L’ho letto sulla Treccani
C’è un rischio insito nell’Internet 2.0?
Sì, c’è. E’ il rischio che chiunque sia considerato affidabile nel fornire informazioni, e quindi di non distinguere tra chi ha la necessaria competenza e chi non ce l’ha.
Con il termine Internet 2.0 si intende il sistema in cui chiunque può non solo cercare informazioni, ma anche crearle e diffonderle, in qualsiasi forma: pubblicità, articoli, idee, istruzioni tecniche, o altro. E’ chiamato 2.0 per evidenziare il cambiamento rispetto alle funzionalità che Internet aveva inizialmente, quando la pubblicazione avveniva solo da parte di soggetti (imprese o organizzazioni) che disponevano di risorse economiche adeguate e competenze tecniche consolidate.
La possibilità di pubblicare si è aperta per tutti con la diffusione di strumenti social: non solo i social network in senso stretto, ma anche tutti quei siti e portali il cui contenuto viene costruito con la partecipazione di chiunque.
Uno degli esempi principali è Wikipedia. Ma le stesse considerazioni valgono per qualsiasi sito che si possa incontrare quando per reperire delle informazioni si fa una ricerca nel web.
Se qualsiasi persona può inserire un contenuto, l’autore può essere:
1) un professionista con una conoscenza approfondita del tema;
2) un non professionista con una conoscenza discreta, ma parziale;
3) un soggetto del tutto improvvisato, che sul tema ha scritto quello che in quel momento si ricordava senza preoccuparsi di una verifica preventiva della correttezza di quanto stava scrivendo.
Di conseguenza, anche se le informazioni reperibili su Wikipedia o su siti “privati” normalmente sono utili per una introduzione a un argomento, è elevato il rischio che siano poco complete e, al limite, non corrette.
E se si confrontano diverse fonti spesso le interpretazioni sono di difficile combinazione tra loro o del tutto contrastanti.
Cito come esempio una ricerca sulla spiegazione della sigla S.M.A.R.T., utilizzata per sintetizzare le caratteristiche che gli obiettivi di un progetto o più in generale di un’attività lavorativa devono avere.
Avendo trovato una indicazione diversa da quella che conoscevo, ho provato ad approfondire cercando diverse fonti.
Ecco che cosa ho trovato con una ricerca libera in Internet consultando le prime fonti emerse senza pormi la questione della professionalità di chi ha scritto i contenuti, cioè come farebbe abitualmente una persona media: la casalinga di Voghera, insomma.
Un primo sito dice che “il metodo S.M.A.R.T. è stato sviluppato da Peter Druck nel 1954, come parte integrante della filosofia di gestione aziendale MBO (Management by Objectives)”. Osservazione interessante, ma il fatto che l’ideatore si chiami Peter Drucker, e non Druck, mi suggerisce qualcosa sulla competenza di chi ha scritto questo testo.
La sigla viene spiegata descrivendo gli obiettivi come: S = Specific (Specifico); M = Measurable (Misurabile); A = Achievable (Raggiungibile); R = Realistic (Realistico); T = Time-Based (Temporizzabile).
Wikipedia, alla voce “Gestione per obiettivi” spiega la sigla con: Specifico, cioè che non lascia spazio ad ambiguità; Misurabile senza equivoci e verificabile in fase di controllo; raggiungibile (Achievable), poiché un obiettivo non raggiungibile demotiva all’azione; Rilevante, cioè coerente con la mission aziendale; definito nel Tempo.
E qui già non capisco due cose:
- se R sta per “realistico” o per “rilevante”;
- chi dei due autori ha scritto una fesseria.
Quando consulto altre fonti continuo a trovare chi spiega il significato della R in un modo e chi in un altro, e quindi il dubbio rimane.
Nel frattempo, anzi, ne sorge un altro, perché c’è chi spiega la A come “Attainable (raggiungibile)”. E anche se i due termini possono significare la stessa cosa, mi viene in mente che chi ha scritto il testo si sia basato sulla sua memoria scolastica di come si traduce “raggiungibile”, piuttosto che sulla conoscenza effettiva della fonte (il testo di Drucker); e magari ha fatto lo stesso anche per altri concetti e per la loro interpretazione.
Vado un po’ avanti e trovo un consulente che ha il buon gusto di specificare che, trattandosi di uno strumento semplice e aperto, ognuno lo interpreta a modo suo.
Solo che poi, anziché guidarmi a una interpretazione corretta, mi elenca quelle che si sono accumulate nel tempo, in inglese e in italiano. Eccole (tenetevi forte):
S
Specific, stimulating, sincere, simple, stretching, succinct, straight forward, self owned, self managed, self controlled, significant, strategic, sensible.
Specifico, sfidante, stimolante, significativo.
M
Measurable, motivating, manageable, meaningful, magical, magnetic, maintainable, mapped to goals.
Misurabile.
A
Achievable, assignable, appropriate, audacious, actionable, attainable, ambitious, aspirational, accepted, acceptable, aligned, accountable, agreed, adapted, as-if-now, adjustable, adaptable.
Accettabile, accettato, accordato.
R
Realistic, relevant, resourced, results orientated, rewarding, recorded, reviewable, robust.
Raggiungibile, realistico.
T
time bound, — limited, — driven, — constrained, — related, — phased, — sensitive, — specific, — stamped, — lined; trackable, traceable; timed/timely.
Tempificato.
Quindi, oltre ai dubbi che già avevo, adesso so che A potrebbe stare anche per “accettabile” (scusate, ma da chi?). E sorvolo su tutto il resto.
Nella sua presentazione questo consulente dice: “Se hai qualche problema ti aiuto a risolverlo, se non ce l’hai ti aiuto a crearlo”. Grazie, forse l’avevo capito. Se l’idea che voleva trasmettere è che prima del problem solving serve il problem finding, è un principio sacrosanto; solo che individuare un problema è una cosa diversa dal crearlo.
Insomma, a volte mi viene in mente la storia del generale che chiama un suo luogotenente dicendogli che nella sua zona la situazione è seria ma non disperata, chiede com’è la situazione nella zona in cui si trova il luogotenente e quello gli risponde che la situazione è disperata ma non seria.
Se quando cerchiamo delle informazioni vogliamo una situazione meno disperata e un po’ più seria, occorre tornare al punto di partenza: a chi chiediamo informazioni attendibili e quindi effettivamente utili?
A chi ha la competenza necessaria. E quindi la fonte deve essere un’organizzazione che garantisca sulle competenze degli autori.
Per questo, quando devo approfondire un concetto, preferisco consultare siti di istituzioni e organizzazioni che hanno una competenza ufficiale sul tema specifico.
In sostanza, “l’ho letto sulla Treccani” è diverso da “l’ho letto su Wikipedia”.
P.S. Nell’immaginario di molti la Treccani, come enciclopedia storica, è una delle cose meno adatte all’epoca di Internet. In realtà, nella consapevolezza della sua funzione che è quella di trasmettere il sapere, ha saputo darsi per il web una struttura e una veste decisamente interessanti.
Fra le altre cose guardate la rivista Tascabile.
