No, mi dispiace. Ma la zona fra Via Padova e Viale Monza non la chiamerò «NoLo».

Con un certo disagio, ieri ho scoperto che – secondo Google Maps – la zona di Milano collocata a cavallo fra Viale Monza e Viale Padova si chiama «NoLo», acronimo di «North of Loreto». «Dopo gli operai e gli extracomunitari» ora arrivano i creativi», così un articolo di D di Repubblica ha sintetizzato qualche settimana fa quella che sarebbe la visibile traiettoria ascendente dell’area in questione. L’emergere della nuova designazione – «NoLo» – sarebbe un esito di questa traiettoria ascendente e, forse, anche un fattore di sua ulteriore propulsione nell’immediato futuro. Il primo motore dell’intero processo e’ il riposizionamento del quartiere nell’immaginario dei creativi. «Sono ancora spore – scriveva il settimanale – ma già tramutano in germogli. Al posto di un rigattiere, un meccanico, una polleria, un carrozziere, aprono nuove insegne. Tra kebab e vestiti cinesi inaugurano negozi di vintage, scrivanie di coworking, gallerie d’arte, muri bianchi e dj-set, vetrine su bici Cinelli e gelati vegani. Sta succedendo, adesso, a Milano. In via Padova».

Non che rigattieri ce ne fossero molti, ma di pollerie sì, in effetti ce ne sono. Lo so perché quando sono a Milano vivo in una traversa di Viale Monza, dove vive il mio compagno. Ho imparato ad apprezzare e anche ad amare questa zona della città, pur essendo cresciuto in una zona diversissima – anch’essa un tempo popolare e poi largamente trasformatasi in una zona d’elezione per i creativi – ovvero quella a sud di Porta Ticinese.

Chi conosce la zona fra Viale Monza e Via Padova, sa bene quanto possa regalarti quotidiane porzioni di moderna poesia urbana. E lo fa soprattutto in virtù di un equilibrio, forse fragilissimo e senza dubbio non irenico, fra popolazioni molto diverse tra loro. Un equilibrio, che nel tempo, ha depositato sul territorio competenze e capacita’ notevoli proprio nel campo dello sviluppo e della manutenzione di questo equilibrio (si pensi, ad esempio, alla scuola del Parco Trotter e a tutte le esperienze che le gravitano attorno). Un equilibrio che puo’ tuttavia essere scosso, nel medio periodo, dall’effetto aggregato di tanti piccoli fatti urbani, che essendo piccoli si rivelano veloci e pervasivi. E che facilmente possono raggiungere la soglia tanto temuta del tipping point.

L’invenzione dell’acronimo «NoLo» ha l’aria di essere uno di questi piccoli fatti urbani. Qualcuno se lo è inventato, dal nuovo nome sono discese più pagine Facebook partecipate da quelle che l’articolo di D di Repubblica (e poi da un altro, migliore, di Vice) hanno rappresentato come le «nuove popolazioni» del quartiere ed ora siamo addirittura arrivati a Google Maps. E se Google Maps ha deciso che quest’area si chiama «NoLo», è facilmente prevedibile che – ad esempio – una lunga serie di piattaforme – comprese quelle dell’economia della condivisione – prenderanno a designarla così associando a quella designazione i contenuti dell’immaginario di chi queste piattaforme le use (e che possiamo scommettere coincida in larga parte con chi il nuovo nome lo ha inventato). Un apparentemente piccolo fatto urbano che proiettato alla scala globale può produrre tanti altri piccoli fatti urbani, qui alla scala locale.

Per carità, ovviamente nulla di scioccante. Le città e i quartieri cambiano. E cambiano anche attraverso l’arrivo di nuove popolazioni che danno un nuovo nome alle cose. Le città sono interessanti per questo e anche per questo ci piacciono.

Eppure mi sento a disagio. Qualcosa in quel «NoLo» mi pare un po’ inconsapevole e per questo un po’ pericoloso. L’evidente allusione fonetica a quartieri di Soho – Londra e New York – e Noho – New York – e la stessa scelta dell’inglese collocano questa designazione saldamente in un determinato immaginario urbano, ovvero quello dei quartieri creativi, di successo, spesso esclusivi ed escludenti – non solo economicamente – per settori molto ampi della popolazione urbana. Un immaginario e una designazione che è anche oggettivamente distante (dalla) e incomprensibile alla maggioranza degli abitanti della zona in questione che certo non parla l’inglese ma, in diverso ordine, l’italiano, i dialetti meridionali dell’italiano, lo spagnolo, l’arabo, il cinese. Insomma mi sembra un nome che rispecchia troppo le prospettive e le aspettative di una determinata popolazione dell’area. E peraltro della popolazione che – come si è dimostrato – dispone di una inarrivabile dimestichezza con i meccanismi della comunicazione.

