Cuba, racconto di un viaggio

Alessandro Marcato
Aug 26, 2017 · 8 min read

Possono bastare dodici giorni per conoscere questo paese? No. Sono invece sufficienti per amarlo e coglierne alcuni aspetti che lo rendono unico

Quando mi stavo dirigendo verso l’albergo di Miami, di ritorno da Varadero, il tassista cubano mi ha detto: «È diverso tempo che non torno a casa. Ma come dice la canzone: Cuba si ha nella mente». Aveva ragione.


Credo che esistano pochi paesi come Cuba che quando li lasci ti resta qualcosa dentro. Volti, voci, sapori, esperienze, storia. Già la storia. Fidel, il Che, Raul, le auto anni ‘50, la scarsa diffusione di internet, sono solo alcuni degli aspetti di sfondo di un paese che sta entrando nella modernità.

Ai ristoranti statali si affiancano un numero sempre maggiore di esercizi privati e stanno nascendo o arrivando, soprattutto a L’Avana, una serie di oggetti di uso comune e presenti in molte altre città del mondo. Per fare alcuni esempi: il bancomat (qui è roba recente), il bus scoperto per i turisti, Airbnb, Wi-Fi pubblico e taxi privati. Di questi nel viaggio ne ho usati parecchi.

L’ultimo ci ha portato da Trinidad a Varadero e mi ha detto che era riuscito a diventare autista privato per via delle riforme volute da Raul. Il presidente cubano per un periodo aveva aperto alla possibilità di svolgere questa attività comprando un’auto e lui era riuscito a prendere la licenza. Ora però il governo aveva deciso di chiudere i cordoni della borsa. «Pensano troppo al denaro» avrebbe detto Castro dei cubani secondo il nostro autista dopo i primi risultati di questa apertura «potrebbero ritornare tutti dipendenti pubblici con un salario maggiore dei 30 CUC mensili (28 euro) previsto fino a ora». Per fare due conti, il viaggio da Trinidad a Varadero, con stop di 1h a Santa Clara, per un totale di circa 5 ore, ci è costato in totale 120 CUC. Costoso certo, ma anche il Viazul, il bus che collega l’isola non era proprio a buon mercato: 38 CUC a persona. «Sai quanto ho pagato questo taxi?» mi chiede l’autista riferendosi alla Peugeot 306 di metà anni ‘90 sulla quale stiamo viaggiando. «Non lo sai? Ho sborsato 35mila CUC ma ha l’aria condizionata». Accidenti! Mi vien da pensare. Per un ferro vecchio così! «Lo so che è tanto» continua «alcuni riescono a comprare le auto in altri paesi e poi farsele spedire via nave. Dicono che si risparmi». Sarà, ma di auto nuove ne ho viste ben poche.

Sono i racconti delle persone a restarti dentro.

A Trinidad siamo stati ospiti in una casa particular al confine della città. All’esterno aveva un muro gremolato color crema, gli infissi nocciola e una grande cancello in ferro che una volta aperto dava sul giardino. La nostra stanza era sulla destra, semplice ma pulita. I padroni di casa sono Yadel, ragazzo di 28 anni e la mamma Yadira. Yadel c’è solo la mattina in casa perché vive con la sua ragazza appena fuori Trinidad. Aiuta la mamma con i turisti perché conosce l’inglese. Vuole mettere via i soldi guadagnati per sposarsi, per formare una sua famiglia. Ci riempie di consigli per vivere bene il nostro soggiorno. Si quel ristorante è buono, fate quella via per arrivare al centro perché è più bella, andate al salto de Caburnì? Bello, ma che fatica arrivarci. In effetti è stato faticoso per noi e per il taxi che ci ha accompagnato. La Lada sovietica anni ‘60 che ci ha portato a Topes de Collantes si è dovuta fermare a metà strada.

«Agua nel motor» dice Darien accostandosi a bordo strada in prossimità di una fonte. A questo punto mi aspettavo che aprisse un tappo e la mettesse in circolo. Invece ha preso una brocca e come uno chef con la salsa, l’ha versata su tutto il motore. Tanto fumo ma l’auto è ripartita. Arte di arrangiarsi.

Siamo comunque arrivati in cima pochi minuti dopo e abbiamo visto dall’alto tutta la foresta dove nel ‘59 Fidel e i suoi combatterono aspramente gli abitanti di Trinidad che appoggiavano Batista. Anche fra queste montagne il Che si guadagnò la fiducia del lìder con carismatiche azioni di eroismo.

Guardando il panorama non è difficile immaginare gli scontri. Ma esiste pure un’altra versione, degli abitanti della zona. Guerrigliero per la libertà sí, ma senza pietà, che non si faceva problemi a fucilare gli oppositori.

Il memoriale del Che è a Santa Clara.

