Indios, gli ultimi diversi

Sono rimasti in 5, in un piccolo, piccolissimo fazzoletto di foresta pluviale accerchiato da piantagioni di soia e allevamenti che negli anni si sono espansi divorando la loro terra. É questo ciò che resta della tribù degli Akuntsu nello stato di Rondônia in Brasile. Era il 1995 quando il FUNAI (il dipartimento del governo brasiliano per gli affari indigeni) li contattò per cercare di proteggerli dal lento sterminio che stavano subendo. Il loro territorio venne messo sotto protezione ma ormai il danno era compiuto. Gli allevatori avevano già occupato da tempo la terra in cui vivevano e avevano ucciso gran parte dei membri della tribù. Per coprire le prove dell’orrore compito, avevano poi distrutto le loro case spianandole con i bulldozer. Ora gli Akuntsu aspettano la fine. Continuano a portare cavigliere fatte di fibre vegetali intrecciate. Non usano più le conchiglie per costruire le collane tradizionali. A cingere i loro colli sono pezzi di plastica recuperati dai contenitori dei pesticidi lasciati dagli agricoltori.

Claude Lévy-Strauss accampato sulle rive del Machado

Quando Lévy-Strauss scrisse Tristi tropici nel 1955 era mosso da un senso di nostalgia e di colpa che si trasformano all’interno del libro in un atto di denuncia. Dopo le sue ricerche negli anni ’30 tra i Bororo e gli Yaomami in Amazzonia tornò in quelle terre che nel frattempo erano cambiate profondamente. Ai suoi occhi quei tropici saccheggiati dalla colonizzazione e dai turisti, descritti dalla letteratura di viaggio come luogo di straniamento ed evasione per i bianchi, diventano tristi. La loro tristezza è il frutto della devastazione portata dalla civiltà occidentale che non rispetta la natura e le società che ci vivono. L’Altro diverso da sé, l’indio è stato sterminato o assimilato a un modo di vivere che non fa più del rapporto armonioso con la natura il suo perno. Un modo di vivere che distrugge alla base la fonte di vita degli indigeni, la foresta amazzonica. “L’occidente — scrive Lévy-Strauss — di fronte a questi primitivi che basta aver visto solo una volta per esserne edificati […] recita a se stesso la commedia di nobilitarli nel momento in cui riesce a sopprimerli, mentre quando erano davvero avversari, provava per essi solo paura e disgusto”. Mai come nella storia degli indios è stato più evidente che il dominio sulla natura e lo sfruttamento delle sue risorse per alimentare gli eccessi di una società passa attraverso il dominio e lo sterminio di altre società, di altri uomini e donne.

All’arrivo dei primi coloni nel 1500, l’attuale Brasile era popolato da 11 milioni di indiani suddivisi in 2000 tribù. In un solo secolo dal primo contatto ne morirono il 90% a causa delle malattie portate dai coloni e della schiavitù. Oggi in Brasile vivono circa 240 tribù per un totale di quasi 900.000 persone, lo 0,4% della popolazione del paese. Il governo ha riconosciuto alla sua popolazione indigena 690 territori, pari a circa il 13% del suolo brasiliano. Quasi tutti questi territori protetti (il 98,5%) si trovano in Amazzonia e sono abitati da circa la metà degli indiani del paese. L’altra metà vive al di fuori dell’area amazzonica, dove si trova solo l’1,5% delle terre riconosciute come aree indigene.

Ma è proprio la questione dei territori protetti che continua a essere rimessa in discussione dalle grandi multinazionali. Nonostante lo sconfinamento sia di fatto illegale esistono delle zone in cui il divieto non viene rispettato. Ma se da un lato ci sono le grandi multinazionali che proseguono la loro opera di deforestazione per estendere le piantagioni o fare spazio all’allevamento, dall’altro anche il Congresso brasiliano gioca la sua parte.

Nel 2015 è entrata in funzione la diga Belo Monte, la terza più grande al mondo. La sua progettazione si situa all’interno del Programma di Crescita Accelerata che mira a stimolare la crescita economica del paese attraverso la costruzione di grandi infrastrutture principalmente nella regione amazzonica. Mosso da tale obiettivo il governo brasiliano ha dato il via libera alla costruzione dell’impianto senza che venissero consultate le popolazioni indigene che avrebbero patito le conseguenze del progetto, prima tra tutte la deviazione dell’80% del corso del fiume Xingu, terzo affluente del Rio delle Amazzoni. Il responsabile del cantiere è il consorzio di imprese statali e fondi pensionistici Norte Energia. I finanziamenti sono arrivati principalmente dall’istituto di credito brasiliano O banco nacional do desenvolvimento, una delle banche di sviluppo più grandi al mondo.

Proteste contro il progetto della diga Belo Monte

Durante la sua costruzione gli indiani Kayapó e altre tribù hanno cominciato a protestare e a organizzare grandi manifestazioni. La consultazione dei gruppi indigeni non è solo sancita dalla Costituzione del paese ma anche dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e dalla Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite, controfirmata dal Brasile. La Norte Energia sostiene di aver consultato varie tribù nel 2007 e nel 2010 e di aver risarcito l’intera regione con una somma pari a 25 miliardi di euro. Ma la proposta della costruzione della diga è degli anni ’80, ai quei tempi nessuno si preoccupò di consultare le popolazioni che sarebbero state coinvolte.

