Dopo il terremoto la prima cosa da ricostruire e’ l’azione pubblica

Come tutti sono affranto per il terremoto nel Lazio e nelle Marche, ma ancor di più sono scoraggiato per modalità e qualità del dibattito relativo al post-terremoto. Queste le ragioni principali del mio scoraggiamento.

Va riaffermandosi l’idea, sempre prevalente perché molto conveniente, che basti dare soldi e incentivi per risolvere problemi complessi quali quello della sicurezza sismica del nostro territorio. Lo facciamo da decenni – e lo abbiamo fatto anche molto di recente con risultati quantomeno controversi – e i problemi non si risolvono perché, semplicemente, fra i soldi, gli incentivi e le politiche che questi dovrebbero mettere in moto ci sono cose egualmente importanti di cui viceversa non ci occupiamo. Prima di tutto c’è l’amministrazione pubblica – che non è nemmeno remotamente vicina al livello di capacità necessario alla gestione di oggetti complessi quali la pianificazione del rischio – poi ci sono le comunità locali che degli incentivi e dei soldi non sanno che farsene se nessuno le accompagna nella costruzione di una consapevole cultura del rischio (e infatti sappiamo, a quanto pare, la fine che hanno fatto fondi e incentivi per la sicurezza anti-sismica nella stessa Amatrice). Quindi, prima ancora di erogare finanziamenti e predisporre incentivi, lo stato dovrebbe pensare a progettare forme di governance delle politiche adeguate e ad assumere giovani qualificati delle molte e diverse specialità necessarie, altrimenti soldi e incentivi saranno del tutto inutili se non addirittura dannosi. Non si tratta solo di garantire la trasparenza degli appalti ma di garantirne l’efficacia e l’adeguatezza, cose per le quali non serve la magistratura ma beni preziosissimi e da noi molto scarsi quali il controllo sociale, la partecipazione dei cittadini, la qualità dell’azione pubblica.

Anche in questo caso le reazioni sono state dominate dalla comodissima opposizione fra il “com’era dov’era e il tutto nuovo”: nei paesi avanzati questo falso dilemma nemmeno si pone, l’hanno infatti superato con i piani, le politiche ed i progetti – che non li fanno solo i geometri, gli ingegneri, gli architetti e le imprese (e da questo punto di vista l’eccessivo valore attribuito all’incontro fra il Presidente del Consiglio e Renzo Piano, di nuovo, non promette nulla di buono) – ma le comunità locali nel loro complesso. Nei piani e nei progetti si fanno scelte non manichee (la chiesa si, ricostruiamola, ma quel pessimo condominio fatto nel 1965 no, per queste ragioni…..) che sono il frutto delle preferenze collettive che l’amministrazione deve aiutare a costruirsi, qualificarsi ed esprimersi costruendo una qualche visione del futuro documentata, argomentata e condivisa. Anche per questo ci vogliono specialisti – ne abbiamo molti a spasso o all’estero – che fino ad oggi abbiamo tenuto fuori dall’amministrazione pubblica con costi collettivi elevatissimi.

Si faccia qualcosa per superare la scarsissima cultura dei rischi territoriali degli italiani, fatto paradossale in un paese nel quale se ne concentrano di ogni tipo. Ridurre la vulnerabilità ai rischi significa anche dotare la popolazione delle competenze indispensabili all’esercizio del necessario controllo sociale sui comportamenti proprii e degli altri entro il proprio quadro di vita. Invece, nelle scuole non si parla o si parla poco del nostro territorio e dell’equilibrio complesso fra insediamenti umani, risorse naturali e rischi e non mi risulta vi sia – ma forse mi sbaglio – nessuna istituzione nazionale espressamente dedicata alla ricerca, alla documentazione ed all’educazione a questi rischi (un museo e centro di documentazione nazionale del territorio italiano, dove portare ogni anno le scuole mi parrebbe il minimo ma ovviamente si potrebbero progettare tante cose ben più immaginative).

Infine, una nota sul rapporto fra emotività, media ed azione pubblica: le catastrofi sono momenti decisivi nella vita di una communità nazionale, ma l’emotività che ne risulta va informata ed organizzata e il fatto che per giorni sia stata fatta passare l’idea che gli italiani dovessero contribuire all’emergenza regalando cibo e coperte mi pare grave. La protezione civile, che ovviamente le coperte e il cibo per le emergenze sa dove prenderli, ad un certo punto ha infatti dovuto dire come stavano le cose invitando gli italiani a contribuire in altro modo. Quindi, altra priorità, elevare il livello della risposta collettiva alle emergenze rendendolo più consapevole e quindi utile.

Insomma, se vogliamo stare nel primo mondo dobbiamo avere una azione pubblica da primo mondo. Che non è fatta solo di mattoni e di appalti, ma di tutto quello che viene prima, durante e dopo. Volendo ce la potremmo fare: abbiamo le risorse economiche e cognitive necessarie, solo che non riusciamo a metterle assieme. Proviamoci.

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