Il mio rifugio

Aleph Magazine
Sep 1, 2018 · 6 min read

Qual è il tuo posto preferito? Se da bambina mi avessero posto questa domanda, probabilmente avrei risposto con una piccola bugia, per proteggere il mio rifugio: l’ armadio a quattro ante, riposto su due piani, in cui mi fiondavo dentro, saltando dal letto e, infilandomi nei giubbini appesi. A volte volevo solo starmene sola, ma nella maggior parte dei casi, scappavo da mia madre, per non prenderle quando la facevo arrabbiare, così mi nascondevo lì.

Crescendo i posti stretti hanno iniziato a provocarmi claustrofobia, ho scelto di percorrere spazi verdi e orizzonti azzurri: ora il mio posto preferito è il mare. Un ottimo compagno. Non c’è un tempo in cui è più opportuno andarci. Sei su una spiaggia affollata in piena estate? nonostante il caos, il suo colore e la sua luce sono in grado di rubarti un sorriso, isolandoti dall’ ambiente caotico circostante. Se sei triste, invece, ti consola accarezzandoti con il rumore delle onde e, più di un amico, riesce a farti riflettere. Ancor di più, quando sei con la persona che ami funge da cornice ideale. Se potessi scegliere dove trascorrere “il mio giorno più bello” lo festeggerei su una spiaggia. Niente sfarzo. Solo: “Lu sule, lu mare e lu ientu” (come si dice in Salento).

Quando avevo all’ incirca sei o sette anni amavo agosto, perchè mio padre iniziava le così tanto attese (da me, non da lui) ferie e quello per me significava solo una cosa: quindici giorni di mare. Ogni mattina sveglia alle ore 5, mi recavo in camera dei miei genitori sovraeccitata, saltellante affinchè loro si alzassero ( immaginate che buongiorno a mo’ di “famiglia Mulino Bianco” potessero ricevere i miei).

Nonostante, i miei genitori non siano due delfini, come Domenico Fioravanti o Federica Pellegrini, ma non ho mai avuto timore del mare. Anche se mia madre a malapena bagnava il corpo fino al busto e mio padre galleggiava, non appena arrivavo sulla spiaggia, scendevo di corsa le cunette scogliose spogliandomi del copricostume e mi immergevo nell’ acqua cristallina. Colore che puoi ammirare benissimo alle 7 del mattino, quando noi puntualmente giungevamo a riva. Come una piccola balenottera mi tuffavo e mi dimenavo in quelle acque: stile libero, ma libero a modo mio. Adesso di fronte al mare provo ancora meraviglia, mirarlo nel momento in cui sorge o tramonta il sole, o ancora scorgere la luna riflessa in una notte d’ estate desta ancora dello stupore. Ma se guardi l’ orizzonte c’è una “frontiera”. Tra cielo e mare. Tra cielo e terra. Quand’ ero più piccola mi piaceva pensare che il cielo fosse un tutt’uno con il mare: non vedevo l’ orizzonte! Crescendo inizi a comprendere il pericolo, capisci che se scendi la cunetta correndo, tra cocci di bottiglia e sassolini, probabilmente potresti cadere e farti male. Sarà pur vero che alcune volte lo faccio ancora, ma con una differenza: ora sono consapevole.

Il mare è uno degli elementi di cui un essere vivente non può fare a meno: è una risorsa. Quanti di voi riescono a scorgere l’ orizzonte? Cosa vedete? Io vedo delle persone dimenarsi tra le onde proprio come facevo da bambina. Io però non ero costretta. E agitavo le braccia come “un burattino” perché non sapevo nuotare. Ecco. Vedo il mare con occhi diversi ora. Vedo una me che si tuffa ancora da uno scoglio consapevole degli ostacoli del mare. Vedo il mare che oggi per alcuni è solo una via di fuga.

