ragazzi più appassionati ottengono dal liceo una preparazione stellare e diventano (per dirne una) ottimi ricercatori, ma non si riesce a far appassionare l’enorme massa anonima degli altri.

Ah, ma allora il Pinelli è anche medico! Grazie al cielo, zia Maria Poldina ha la SLA e si stava comprando la bara online, finché ancora può usare il mouse; l’ho fermata appena in tempo. Sono fiducioso che il Pinelli o qualche altro ottimo ricercatore (cit.) uscito dal Liceo, tra un’analisi spocchiosa e l’altra, sapranno trovare un rimedio. A costo ovviamente che tutti i miracolati corrano poi a studiare il ventiseiesimo canto dell’Inferno. Questa vita è troppo breve per buttarla via facendo altro.

E no, Pinelli, il problema del liceo non è il metodo e non sono gli insegnanti. Il problema del liceo è… aspetti, non esiste un problema del liceo! Sa perché? Perché il liceo funziona per-fet-ta-men-te! Funziona per se stesso, certo, ma funziona. Mi spiego meglio: il liceo riesce con successo stratosferico nel creare generazione dopo generazione di individui demoralizzati o imbecilli. Demoralizzati quando non ce la fanno e sono convinti di non valere nulla perché non sono all’altezza degli standard imposti da qualcun altro; imbecilli quando ce la fanno e sono convinti di essere padroni del mondo, pensatori critici e liberi. Spesse volte sono demoralizzati e imbecilli insieme. Imbecilli senza la voglia di essere imbecilli. In fondo potrebbe nascerne qualcosa di buono.

Nessuno però lo capisce, né a destra né a sinistra. E il liceo dovrà morire per una colpa che non ha. Tutti noi saremo lettori stranieri dei nostri poeti e turisti nelle nostre città d’arte. Lasciatemelo dire: la cultura italiana morirà. Di qui il rimpianto.

Ommioddio, che scenario agghiacciante. Queste parole non evocano anche in voi immagini orrende? Pisani che vanno in vacanza a Venezia per vedere la torre di Pisa, romani che preparano l’amatriciana con la pancetta e fiorentini che prendono la bistecca ben cotta. L’Armageddon, altroché!

Ma se pensate che il Pinelli sia un mero idealista, un romantico incapace di stare al passo coi tempi, vi sbagliate di grosso.

Ma non possiamo neanche ignorare la realtà.

No, almeno su questo siamo d’accordo. Ma tra il dire e il fare…

La schiacciante maggioranza degli adolescenti, oggi, non sa che farsene della cultura italiana. E sogna una scuola che duri un anno in meno, dove si stia davanti al computer, si parlino le lingue e si giochi nei campi sportivi.

A leggerlo così non sembra tanto male. Che, per caso pure lei ci sta prendendo gusto, Pinelli? Vuole che le leviamo anche Ponza?

Nelle scuole private in cui i genitori, a suon di soldoni, mettono bocca sui programmi, pullulano i corsi di economia o di business english. Questa è la società.

Ma che diavolo va farneticando?! Vuole dirmi forse che esiste una scuola in cui gli studenti possono effettivamente decidere cosa e come studiare? Chi ci proteggerà a questo sistema democratico e sovversivo? Qui corriamo seriamente il rischio che gli studenti divengano protagonisti della propria educazione. Quale orripilante prospettiva!

Avremmo potuto conciliare le sue esigenze con quelle della cultura, che forma l’uomo nella sua globalità, e non trascura il gusto, la bellezza, la sapienza e la riflessione. Invece abbiamo lasciato prosperare il mito della “scuola antica” insensibile alla “società moderna”: uno scontro folle e dall’esito scontato.

Gliela do io un’idea. Così, a tempo perso, ché io studio in un liceo, non un Liceo, e probabilmente dico solo un sacco di idiozie.

Se (per ipotesi, eh, s’intende!) non conciliassimo proprio un bel niente? Se dotassimo gli studenti delle competenze minime per imparare e poi li lasciassimo andare per la loro strada e scegliere le proprie passioni e materie di studio? Se gli insegnassimo a ricercare per proprio conto, a mettere in discussione ciò che leggono, a criticare con un po’ di sale in zucca le autorità?

Quello della scuola antica insensibile alla società moderna non è un mito, è una triste e scoraggiante realtà.

La nostra generazione sarà forse l’ultima a studiare l’arte o le lingue classiche. Così come la prossima generazione sarà forse l’ultima a studiare le lingue moderne. Non è un mistero che i dirigenti della Microsoft abbiano già un prototipo di traduttore automatico, che rispetta persino l’inflessione della voce. Ai miei figli verrà detto che studiare l’inglese è inutile e non serve nel mondo del lavoro, proprio come a noi lo dicevano del greco.