Il FUNAI ha dichiarato che nelle aree vicine al cantiere ci potevano essere dei popoli incontattati, quelli cioè che non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno alla foresta, com’erano gli Akuntsu prima dell’arrivo dei bulldozer. Gli impianti idroelettrici hanno devastato un’area di 1.500 chilometri quadrati di foresta pluviale e causato lo sfollamento di oltre 40.000 persone. Le acque del fiume sono state inquinate mettendo a rischio non solo la biodiversità amazzonica ma anche l’alimentazione e il sostentamento delle popolazioni che vivevano in quel territorio.

Si era stimato che la diga dovesse produrre 11.000 megawatt di energia che però riesce a coprire solo nei 4 mesi di piena del fiume Xingo. Per il resto dell’anno invece sfrutta solo il 40% circa del suo potenziale, 5.000 megawatt.

Pare così che i tropici di Lévy-Strauss siano diventati oggi ancora più tristi. Gli indios, come i Guarani che ormai vivono nei pressi delle città, abitano spesso in baracche lungo il ciglio delle strade. I loro leader vengono sistematicamente presi di mira e uccisi da milizie private, assoldate dagli allevatori di bestiame per impedire loro di occupare la propria terra ancestrale. I popoli incontattati esistono ancora ma sono continuamente minacciati. Alcuni sono in fuga perenne, si spostano lontano dai cantieri, dalle macchine e dalla deforestazione. Si spingono nel cuore della foresta amazzonica, lasciando i loro villaggi. Hanno dimostrato più volte di non voler avere nessun tipo di rapporto con l’esterno. Il FUNAI che in Brasile ne segue i movimenti ha il compito di testimoniare la loro presenza sul territorio scattando fotografie da un elicottero. É l’unico modo sicuro per avvicinarsi a questi gruppi di persone, dato che le loro difese immunitarie non coprono malattie semplici come l’influenza. Ma questo è anche l’unico modo per provare la loro esistenza. Le componenti del governo vicine alle multinazionali, negano la presenza di queste popolazioni pur di non cessare l’espansione nei loro territori.

La tristezza dei tropici si configurava agli occhi di Lévy-Strauss come uno scontro tra due società ormai opposte. Le società calde, quelle occidentali hanno perso la loro capacità di rapportarsi alla natura in modo armonioso. Hanno creato al loro interno un disequilibrio che genera un’energia innovatrice ma che brucia tutto ciò che le circonda, che divora il mondo naturale e gli uomini per potersi tenere in vita. Al contrario le società fredde, sono rimaste uguali a se stesse, hanno mantenuto l’unità tra i due universi ma vengono inghiottite lentamente dalle fiamme delle prime.

Ma per quanto questa distinzione generi un’immagine che ci dice molto del nostro modo di relazionarci con l’Altro non ci restituisce tutto. Perché sì i tropici sono tristi, le persone muoiono per mano di altre come se le loro vite non avessero la stessa importanza, gli indios che sono stati assimilati alla vita fuori dalla foresta vivono ai livelli più bassi della società brasiliana, molti sono persi in un mondo i cui non riescono ad orientarsi. Ma c’è una via che si può percorrere, differente da quelle dell’eliminazione o dell’assimilazione e della perdita.

La storia dei popoli indigeni e quella dell’occidente non si devono per forza perpetrare come se non si potesse uscire dai solchi tracciati da un colonialismo senza fine. Molti indios si impegnano nella salvaguardia dei loro diritti, della propria cultura, delle tradizioni. Sono sostenuti da organi internazionali e da movimenti mondiali, tra i più grandi Survival International che si unisce alle loro lotte e si impegna per la salvaguardia delle terre dei popoli incontattati, per rispettare il loro volere di vivere isolati come protettori della foresta che abitano.

Se Lévy-Strauss era mosso da un senso di colpa e di perdita per lui irrimediabili era anche perché vedeva le popolazioni indigene indifese e avrebbe voluto che il loro modo di vivere rimanesse intatto, lasciato lì a mostrare all’uomo occidentale quello che aveva perduto. Il suo desiderio era che gli indios non cambiassero mai, che fossero conservati come possibilità viventi di un’umanità altra. E per quanto si possa comprendere questo sentimento di nostalgia straziante non si può fare a meno di riconoscere nelle popolazioni indigene uomini e donne come noi, in grado di decidere per loro stessi secondo la propria coscienza di popolo o di gruppo e individuale. Si tratta in sostanza di fare in modo che la diversità non si trasformi in disuguaglianza, di vivere cioè la differenza nell’uguaglianza e nel rispetto. Allo stesso tempo la sfida che il Brasile (e non solo) deve affrontare oggi più che mai è quella di imparare dalla sua storia. Se si ignora la storia si rischia di ripeterla ma non è per il fatto di conoscerla che sappiamo realmente quel che occorre fare. È necessario analizzare le armi della conquista se si vuole che essa un giorno abbia fine.

Paola Colombo