La Sartiglia e la sagranizzazione degli eventi.
insopportabile
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E’ una realtà che, traslata, conosco molto bene: da anni vivo nel volontariato della miriade di rievocazioni storiche delle Marche. Una offerta culturale(?) e turistica ipertrofica fatta di eventi piccoli e piccolissimi dalla quale emergono rarissime eccezioni. Su tutto si stende il velo della “sagra” spesso come metodo di autofinanziamento.
Mi sono fatto nel tempo l’idea che questo sia frutto -almeno nel mio territorio-della concorrenza di diversi fattori:

  • il primo è senza dubbio culturale: vabbè che l’Italia è piena di tesori nascosti tutti da scoprire, ma va da sé che non è possibile che ogni borgo possa vantare un passato aulico o una tradizione originale degna di essere tramandata alla posterità. Il vizio di qualità risiede quindi spesso nell’idea all’origine dell’evento rievocativo, che solo un imponente lavoro di marketing del territorio (che brutta parola) potrebbe risolvere; se la gente quindi non viene per la festa, mettici una bella sagra e fai il pienone, no?
  • il secondo è di scala: possono territori di poche migliaia di abitanti produrre i talenti, le forze e le risorse necessarie a costruire un evento di qualità, capace di attrarre un turismo informato? servirebbe una regia ampia, di territorio, ma nel paese dei guelfi e ghibellini…
  • il terzo è quindi politico: gli amministratori locali non hanno la visione necessaria a proiettare gli eventi (quelli meritevoli) su una scala maggiore; non avendo la visione, non troveranno mai i talenti e le risorse (anche fuori dal territorio) necessari a far vivere gli eventi: si affideranno alla buona coscienza di cittadini armati di buona volontà ma sprovvisti di portafogli e conoscenza, regalando loro quel tanto che basta al consenso di piccolo cabotaggio e confidando nella capacità di fare cassa della sagra.
  • il quarto ed ultimo è di tipo burocratico: quando anche si sia percorsa la strada della qualità e si provi a tentare un salto anche dal lato della cultura gastronomica, il friggitore di turno la farebbe comunque da padrone. Lo farebbe perché la standardizzazione della sua attività, il suo rincorrere i numeri ed offrire lo stesso panino a Vipiteno e ad Andria, gli consente di adempiere con più facilità agli obblighi di legge sulla sicurezza e la tracciabilità alimentare di quanto non lo sia per il piccolo produttore di formaggio.