Charlotte


Quando Nathan era entrato nella stanza, Charlotte era affacciata alla finestra e gli dava le spalle; guardava il sole tramontare su Ebensburg. Il ragazzo lasciò che il suo sguardo vagasse per il salone, e si rese conto della perfezione di quel momento: il pianoforte al centro brillava di uno sfavillante riverbero, e il divano grigio era meravigliosamente illuminato dalla luce naturale. E Charlotte… Oh, Dio, Charlotte. Si stagliava alta e maestosa, completamente immersa nelle sfumature del tramonto. Portava con eleganza un abito bianco sotto cui si poteva intravedere, di quando in quando, la pelle pallida e delicata. I capelli rossi le ricadevano sulla schiena, liberi e ribelli, terminando poco sopra la vita. Era un’immagine tanto sublime che Nathan ne fu quasi commosso.

Si avvicinò alla donna, che rimaneva immobile, come se volesse vedere chi, tra lei e il sole, avrebbe ceduto prima sotto i colpi del tempo. Solo allora si accorse che sul viso di lei non c’era traccia del dolce sorriso che aveva immaginato; vi era, anzi, un’espressione apatica e impassibile che gli fece male per la sua durezza. Gli occhi verdi acquistavano una strana lucentezza per via delle lacrime che li riempivano e che scorrevano poi lungo le guance piene, disegnandovi luccicanti strade. Teneva le mani raccolte in grembo, come a proteggersi. Non accennava ad abbassare lo sguardo. Persino nella sofferenza, Charlotte non perdeva la propria naturale e innocente bellezza.

Nathan si sentì egoista perché stava lì, ad ammirarla come un’opera d’arte, mentre qualcosa si agitava e la distruggeva dall’interno. Ma temeva di non poter essere d’aiuto, o addirittura di essere un intralcio; e tuttavia non voleva assolutamente muoversi. Forse rendendosi improvvisamente conto della sua presenza, e avvertendo il conflitto che sconvolgeva anche lui, Charlotte prese a tremare, e ogni tanto il suo petto veniva scosso da singulti irregolari. Faceva tutto questo sommessamente: giammai quell’angelica creatura avrebbe potuto essere la fonte di rumori molesti! Era così nobile, così dignitosa nella più avversa delle circostanze.

Il ragazzo avvertì di dover fare qualcosa, ma non osava sfiorare Charlotte, né avvicinarsi troppo, per timore di disturbarla e perché, all’improvviso, si era reso conto di avere paura. Paura di sbagliare, paura di ferirla. Temeva e desiderava quel contatto più di ogni altra cosa al mondo.

Infine la smania di sentire, di accarezzare, di toccare quella pelle vinse la paura, e Nathan posò cautamente una mano sul braccio di Charlotte. Ella sembrò non accorgersene nemmeno, ma dopo un tempo interminabile si voltò lentamente verso di lui. Lo guardò a lungo, forse saggiando le sue intenzioni. Ancora singhiozzava. Nathan, trovandosi così vicino a quella creatura dolorante, sentì un nodo alla gola; non piangeva insieme a lei solo perché non voleva gettarla in un ulteriore sconforto. Con estenuante quanto dolce lentezza, Charlotte posò la testa sulla sua spalla e si abbandonò completamente al suo abbraccio. Nathan, impacciato, misurava con precisione millimetrica ogni movimento, temendo di far qualcosa di sconveniente. Il solo sentire il seno di lei contro il proprio petto lo metteva a disagio.

Nathan poteva sentire il profumo della sua pelle, e ne era inebriato. Le sue mani erano gelide e il corpo di lei così caldo… Fu solo allora che capì: voleva averla. Charlotte doveva essere sua, o sarebbe impazzito. Non ebbe alcuna parte nella battaglia interiore che seguì: non era che uno spettatore, e vide, non sapeva se con gioia o con disperazione, l’istinto trionfare allegramente sulla ragione.

Prese a baciarle con prudenza le guance umide, stando ben attento che lei avesse la possibilità di negare, di ritrarsi, di insultarlo perché si stava approfittando in quel modo di una donna in difficoltà. Ma Charlotte non protestò e non si oppose. Anzi, accostò la testa a quella di Nathan, per agevolarlo, ed emise un lungo, tremante sospiro.

Il cuore del ragazzo ebbe un tuffo: anch’ella voleva! Ma perché lo voleva? Così bella e così intelligente… avrebbe potuto avere chiunque desiderasse; perché scegliere lui, che sarebbe uscito distrutto da un confronto? E se, ed era questa un’ipotesi che ammetteva con riluttanza finanche a se stesso, se il suo assenso fosse solamente temporaneo? Come avrebbero potuto vivere insieme nella stessa casa sapendo di aver commesso un errore di simile portata? Non voleva, non poteva perderla! Era così tanto tempo che seppelliva la propria identità da non ricordarsene più nemmeno lui; lei lo aveva aiutato a scoprire chi fosse, a trovare il proprio sentiero. No, una vita senza Charlotte non era fattibile! Del resto erano destinati a separarsi; non c’era spazio per i rimpianti. Sapeva che un giorno non ci sarebbe stato più nulla da insegnare, e allora…

