La lettera di rifiuto più lunga della storia

Come ho risposto ai partecipanti di una selezione di narrativa breve di genere

Non esiste un galateo per redigere la lettera di rifiuto perfetta. L’esperienza ci insegna, però, che una casa editrice risponde appellandosi a tre ragionevoli motivi, di solito: l’opera non rientra nella linea editoriale (e spesso è davvero così); l’opera ha una trama originale ma lo stile dell’autore lo è meno e abbisogna di ulteriore lavoro e riflessione su se stesso (senza il loro supporto); l’opera fa così schifo che non si sono trovate altre eleganti perifrasi per dirlo.

Mentre la “terza via” scompare, la prima continua a ingrossarsi, e allargarsi, fino a ingurgitare le altre. Non siamo più abituati a lettere cattive e sincere, come quella inviata a Ernest Hemingway per Fiesta.

«Se posso essere schietta, signor Hemingway — lei sicuramente lo è, nella sua prosa — ho trovato il suo libro noioso e offensivo al tempo stesso. Lei sicuramente è un “vero uomo”, non è così? Non sarei sorpresa di scoprire che ha scritto tutta la storia chiuso dentro a un club, con il pennino in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra.»

Qualcosa mi dice, invece, che anche nel 2017 un editor di casa editrice — forse un adepto della literary fiction, religione che chiede di non avere altro Dio all’infuori di sé — avrebbe potuto rifiutare Carrie di Stephen King con un semplice, banale, scontato (e stupido): “Non siamo interessati alla fantascienza distopica. Non vende”.

A febbraio di quest’anno ho deciso di organizzare una selezione (molto informale) di narrativa breve di genere per una casa editrice con cui collaboro. Mi sembrava un buon modo per leggere autori nuovi, che altrimenti non sarebbero arrivati a me attraverso i canali tradizionali (colleghi, redazioni, agenti letterari).

In pochi mesi ho letto (alcuni più volte) e valutato più di un centinaio di inediti, e alla fine mi sono ritrovata a dover fare una scelta (uno, due o nessuno). Non solo: a dover preparare una risposta che valesse per cento persone diverse.

Non ho scambiato una parola — o un like, o un commento che sia — con la maggior parte di loro. Non so chi sono, cosa fanno, se non qualche dettaglio che, a loro discrezione, hanno aggiunto nell’e-mail.

A questi autori sconosciuti dovevo spiegare la mia scelta, senza poter parlare del loro testo nello specifico: cosa non mi è piaciuto, cosa non funziona, cosa si può migliorare e cambiare. Impossibile scrivere a ognuno, singolarmente, allegando una valutazione, anche sommaria. Ci avrei impiegato un paio d’anni, probabilmente, invece di qualche mese.

Avevo pensato — gli appunti nel celebre quaderno blu lo testimoniano — di fare un riassunto di errori e problemi (e, perché no, cose buone) che avevo riscontrato durante la lettura, magari usando qualche estratto strategicamente e opportunamente cambiato.

Non l’ho fatto. Un po’ perché non volevo appesantire un messaggio di rifiuto, col rischio che sembrasse una condanna o un giudizio scolpito sulla pietra; un po’ perché — forse — una generalizzazione del genere non sarebbe servita a nessuno in particolare, dato che ogni autore (e ogni storia) ha bisogno di un trattamento specifico. Al bando le ricette miracolose di scrittura.

Allora mi sono seduta alla scrivania e ho scritto la cosa più sincera che sentivo, qualcosa che non servisse a buttare giù, a disilludere chi aveva prodotto — anche male, sì, bisogna ammetterlo — un racconto, e me lo aveva mandato corredato e sigillato da speranze e aspettative, ma a incoraggiarlo a scrivere meglio, a non sentirsi soddisfatto della propria opera, di continuare a provare.

Volevo spiegare che una selezione non è mai “innocente”, e l’ho fatto. Che ricevere un “no” fa schifo, ma a volte dirlo ancora di più.


Is there a writer in this class?

“So many people can now write competent stories that the short story is in danger of dying of competence.” 
Flannery O’Connor

Nell’articolo “Visto non si stampi” del 1985, Grazia Cherchi scrive che “il mestiere di lettore implica, oltre a una certa propensione al masochismo, anche il carico di una notevole responsabilità morale”.

Nel corso degli anni torna più volte sull’argomento, lei che leggeva una decina di dattiloscritti a settimana senza morirne, e chiarisce dopo quale sia questa responsabilità morale. Il lettore esterno di una casa editrice è spesso l’unico giudice dell’opera: un “no” è definitivo, mentre un “sì” non altrettanto per garantire la pubblicazione.

Il giudizio del lettore deve essere deciso: non c’è spazio per debolezze o ripensamenti. Il romanzo è buono, e allora può continuare il viaggio nella filiera, o non lo è. Nascosto da qualche parte, però, forse dentro un cassetto polveroso, c’è il pericolo dello “sbandamento del gusto”.

È lo stesso dubbio che mi coglie quando, appunto, leggo e valuto manoscritti inediti. In teoria, quelli molto belli e quelli molto brutti sono semplici. Sembrano illuminati dall’interno, complice una sorta di auto-evidenza cartesiana che non è possibile ignorare. Te lo dicono loro: “tienimi” o “scartami”.

Nella realtà — dopo più di sei anni di letture professionali lo so — non è così semplice. Non ho ancora incrociato la strada con un libro molto bello, per esempio, ma ho fatto scorta degli altri. Sempre più di frequente, e forse non è del tutto un male, i manoscritti non sono né belli né brutti, ma si situano nella zona di confine che comprende quelli bruttini, quelli mediocri, quelli scritti bene ma senz’anima, quelli scritti bene con qualche guizzo che però non trova un’articolazione adeguata o soddisfacente.