Ma questo dove l’ha letto? Mi auguro che non abbia dedotto tutto dall’articolo sul traduttore della Microsoft, perché se così fosse lo stato delle nostre scuole sarebbe peggiore di quanto pensassi, ed è piuttosto improbabile considerando il mio proverbiale pessimismo.

A ogni modo, supponiamo anche che, come dice lei, l’inglese non abbia un futuro. Eccellente! La gente smetterà di studiare l’inglese e si concentrerà su lingue che saranno invece utili. Io l’inglese lo parlo piuttosto bene (perché l’ho studiato per conto mio, non a scuola), ma se dovesse rivelarsi inutile, non esiterò a gettarmi su un’altra lingua.

L’evoluzione è naturale; chi non si adatta muore. Solo quelli che hanno paura del cambiamento osteggiano questo processo perché temono che, in un baleno, tutte le conoscenze che hanno acquisito tanto faticosamente per contare qualcosa ed elevarsi dalla mediocrità della massa valgano meno di zero.

Cosa dobbiamo fare, allora? Arrenderci e rinunciare a questo patrimonio inestimabile, unico in Europa, che è il liceo? E, sulla stessa pista, eliminare le ricerche e le pubblicazioni sulla letteratura, sull’arte, sulla filosofia, sull’archeologia, per destinare quel denaro pubblico a scopi più “moderni”?

Io non capisco perché continui a parlarne come se fosse un àut àut (ha visto, vado al liceo ma qualche base di Liceo ce l’ho anch’io). Si può continuare a pubblicare ricerche sulla letteratura, sull’arte, sulla filosofia e sull’archeologia e destinare altro denaro pubblico a scopi moderni. Ovviamente tutto questo presuppone che ci sia del denaro pubblico da spendere in primo luogo.

Oppure combattere una battaglia di nicchia, con un manipolo di intellettuali che frustra e mortifica i desideri di milioni di adolescenti e di famiglie?

Sembra divertente, eh?

Non si può essere buonisti: o bianco o nero. Se si affiancasse una nuova scuola più breve e più facile alla vecchia maratona liceale, nessun ragazzo sceglierebbe la seconda. Nel libero mercato, l’opzione perdente sarebbe subito spazzata via.
Io credo che un patriota debba scegliere l’intransigenza. Non si possono crescere generazioni prive di identità, ignare della loro lingua, della loro storia, delle meraviglie della loro terra e della responsabilità che hanno nel proteggerle e nel crearne di nuove. Già adesso questa coscienza è scarsa. Forse la nuova scuola formerebbe italiani più competitivi, o meglio più italiani competitivi, visto che i migliori allievi del liceo compiono già oggi imprese eccezionali.Ma sarebbero come macchine senz’anima, ingranaggi della modernità che ne vengono trascinati invece di trascinarla, e ne vengono plasmati invece di plasmarla.

Qui ha dato veramente il meglio di sé. “Non si può essere buonisti”. Ma lei ha studiato presso la tata Matilda?

Le sfugge, forse, che dovrebbe essere lo Stato a servire gli studenti e non il contrario? Le ricordo che è lo Stato a essere uno strumento, non il cittadino. Il cittadino crea lo Stato, lo Stato non crea un bel niente. Be’, di tanto in tanto crea qualche intellettuale nazionalista da quattro soldi, ma questa è un’altra storia.

Questo senso di lealtà, questo servilismo che secondo lei giustifica la schiavizzazione di massa dei giovani, riducendoli a poco più che barattoli vuoti da riempire con storie di eroi e patrioti è ridicolo, dannoso e delirante, oltre che pericolosamente vicino all’indottrinamento operato dai totalitarismi del Novecento.

Mi auguro, perciò, che i politici coinvolti in queste faccende (a cominciare dall’ingegnere Reggi, democratico e renziano) si orientino su una scuola che concili le due esigenze, e non costringano i veri amanti dell’Italia ad una resistenza assurda e impopolare.
La posta in gioco è alta. Tra qualche anno, se sbagliamo, del nostro “popolo di poeti e di artisti, di pensatori, di scienziati, di navigatori…” potrebbero restare solo i “trasmigratori”.

Alle armi, patrioti di ogni dove! Il generale Pinelli vi chiama a difendere la cultura del nostro popolo di poeti e di artisti, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori!


Giuro che ho provato a fare un’analisi seria dell’articolo, ma alcuni passaggi erano così assurdi che non sono riuscito a restare serio. Così, tra la satira e l’insulto aperto, ho preferito la satira.

Forse prima o poi pubblicherò anche una critica un po’ più scientifica. Nel frattempo potete leggere ciò che penso riguardo l’istruzione di massa nell’articolo che pubblicai al riguardo qualche tempo fa, “L’educazione proibita”.

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