


L’arte di Andre Martins de Barros
Arcimboldo risorge negli anni Duemila
Teste composte, inganni ottici e paradossi visivi sono le caratteristiche che accomunano l’arte di Andre Martins de Barros a quella di Giuseppe Arcimboldo, surrealista ante litteram. Roland Barthes, riferendosi ad Arcimboldo scriveva: “la sua pittura ha un fondo linguistico, la sua immaginazione è poetica: non crea i segni, li combina, li permuta, li svia (compie, insomma, il lavoro di ogni operaio della lingua)”. Lo stesso vale per Martins de Barros che riesce a rendere visivamente una storia. I suoi dipinti sono epiteti figurativi che descrivono uno stato, una professione, un avvenimento.

Se Arcimboldo “evoca una vita tutta larvale, un pullulio di esseri vegetativi, vermi, feti, visceri al limite della vita, non ancora nati eppure già putrescenti”, il francese preferisce corpi umani nudi e sgraziati che, come anime perse, compongono i volti(immagine 1 e 2) o crea immagini provocatorie come “Golgotha” (immagine 3). In “Golgotha”, l’artista rappresenta la crocifissione di Cristo sull’ominimo monte con tanto di ladroni e gente festante nella parte bassa del quadro. La situazione è circoscritta all’interno di un volto etereo delimitato nella parte superiore dalla corona di spine, i pendii del monte a costituire le spalle, da Cristo in croce che costituisce il naso e due figure sofferenti a comporre gli occhi del Supremo Martire.


La proposta artistica di Martins de Barros non è assolutamente innovativa ma si sa che il grottesco affascina sempre. Che, spesso, se l’originalità defice, vi è più realtà nella finzione.