La difficoltà, allora, si trasforma: leggo un testo, che non è buono e nemmeno pubblicabile, e devo capire se la “bontà” che cerco è latente e se può essere, in qualche modo, estratta, lavorando con l’autore, aiutandolo, seguendolo, contribuendo, in un certo senso, alla sua nascita. Ecco cosa fa l’editor, quando nessuno lo guarda.

Da 1 marzo al 31 maggio ho passato parte del mio tempo libero a leggere i vostri racconti. Dico racconti anche se alcuni erano novelle o romanzi brevi a tutti gli effetti. Dopo la prima scrematura, ne sono sopravvissuti settantotto. Dopo la seconda scrematura, diciannove. Dopo la terza, sette. Dopo la quarta, tre. E qui mi sono fermata, o meglio: arenata.

Non avevo, e non ho, l’obbligo di scegliere qualcuno per forza. E nemmeno di sceglierne soltanto uno, a dire il vero. Gli ultimi racconti hanno innescato una crisi perché non erano perfetti, però ci vedevo qualcosa e ho passato giorni a pensarci, a capire quale poteva essere la scelta migliore, se non giusta; quale idea m’interessava approfondire di più.

Allora ho eliminato il primo: breve, molto classico, forse troppo, scritto correttamente e con alcune frasi riuscite, che saltavano fuori dalla superficie per poi inabissarsi di nuovo nel resto (purtroppo), scomparendo.

L’autrice aveva del talento, secondo me. Quanto, non so, avendo letto solo poche pagine. Però, come diceva Carver ne Il mestiere di scrivere, “ci sono scrittori che di talento ne hanno tanto; non conosco scrittori che non ne abbiano. Ma un modo di vedere le cose originale e preciso e l’abilità di trovare il contesto giusto per esprimerlo sono un’altra cosa”.

L’ho scartata perché non c’era nulla di speciale, nessun territorio da esplorare, nessuna profondità da sondare. La “colpa” del racconto è che non mi ha trascinata da nessuna parte: leggevo e stavo ancora seduta alla scrivania, la prima volta, o sdraiata sull’erba, la seconda.

Col secondo è stato ancora più difficile: lunghezza media, fantascienza, scritto correttamente, anche stavolta, ma migliorabile. Mi ha ricordato un po’ Arrival. Come se, alla lontana, condividessero la stessa poetica, lo stesso modo di porre (e porsi) domande.

L’ho scartato perché andava riscritto e ripensato dall’inizio, perché l’autore doveva osare di più, soprattutto nella prima parte. Mi aspettavo uno sforzo linguistico, ma anche immaginativo, ulteriore.

Ho scelto il terzo: un racconto di appena quattro pagine che però conteneva un mondo, e un personaggio, che volevo conoscere meglio. Che mi ha, in qualche modo, convinta a scrivere all’autrice: “ehi, mi è piaciuto, lo ampliamo e ci lavoriamo assieme?”.

Vi ho raccontato così, per sommi capi, questa esperienza e la difficoltà della selezione. Che è personale, e fallibile, e richiede tempo. Non solo per leggere, ma per riflettere, digerire, valutare e cogliere, quando ci sono, le potenzialità nascoste.

La selezione, poi, è ancora più problematica quando non c’è un testo che spicca sugli altri, ma ce ne sono diversi che potrebbero farlo, alle giuste condizioni, nel giusto contesto, col giusto lavoro. Anche questo non è garantito, comunque: è più una scommessa che si fa con la scrittura, la storia e l’autore.

Considerazioni finali

Un rifiuto non è la fine di niente, nemmeno del mondo, letterario o meno che sia. Come ho già scritto, la selezione non è assoluta (ricordatevelo quando mandate manoscritti a editor, agenti e case editrici) e il racconto che ho preferito può essere meglio, o peggio, del vostro. La verità è che piaceva a me, e tanto è bastato.

Un rifiuto, però, può rappresentare l’occasione perfetta per riprendere il proprio testo, decidere che non si è affatto soddisfatti di com’è, e che si può fare molto meglio di così. Il mio augurio è questo.

E lo pensava anche William Faulkner, che alla domanda “Is there any possible formula to follow in order to be a good novelist?” rispose:

Ninety-nine percent talent… ninety-nine percent discipline… ninety-nine percent work. He must never be satisfied with what he does. It never is as good as it can be done. Always dream and shoot higher than you know you can do. Don’t bother just to be better than your contemporaries or predecessors. Try to be better than yourself. An artist is a creature driven by demons. He don’t know why they choose him and he’s usually too busy to wonder why. He is completely amoral in that he will rob, borrow, beg, or steal from anybody and everybody to get the work done”.

Infine, volevo ringraziarvi per aver partecipato: siete stati tantissimi e ho letto con piacere le vostre storie. Mi dispiace non poter rispondere singolarmente a ciascuno di voi, ma spero che questo messaggio sia meglio della solita e-mail standard.

A presto e buona scrittura,
Alessandra



Sono un’editor e una consulente freelance che si occupa di branding e marketing. Dal 2009 vivo una relazione impegnativa col mondo editoriale, ma ancora non ci siamo lasciati. Se ti piace come scrivo, unisciti alla tribù dei lettori di Elementary, la mia newsletter personale. È strana, simpatica e arriva sempre nel momento giusto.

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