Diouf
Diouf è senegalese, ha 42 anni e vive qui dal 2004. È altissimo ed esile. In paese lo conoscono tutti: un tipo silenzioso ma con un sorriso contagioso. Io lo incontro spesso mentre passo e spasso sulla provinciale. La sua figura è facilmente riconoscibile: i ragazzi del bar lo distinguono da oltre 100m di distanza quando si ferma agli stop e allunga il suo collo sull’incrocio. Lo fa anche se è sempre a piedi, anche se la strada è spesso deserta. Non ha auto e ogni alba fa da casa sua ai campi a passi lunghi e retti. Non piega quelle maledette ginocchia: viene da chiedersi come fa. Stessa storia alla sera quando ritorna in paese. Mentre passa difronte alla piazza principale, i ragazzi cercano sempre di offrirgli una birra; lui raramente si ferma, ma sorride e ringrazia ogni volta . Ha da fare, non si sa bene cosa. Diouf è uno di loro. Ha la pelle di un altro colore, ma lavora, lavora sodo come tutti quelli della sua generazione in paese. Ha preferito i campi ai mattoni, la terra al cemento. Dice che i pomodori hanno bisogno di maggiore cura rispetto a un muro a secco. Diouf è uno di loro, lo sa e ne è contento. Io lo incontro spesso mentre passo e spasso sulla provinciale: lì dove la strada curva in direzione mare, lì curva anche la sua schiena.

Diouf non è solo. Una macchiolina bianca lo accompagna sempre a pochi metri di distanza. È Vito che un po’ raccoglie, un po’ urla, un po’ accarezza la terra, la sfrega tra pollice e indice per poi maledire il sole o benedire il cielo. Vito è italiano, ha 76 anni e vive qui da quando è nato. Lo incontro spesso insieme a Diouf lì sulla provinciale: mentre il volante gira, ruota anche il mio sguardo di pochi gradi a ovest rispetto a quell’uomo alto e scuro. Vito è un agricoltore in pensione che non ha saputo lasciare i campi neanche ora che l’azienda è chiusa e ha venduto ettari di terra e il suo trattore. La vita gli ha regalato grandi raccolti e una grande casa costruita nel ’65, ancora oggi a detta di tutti la più bella del paese. La divide da 53 anni con Maria Antonietta, moglie fedelissima che ogni giorno lo segue nei campi e lo osserva dalla sua sedia in plastica bianca. Mentre lui lavora, lei cuce, sminuzza delle verdure o legge (forse fa solo finta) riviste di gossip vecchie di mesi, magari anni. La vita ha regalato loro grandi raccolti, ma nessun figlio. Almeno fino a quel pomeriggio in cui 8 anni fa, rientrando al paese come ogni giorno a bordo della loro Ape Piaggio, incrociarono la schiena esile di un ragazzo molto alto e scuro. Trascinava una bicicletta al suo fianco lungo la banchina della provinciale: le sue caviglie molto più gonfie delle ruote del mezzo vecchio e malandato. Lo fecero balzare sul cassone insieme alla sua bici e possiamo dire che da allora non è più sceso.
Diouf ha appreso da Vito i segreti della terra e quelli di un mestiere che ormai in pochi al paese, anche della sua generazione, conoscono. Da Antonietta ha imparato i sapori della cucina: la domenica sera mentre Vito è al bar e Antonietta in chiesa poco lontano, Diouf prepara la cena e sembra se la cavi piuttosto bene. Quella vecchia donna gli ha insegnato a leggere e scrivere in italiano come a voler dimostrare che quelle riviste servono poi a qualcosa. E se chiedete a Diouf quale sia il regalo più grande che Antonietta gli abbia mai fatto, sembra lui risponda con un sorriso bianco, bianco ed enorme su quel viso nero di terra e sole, nero di altri luoghi e di un’altra generazione. A quel sorriso seguono poche parole: «Mi ha insegnato ad accettare gli altri e che la fiducia si conquista col sudore. Mi ha insegnato la pazienza e il rispetto dapprima per un marito, un padre, che urla e predica per 10 ore».