Oddio, erano le sue labbra quelle? Nathan si sentì mancare: sapere che Charlotte gli si stava offrendo con tanta generosità era troppo. Rimase completamente immobile mentre ella ricambiava il suo bacio con un’audacia di cui non l’avrebbe mai creduta possibile. Vampate di calore gli salirono al viso e si sentì uno stupido: era passato il tempo del pudore e della vergogna. Cosa restava ora, abbattuto quell’ultimo baluardo? Sarebbe stato tutto come prima? sarebbe stato meglio? sarebbe stato peggio? Difficile dirlo. Solo di questo era consapevole: Charlotte era lì, davanti a lui, più vera che mai. Decise di dedicarsi completamente a lei, perché lo meritava. Nathan provava questa… gratitudine, come se Dio stesso avesse scelto di rivelarglisi per mezzo di quella donna. L’avrebbe onorata in ogni molecola del suo essere. Sì, l’avrebbe fatto per lei.

Lo prese per mano ed egli quasi si sciolse per la dolcezza di quel gesto. Entrambi si sedettero sul divano, e solo allora Nathan si accorse che ella non aveva smesso di piangere. Perché piangeva? Cosa poteva mai tormentarla? Del resto che importava, ormai? C’era tempo per capire; per amarsi un attimo solo, un istante sfuggente e bugiardo, che gli era sempre scivolato tra le mani. Neanche stavolta era convinto di essere riuscito a catturarlo.

Charlotte lasciò che il vestito cadesse a terra, coprendole i piedi nudi, quindi tolse quei pochi indumenti che ancora le rimanevano in dosso e che stentavano a coprire la sua intimità. Nathan si perse nello spettacolo dei suoi seni e per qualche istante rimase così, in silenziosa contemplazione. Solo allora si accorse che non era l’erotismo a rendere magico quell’istante: c’era qualcosa che andava ben al di là del semplice istinto. Era l’amore a muoverlo. Non lo smisurato amore che provava per Charlotte, ma piuttosto quello che la maggior parte degli uomini coltiva in segreto: l’amore per la bellezza in sé. Charlotte aveva smesso di essere Charlotte ed era divenuta il tutto, il principio e la fine, la causa e lo scopo di ogni cosa. Al di fuori di lei, del suo corpo, del suo spirito, nulla esisteva. Nathan sentiva, per la prima volta, di avere un fine. Si sentiva realizzato. Si sentiva completo.

Pieno di questa nuova determinazione, si gettò su di lei e baciò a lungo quel corpo rovente. Si meravigliò perché egli, che non si era mai accostato al corpo di una donna, sapeva precisamente cosa fare. Lasciò che le proprie labbra si posassero prima sulla fronte di lei, quindi le premette nuovamente contro la sua bocca, rimanendone estasiato: gli pareva di trarre energia da quel gesto, come se ella gli si stesse donando. Si ubriacò della sua vitalità per poi scendere ancora, lentamente, rendendo omaggio al collo, alle spalle e ai seni. Charlotte ebbe un tremito quando raggiunse l’ombelico. Si sdraiò sul divano, non nascondendo oltre il sesso gonfio di desiderio. Anche a quello Nathan dedicò meticolose cure. Sentiva Charlotte sospirare e contorcersi sopra di lui, e la propria soddisfazione stava tutto nel godere della sua.

Ogni cellula del suo corpo era presente quando ella, qualche minuto più tardi, raggiunse il culmine del piacere. Sul suo viso comparve un’espressione di estasi e tutto il suo corpo tremò a lungo, quindi si lasciò cadere sul cuscino. Fu la scena più bella a cui Nathan ebbe l’occasione di assistere in tutta la sua vita: in futuro avrebbe paragonato ogni altra donna a Charlotte, e non ne avrebbe mai trovata un’altra che si lasciasse coinvolgere con tale intensità.

Charlotte era stanca, poteva leggerlo nel suo viso ma, spinta da un (benedetto!) senso di gratitudine, prese ad armeggiare con la cintura dei pantaloni di lui e ricambiò con eguale impegno le attenzioni di cui Nathan l’aveva fatta oggetto. Per di più, ella aveva dalla sua l’esperienza: gli fece esplorare parti della propria intimità e scoprire sensazioni che credeva precluse ai mortali. No, ne era certo: non poteva quella essere un’esperienza terrena; e pregava, con quanta volontà aveva in sé, di non essere rigettato nel mondo comune, sciocco e superfluo. Tutto ciò di cui aveva sempre avuto bisogno era proprio lì, nella bellezza di una dea.

Quando, poco più tardi, quei due corpi finalmente si unirono in uno solo, Charlotte avvolse Nathan in un abbraccio soffocante. L’orgasmo li prese insieme, non molto tempo dopo; in Nathan il piacere si diffondeva fino alla più infinitesimale e insignificante particella. Per qualche secondo perse completamente il controllo, la mente annebbiata.

Entrambi si adagiarono sul divano, esausti. Nathan vide gli occhi di Charlotte, verdi, profondi, bellissimi, e il delicato sorriso sulle sue labbra, quindi cadde in un sonno profondo.