Noi giovani europei, sconfitti dai vecchi

Oggi a Londra è una fantastica giornata di sole, molto più unica che rara ultimamente. Chi, come me, ha la fortuna (o meno) di vivere qui, lo sa. Il sole a Londra acquista un valore surreale; sospeso tra il precario e il duraturo; tra la speranza che rimanga, e la certezza che non lo farà.

Oggi a Londra mi sento come il sole: sospeso tra speranza e certezza.

Che succede ora? Questa è la domanda che per la stragrande maggioranza si sente, e si respira; nelle strade, nelle università e nei posti di lavoro. Qui, nella Londra cosmopolita e multiculturale, nessuno hai mai veramente pensato che la Brexit potesse effettivamente prendere piede. Nessuno, o per lo meno un’esigua percentuale, hai mai avuto un’idea chiara di che cosa potesse veramente rappresentare un’eventuale uscita dall’Europa. L’immagine di una Gran Bretagna al di fuori dell’Unione Europea, era, almeno fino a questa notte, un’immagine lontana dal percettibile.

Le percentuali dell’esito del voto di questa (tragica) notte, rispettano quanto appena detto. Nei distretti centrali della capitale, la voglia di rimanere in Europa ha superato la soglia del 70% in alcune aree (Lambeth, Hackney, Kensigton and Chelsea), ottenendo degli ottimi e quasi insperati successi anche in Scozia e Irlanda del Nord. Anche altre città culturalmente importanti come Cambridge, Liverpool e Manchester, hanno dato il loro apporto alla (giusta) causa del Remain.

Ma i risultati mostrano come all’indomani del voto, la Gran Bretagna si presenti come uno stato diviso in due parti. Se da una parte l’Europa ha trovato terreno fertile nelle grandi città e nelle Università, dall’altra parte la grande risorsa del Leave si trova nelle zone non particolarmente dense di centri urbanistici importanti. Dove i centri culturali lasciano spazio ai piccoli villaggi. Dove la città si perde nella campagna. Zone in cui la deriva nazionalista e anti-europeista è storicamente radicata nel territorio.

Nell’area dello Yorkshire per esempio, a nord dell’Inghilterra, area fortemente caratterizzata dall’allevamento e dall’agricoltura, i sostenitori del Leave hanno raggiunto il 57%, con le uniche note positive delle città di York e Leeds, rinomati centri universitari, e il loro 58% in favore. Nelle Midlands (West and East), aree nel centro dell’Inghilterra che comprendono grandi centri industriali come Birmingham, l’euro scetticismo ha raggiunto il 60%. Anche nel South West dell’Inghilterra e nel Galles, le percentuali degli anti-europeisti sono più alte rispetto alla media del Paese.

Ma chi sono coloro che hanno voluto, e vogliono, “riprendere il controllo” della propria nazione?

Il dato, forse, più significativo è la differenza di voto in base all’età anagrafica. Se la maggioranza degli elettori compresi tra i 18 e i 24 anni ha votato espressamente a favore dell’Europa con il 75% , più aumentano gli anni e più l’euro scetticismo sale, toccando il 61% nella fascia d’età oltre i 60 anni.

Un’altra statistica rilevante, riguarda la differenza di voto rispetto ai titoli di studio conseguiti. Infatti più è alto il livello studio, e più cresce la tendenza a rimanere in Europa. Secondo i grafici pubblicati dal Telegraph, solo 3 delle 35 aree con più della metà dei residenti aventi un titolo universitario, hanno votato contro l’Europa.

Questo referendum appare quindi, come uno scontro generazionale; tra chi l’Europa, come me, l’ha conosciuta, e chi, per mancanza di strumenti culturali o per paura, non l’ha mai voluta conoscere. Noi, giovani europei, siamo stati sconfitti dai “vecchi”. Da coloro che non hanno conosciuto la libertà di movimento e la libertà di scelta. Sconfitti da vecchi che hanno preferito la chiusura all’apertura, la divisione all’unione, l’immobilità alla bellezza del “poter andare”. E ancora una volta ci troviamo a correre contro chi, inspiegabilmente, ci vuole fermare.

In 2 anni, termini di tempo della negoziazione per l’effettiva uscita, la cosiddetta “generazione Erasmus”, la generazione nata sotto la bandiera Europea, presto vedrà i propri diritti e le proprie libertà dimezzate in Inghilterra. Lo status speciale dello studente europeo, cesserà di esistere. Le tasse d’iscrizione verranno pagate al pari degli studenti internazionali, cioè duplicate, limitando di molto le possibilità di studio e creando intoppi a livello burocratico (Visa, permessi ecc..).

Il grande appeal che le Università inglesi hanno sempre suscitato nei giovani studenti, probabilmente perderà terreno. Gli studenti non-UK saranno progressivamente più propensi ad alternative al di fuori del territorio britannico, destabilizzando un sistema Universitario che vede nella comunità europea una risorsa da cui attingere.

Sarà interessante vedere se il sacrificio della libertà in nome del controllo porterà ad un effettivo miglioramento della società inglese. Intanto, i sogni non li ridanno indietro.

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