Il rischio è quello ormai noto. Ed è quello inconsapevolmente adombrato da uno degli intervistati del reportage di D di Repubblica quando dice che «certo, ci piacerebbe che aprisse un caffè libreria, al posto dell’ennesima polleria sudamericana». Di questo rischio sul quale non torno, ci ha parlato estesamente Giovanni Semi nel suo recente «Gentrification» (e lo stesso Semi e’ intervistato da D di Repubblica proprio in quell’articolo). Non alludo solo al rischio sempre presente di profondi cambiamenti, ovviamente nel medio e lungo periodo, nel mercato immobiliare che riducano l’accessibilità di quella che è forse l’unica zona semi-centrale ad essere accessibile a nativi e migranti a basso reddito (e credo che molti migranti siano qui in affitto). Ma anche al rischio di processi di straniamento sociale e culturale per le popolazioni – anche in questo caso sia quelle native sia quelle migranti – che risiedono in questa zona e che devono già oggi negoziare in modo spesso laborioso la loro complessa e sicuramente avvincente convivenza.

Sappiamo tutti che questi rischi – e i disequilibri di cui questi rischi sono sia la causa sia l’esito – possono essere affrontati – sebbene spesso solo in misura parziale – da politiche pubbliche che il nostro paese con ostinazione sceglie di non avere. A partire, per esempio, da politiche abitative metropolitane che garantiscano l’accessibilità dell’offerta di abitazioni e la diversità sociale delle aree a maggiore domanda, come quelle semi-centrali (e a Milano se c’è un grande sconfitto dei principali programmi di trasformazione urbanistica degli ultimi vent’anni e’ proprio l’abitare sociale).

Ma alcune piccole cose, che riguardano di più le competenze e gli orizzonti culturali degli attori in campo, possono essere fatte a livello locale e con risorse limitate. Da una parte bisognerebbe sviluppare un’etica della responsabilità urbana, costruita attorno ad una maggiore consapevolezza degli effetti spesso non trascurabili dei tanti piccoli fatti urbani che alimentano ogni giorno la simbolizzazione delle nostre città. Sarebbe utile se le istituzioni e gli attori organizzati che presidiamo il campo delle economie creative – e che nel corso degli ultimi anni si sono inspessiti e moltiplicati. anche sulla spinta della forte attenzione loro rivolta dell’amministrazione comunale di Milano – attivassero un discorso pubblico esplicito e consapevole sugli effetti controversi, qualche volta chiaramente voluti e ricercati e qualche volta non voluti, del dispiegamento delle economie della creatività sul territorio urbano ed in particolare sulla sua composizione sociale.

Piu’ particolare gli investimenti pubblici (in senso ampio, anche quelli filantropici, che a Milano hanno un ruolo) orientati all’economia creativa andrebbero accompagnata da robusti criteri di valutazione dei loro effetti. Qualsiasi progetto legato all’economia creativa destinato ad aree popolari della città – e ce ne sono diversi – dovrebbe vederci indifferenti in assenza da una parte di una chiara ed esplicita tematizzazione dei suoi potenziali effetti controversi sui territori urbani nei quali si inseriscono e dall’altra di una rilevante e valutabile presa di responsabilità istituzionale e collettiva nei confronti di obiettivi di inclusione e di equità da conseguire entro quegli stessi progetti. Se la rigenerazione urbana in chiave creativa non lascia qualcosa (di valutabile e verificabile) sul territorio in termini di maggiore inclusione ed eguaglianza non vedo perché dovrebbero essere coinvolte risorse pubbliche (peraltro, da questo punto di vista, il potenziale di innovazione culturale ed organizzativa proprio alle economie creative può essere, come noto, uno stimolo alla ricerca di risposte più efficaci a vecchie e nuove diseguaglianze urbane).

Cosa c’entra tutto questo con «NoLo». Secondo me c’entra. C’entra perché bisognerebbe essere tutti un po’ più urbani. E quindi non nutrire mai l’ambizione pericolosa a disporre di una città che sia integralmente a propria immagine e somiglianza. Entrando con più delicatezza nella città che c’è per non pregiudicare la città che potrà essere in futuro. Una delicatezza che discenda, forse, anche dalla comprensione della dimensione della storia come dimensione irrinunciabile del nostro vivere urbano: fra Viale Monza e Via Padova si sono consumate alcune delle pagine più gloriose di quella metropoli migratoria che è Milano e, onestamente, il liquidare queste pagine con un acronimo provinciale come «NoLo» mi pare un esito quantomeno modesto (oltre che, come dicevo, un po’ parziale).

Ora vi lascio. Che vado a prendere un pollo peruviano in Viale Monza.

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