Ha un’aura di atea sacralità e dal 1997 ne conserva anche le spoglia terrene. Qui in una mostra si trovano degli spunti per ripercorrere la storia del Che. «Di che nazionalità siete?» ci chiede la signorina all’ingresso. «Italiani» e ci fa passare. Ci sono delle foto da piccolo, coi genitori, poi i primi camici da medico utilizzati a Buenos Aires (laureato in medicina con tre anni di anticipo), delle foto del viaggio in moto in America Latina e molti cimeli della rivoluzione. Borracce, pistole, fucili, cappelli, kit medici utilizzati, lettere, persino delle banconote firmate Ernesto Cuevara, Presidente del Banco di Cuba. Fu il viaggio in moto a cambiarlo. Prese coscienza delle disparità del continente e scrisse i diari della motocicletta, inno alla libertà. Poi una serie di foto e scritti illustrano l’incontro con Fidel, medico anche lui, in Messico alla fine degli anni ‘50, lo sbarco a Cuba sul Granma e l’organizzazione della guerriglia, da manipolo a «columna rebelde» nella Sierra Maestra fino alla vittoria del 1 gennaio 1959. Il Che poi lavoró per Cuba. Ricoprì diversi incarichi governativi. Fu Ambasciatore, Ministro e lavoró anche al ministero dell’Interno, proprio nel palazzo in Plaza de la Revolucion a L’Avana che espone la sua gigantografia in ferro un’immagine, quella scattata da Korda, che lo rappresenta, giovane e sognatore, in ogni angolo di Cuba come nel mondo.

A proposito di immagini, un capitolo a parte meritano i cartelloni stradali che ricordano i motti della rivoluzione. Vado a memoria: «Revolucion barrio por barrio», «Revolucion es unidad», «La revulucion es envincibile», «Revolucion es salud», «La revolucion es la grandiosa obra que nos difendemos», «Revolucion es cambiar todo lo que debe ser cambiado» e chissà quanti altri oltre all’immancabile «Hasta la Victoria Siempre».

In ogni luogo in cui sono stato ce n’era uno a ricordare che lì la rivoluzione ha vinto.

Anche nel distretto agricolo di Vinales. Lì siamo stati ospiti a Villa El Habano, casa particolare appena fuori dalla città. Una mattina abbiamo esplorato le valli a dorso di Moro e Caramelo con hombre Pablo a fare da guida. La terra rossa, leggermente fangosa, le palme e altri alberi tropicali sono stati lo sfondo di una escursione che ci ha portato a una coltivazione di caffè, a un punto panoramico e poi a una piantagione di tabacco.

Qui dopo aver cavalcato tutta la mattina ci ha accolto il signor Martinez, il coltivatore, il quale ci ha spiegato che agosto non è la stagione del tabacco ma che tutto si svolge nel periodo autunnale e invernale. Le foglie della pianta vengono raccolte e quelle più in alto, maggiormente esposte al sole, di marrone scuro, formano l’interno del sigaro mentre quelle più in basso, chiare, si utilizzano per rollare: per sigillare si usa il miele. Alla fine della spiegazione abbiamo fumato un sigaro.

«Il governo» dice Martinez. «ci trattiene il 90% del raccolto, pagandocelo. A noi coltivatori rimane il 10% per la libera vendita e il consumo personale».

Per loro è normale così. La qualità che coltiva è la Montecristo, adatta ai fumatori principianti. In sostanza sono gli stessi sigari che si trovano in tutte le case dell’Habano a L’Avana. Noi ci siamo stati in una per cercare dei sigari originali. Siamo andati in calle Obispo, all’Avana vecchia e abbiamo comprato dei sigarito Montecristo, alcuni Partagas e un Cohiba. Mi erano stati chiesti dei Partagas 898 (rollati a mano), ma nè lì, nè presso la fabbrica dietro al Capitolio, sono riuscito a trovarli. Una nuova ricerca sarà un buon motivo per ritornare in una città che si è dimostrata accogliente, sicura, affascinante e terribilmente decadente.

Di sera è facile perdersi per le calle intorno a Plaza Vieja ma mai ho percepito una sensazione di insicurezza o pericolo.

Anzi, molto spesso è la musica a guidarti nella semioscurità verso i luoghi più belli, dove i musicisti suonano fino a ora tarda e turisti e cubani si divertono bevendo mojito, pinacolada o daiquiri. Così facendo una sera siamo finiti in una piazzetta. Li uno dei tizi del ristorante ci ha raccontato che suo fratello vive a Reggio Emilia, che in Italia si vive e si mangia bene. Alla fine ci siamo fatti convincere e abbiamo mangiato un’aragosta a testa nel ristorante che ci proponeva.

Proprio lì di fianco, qualche ora prima, avevamo fatto la prima coda per la tarjeta.

La tarjeta è la tessera da grattare che ti permette di connetterti a internet in Wi-Fi per un’ora in alcune piazze o vicino agli hotel al costo di 1.50CUC. Sarà la prima coda di una serie: L’Avana, Vinales e Trinidad ci vedranno all’ufficio delle telecomunicazioni per fare acquisti insieme ad altri turisti e cubani. Code che si sono ripetute in altri luoghi. La banca per prelevare: perché se non funziona il bancomat devi andare allo sportello. O al market dove puoi trovare facilmente del rum ma mai dei biscotti.


Cuba è un altro mondo. Un paese povero economicamente e bloccato per anni dall’embargo ma fiero e orgoglioso, ricco moralmente e culturalmente. Un paese da visitare per le sue bellezze come la spiaggia di Varadero o di Cajo Jutia dove il mare è trasparente. Dove la storia la trovi sui in strada sui cartelloni e nei racconti e sui volti delle persone.

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