Il CD con il quale si viaggiava alle ore 6 verso il mare? Lucio Battisti. Ricordo mio padre canticchiare. È simpatico quand’ è di buonumore, e anche un po’ buffo se ci penso. I versi che mi vengono in mente ora?:

“Come può uno scoglio

arginare il mare

anche se non voglio

torno già a volare..”

Frenare e circoscrivere sono due sinonimi del verbo arginare. A oggi, i nostri mari sono circoscritti da scogli più grossi: navi di migranti.

“Come può una nave

arginare il mare

se senza chiave

torna già a “remare” .

Vedo post sui social con hashtag tipo:”Meriteremmo tutti una vita vista mare”. Ma voi lo conoscete il mare? Mio padre me lo dice sempre:” Non scherzare con l’acqua del mare (è pericolosa)”. Il mare non è più quello della casa estiva sul pendio in discesa, dove al mattino aprendo la finestra t’ immergi nell’aria che ha il sapore della brezza marina; dove le onde infrangendosi contro gli scogli sprigionano tante piccole goccioline d’ acqua che in contrasto ai primi raggi del sole appaiono come tante lucciole, che in un batter d’ occhio spariscono. Si dissolvono, trasformandosi in detriti luminosi di uno specchio frantumato: la realtà.

Nei nostri mari, al Sud, se ti svegli al mattino puoi notare le case ricoperte da polvere rossiccia, mista al color ruggine. Non sono case di mattoni, magari deteriorate come quelle che puoi trovare a Moncalieri. Non è certo in riva al mare la porpora ricavata da piccoli molluschi marini, chiamati” muricae comune” dai quali si ricavava nell’ antica “Età Imperiale”. Non ci sono più gli antichi Fenici a lavorarli. E le stoffe si tingono di rosso anche oggi, ma di quel rosso che ti scorre nelle vene: rosso sangue.

A volte mi par di vedere la concezione verghiana dell’ “ ideale dell’ ostrica” in atto nella società di oggi.

“Eppure , vedete, la cosa più facile che non sembri: basta non possedere centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’ azzurro, che vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta perché quei poveri diavoli […]trovino fra quelle loro casipole sgangherate e pittoresche […] tutto ciò che vi affannate a cercare a Parigi, a Nizza ed a Napoli”.

[…] “ — Insomma l’ ideale dell’ ostrica!- direte voi. — Proprio l’ ideale dell’ ostrica! E noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi-.

Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, […]questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, […] mi sembrano — forse pel quarto d’ ora — cose serissime e rispettabilissime anch’ esse.”

(Giovanni Verga, da Fantasticheria in Vita dei campi, 1880)

Sui valori da preservare non ti do alcun torto caro Verga, e sarà pur vero il detto: “Chi troppo vuole, nulla stringe”, sarà verissimo che se scrivo del mare è perché come l’ ostrica sono attaccata al mio scoglio. Ma come lei, so anche trasformare in positivo un ospite sconosciuto dando alla luce una perla. Per questo tra circa un mese “salperò” per imbattermi nei pesci più grossi.

Tra l’altro, non posso mica chiedere a Baricco di aprire una succursale a Bari? Tanto vale svegliarsi a Porta Palazzo, e parlare con un marocchino che ha vissuto davvero una vita vista mare, quando il suo unico svago da ragazzo era la spiaggia, una nuotata in compagnia e un pezzo di pane condiviso, ma che ora può solo ricordare. Già, perché non potendo oltrepassare “la frontiera” non può tornare a casa. Preferisco parlare con queste persone piuttosto che vedere gente che si sveglia ancora dove il mare e tra l’azzurro e il verde ma non sa cos’è fin quando non si ritrova a nuotare da solo.

Ah. Dimenticavo! Le mie lunghe passeggiate a Torino si svolgono tra parchi e collinette ma soprattutto lungo il Po. Lì, la penna sul mio taccuino scorre davvero come un fiume in piena e, mi sembra di isolarmi a tal punto da tornare in quel mio primo rifugio: l’ armadio a due piani e a quattro ante.

Comasia Scialpi

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