Quattro cose che non hanno funzionato nel [mio] 2016

Dentro la vita di un’editor e consulente freelance

Secondo i miei piani — non scrivo “propositi” di proposito — il 2016 doveva essere l’anno della pausa, della riflessione, del prendersi cura di sé, del volersi bene. Invece, se guardo la lista di cose che mi ero diligentemente segnata nel planner giallo (poi dimenticate), è stato disastroso: sono ricaduta (ma quando ne sono uscita, poi?) nel vizio capitale di dedicarmi troppo agli altri, lasciando da parte me stessa, come se fossi un’abbonata speciale dell’ultima fila, quella lontanissima dalle priorità.

A volte ci sono cose che non possiamo impedirci di fare, abbaiava Snoopy. A volte accade lo stesso con il lavoro, soprattutto se hai fatto la sconsiderata scelta di trasformare la tua “passione”, dicono così, in una professione con conti, fatture, commercialista, tasse — molte tasse — da pagare. A volte le cose non vanno come le abbiamo programmate, per quante agende si possano avere, e con l’autunno ho pensato di scrivere — nero su bianco, e pubblicamente — quello che non ha funzionato nel mio anno lavorativo come freelance.

“She did not want to move, or to speak. She wanted to rest, to lean, to dream. She felt very tired.”
Virginia Woolf, The Years

1. Ho scritto di più, ma non abbastanza

Nel 2016 ho scritto molto e con più regolarità, tuttavia non abbastanza per la mia attività. Non ho finito l’eBook sulla gestione di Facebook (nell’attesa Zuckerberg ha deciso di cambiare il layout delle pagine), non ho pubblicato approfondimenti sul branding — di cui mi occupo già da un po’, ormai — e la lista d’idee per altri articoli si allunga, senza lasciarsi dare una spuntatina come dalla parrucchiera.

Per fortuna sono riuscita a scrivere le newsletter di Diario di Pensieri Persi, inaugurare Elementary (ora alla quinta puntata) e questo profilo Medium, nel quale ripropongo pezzi vecchi e nuovi. Ma l’obiettivo di un articolo a settimana (con coreana costanza e svizzera puntualità) è ancora lontano.

2. Ho lavorato troppo

Ho passato l’estate un po’ nello studio, un po’ attaccata al signor Condizionatore per lavorare e sopravvivere all’afa, perché i fidanzati perdonano (forse) ma non le deadline. È andata così per novanta giorni, più o meno, e la stanchezza mi accompagnava ovunque, ma almeno conciliava il sonno, che spesso arrivava prima dell’ora di Cenerentola.

Ho lavorato troppo, senza fermarmi, senza concedermi una domenica di svago o una settimana di vacanza — ero posseduta dal demone di Aleksej Grigor’evič Stachanov che minacciava da dentro di sbattermi nella prima miniera libera che avesse trovato — e mi sono trascurata. Non nel senso che non mi facevo la doccia e uscivo per le strade comunque, allo stato brado, per fortuna; non sono riuscita a regolarmi, a dire basta quando sarebbe servito, a chiedere di più agli altri, a prendermi del tempo per me stessa.

Guardare drama, anime, serie tv che non vedo da anni, ma soprattutto leggere bei libri. Mi sarei accontentata dell’Amica geniale che giace da mesi sopra il mio comodino, e invece niente, non mi sono meritata nemmeno il “romanzo di cui tutti parlano” (cit. fascetta Newton presa a prestito da e/o, stanca delle illazioni sull’identità di Elena Ferrante). Quando guardo il volto ruvido di Paul Valéry stampato sulla copertina dei Tre racconti (casa editrice SE, se siete curiosi), sembra quasi mi stia giudicando, dall’alto della mensola della scrivania sulla quale riposa.

3. Non mi sono dedicata alla promozione

Non mi piace promuovermi, ma è quello che ci si aspetta da un freelance, eppure non l’ho fatto quasi per niente. Sono rimasta nella mia sfera d’influenza, e le uniche novità sono state la pagina Facebook a mio nome e il profilo Medium, grazie al quale, complice Twitter, ho raggiunto un nuovo pubblico. I lettori sono arrivati, pochi, buoni e selezionati, tuttavia non c’è stato altro. Non ho sponsorizzato a pagamento gli articoli o i servizi, e questo perché non mi andava di rispondere ai “soliti idioti” che infestano gli annunci: “Ma perché devo pagare per un editing se scrivo già benissimo?”, per esempio.

4. Ho fatto scelte sbagliate

Sì, un po’ come quando al liceo ho deciso di non prendere subito la patente, rimandando all’anno successivo, e dopo gli esami di settembre, e dopo la maturità, e poi ad infinitum.

La cosa che ti frega è il circolo, l’eterno ritorno dell’uguale quando sei ancora ben lontano dall’essere diventato un Übermensch: sbagli, capisci di aver sbagliato, riprovi, e sbagli di nuovo, te ne accorgi, ma pensi al tempo che hai perduto (per la cosa o la rosa, se sei filosofo o poeta) e ti convinci che vale la pena ritentare. E dal labirinto delle possibilità, dei what if, delle sliding doors prese sul naso, non esci più. Vivo, almeno.

A fare da contraltare a un progetto sbagliato che ha rischiato di frantumare il delicato equilibrio delle mie preziose otto personalità, c’è stato Vietato Leggere all’Inferno, il progetto maledetto, quello che per la legge di Murphy attira qualunque tipo di sfiga possibile. Purtuttavia, dopo più di un anno di lontananza dall’etere internettiano, Speechless è tornata con questo nuovo romanzo, un action thriller a sfondo distopico scritto da Roberto Gerilli, con la prefazione di Giovanni Arduino.

È un libro che parla di libri, di lettori, editori e scrittori (buoni e cattivi), che più meta-narrativo non si può, che cita Michael Ende, Shakespeare, Tolkien, Dickens, con vari altri autori ancora viventi (per adesso), e merita molta, molta attenzione. Non perché sia scritto bene, o perché sia nuovo nel panorama della narrativa di genere italiana, ma perché l’ha editato la sottoscritta, ovviamente.

Conclusione

Sbagliare fa bene, basta farlo con attenzione, parsimonia e perseveranza (c’insegna sempre qualcosa), e sono sicura che prima di Natale riuscirò a sbucciarmi le ginocchia un’altra volta o due. Ma se qualcuno mi assicura che nel 2017 — cadessero mondo, stelle e universo — riuscirò a farmi una vacanza come si deve tra Giappone e Corea del Sud, allora lo farò volentieri. E che nessuno osi disturbarmi.

Soundtrack: You’re Lost Little Girl, The Doors


Alessandra Zengo è un’editor e consulente freelance. Si prende cura delle parole degli altri, sbroglia matasse ingarbugliate e aiuta gli scrittori a guardare con occhi diversi la propria opera e a migliorarla. Dal 2009 vive una relazione impegnativa col mondo editoriale, ma ancora non si sono lasciati.
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