Come nasce la Coalizione sociale

«La vera scommessa è ricostruire un progetto e un disegno su come cambiare il Paese. Qui, in termini politici, oggi c’è un vuoto. Bisogna uscire da un’idea minoritaria, dalla convinzione che basti mandare in Parlamento una testimonianza di qualche interesse o valore. Il punto è che la sinistra dev’essere un soggetto che mette insieme persone con un’idea di trasformazione».

Sono alcune delle parole che Maurizio Landini mi ha detto circa un anno fa, quando ancora non si parlava del suo possibile ingresso in politica, Renzi era da pochi mesi a Palazzo Chigi e il Jobs Act era ancora oggetto sconosciuto. Come si vede, l’idea che si sta concretizzando in questi giorni frullava già da un po’, nella testa del leader Fiom.

Il fatto è che Landini è di quelli che quando parlano con un giornalista inizia un po’ svogliato, quasi gli toccasse ripetere sempre le stesse cose a un alunno un po’ zuccone; se poi però con le domande si riesce a svegliare il suo interesse, a mostrargli che non sei in cerca di un titolo a effetto su Renzi o la Camusso, ti guarda un secondo da dietro gli occhiali e poi inizia a parlare che non lo fermi più.

Quel giorno, l’idea di un libro sulla diaspora della sinistra evidentemente un po’ lo incuriosiva, e il diesel è partito. Sul “vuoto di rappresentanza”, soprattutto: «Quest’anno abbiamo mandato un questionario a tutti gli operai della Fiom, per capire meglio chi sono. I risultati sono impressionanti: primo, solo una piccola minoranza è iscritta a uno di quelli che si definiscono partiti di sinistra; secondo, anche il modo in cui votano è frantumato in modo estremo, dalla Lega al Movimento 5 Stelle. Insomma, in fabbrica stanno con noi perché vedono che rappresentiamo bene i loro interessi, ma in politica non trovano le stesse risposte. E, per chiarezza, non sono i lavoratori a essere schizofrenici: sono i partiti di sinistra che evidentemente non sanno più creare fiducia. E allora gli operai alle urne non scelgono in base ai loro interessi, che sentono ugualmente non rappresentati, ma in base ad altro: magari all’emotività, alla simpatia, al miraggio di pagare meno tasse o al desiderio di mandare tutti a casa».

Di qui l’obiettivo, diceva: «Tentare di recuperare un’egemonia culturale e di pensiero su principi come l’eguaglianza, la redistribuzione, la solidarietà, la giustizia sociale. Bisogna partire da lì, dall’elaborazione di un modello sociale alternativo a quello che c’è oggi. Ad esempio, io non credo che nella costruzione della sinistra di domani sia utile creare un soggetto che si ponga semplicemente “a sinistra del Pd”, altrimenti si ricasca nella testimonianza e nel minoritarismo: l’obiettivo da porsi semmai è puntare a creare l’epicentro di un nuovo disegno sociale, non una costola del centrosinistra attuale».

Pertanto, aggiungeva, i passaggi sono tre: «Primo, la costruzione di un progetto, di una visione generale di cambiamento, di un disegno verso cui tendere; sembra banale, ma oggi manca. Secondo, la partecipazione democratica e il coinvolgimento delle persone: se si ha la sensazione di non poter incidere veramente nel proprio partito, è già finita. Terzo, la coerenza dei comportamenti: non è pensabile che le persone di sinistra si identifichino in un partito se vedono che i suoi leader e i suoi apparati non fanno le cose che dicono, cioè si riservano dei privilegi e degli status che oggi non sono più accettati da nessuno. Se vuoi rappresentare le persone, devi vivere come fanno le persone. È proprio la condizione di base, per un rapporto di fiducia».

Oggi, un anno dopo, questi virgolettati possono forse aiutare a chiarirci un po’ le idee su Maurizio Landini e magari perfino sul percorso che può avere in mente.

Intanto, certo, «fare politica», che non vuol dire necessariamente fare un partito, almeno non subito. Si fa politica infatti in mille modi, nel tessuto sociale di un paese, con battaglie locali e nazionali. Non è stato fare politica il referendum sull’acqua pubblica del 2011, che pure non aveva alcun collegamento con i partiti in Parlamento? Non hanno fatto politica i Social Forum nel primo decennio di questo secolo? Non sarebbe politica una campagna accanto a Emergency per tagliare le spese militare o la sanità pubblica? Non è stata politica la miriade di iniziative mutualistiche e sociali implementata da Syriza molto prima di diventare governo, quando dava aiuto legale agli sfrattati o mandava autobus con medici e apparecchi sanitari nei centri in cui il governo aveva chiuso gli ospedali?

Poi, più avanti — se si crea un rapporto concreto e positivo tra un soggetto organizzato e una vasta fascia di popolazione — si può pensare a una sua rappresentanza nelle istituzioni. Ma non prima, che le case non si costruiscono dal tetto. Del resto le società di mutuo soccorso e le camere del Lavoro (prime esperienze italiane di “coalizione sociale”, sul finire dell’Ottocento) nascono prima non solo del Pci, ma perfino del Partito socialista di Turati.

Non so se Landini ha in mente di svolgere in prima persona un’eventuale futura rappresentanza: può darsi che altri emergano in questa funzione, proprio dall’esperienza precedente nella politica non partitica; di certo tuttavia il leader Fiom intende avere un ruolo in questa fase di tessitura e di «elaborazione di un modello sociale alternativo a quello che c’è oggi», con lo scopo di «creare un soggetto maggioritario e che non si ponga semplicemente “a sinistra del Pd”», per tornare alle sue parole.

Nell’agire di Landini pesano parecchio, è evidente, anche le ultime fallimentari esperienze tentate proprio a sinistra del Pd: la lista capeggiata da Bertinotti nel 2008 (sotto il 4 per cento), quella messa in piedi da Ingroia due anni fa (appena sopra il 2) ma anche L’Altra Europa per Tsipras che nel maggio scorso ha superato di un soffio lo sbarramento per dissolversi subito dopo nelle consuete risse. Tutte queste vicende raccontano di addizioni di sigle che hanno sempre assommato le loro debolezze (e nei primi due casi, i loro leader) senza costruire alcuna vera sintonia con il Paese, o almeno con alcune delle sue fasce più numerose.

In questo senso, il pensiero che sottende il ragionare del leader Fiom è facilmente rintracciabile nelle parole di Stefano Rodotà, il primo che ho sentito usare l’espressione “coalizione sociale”, nel medesimo periodo. Si parlava della lista Tsipras, appunto, di cui Rodotà pure era stato elettore ma senza nascondersene i limiti: «I miei dubbi sono relativi alla ripetizione delle semplificazioni che ci sono state sia con la Sinistra Arcobaleno nel 2008 sia con Rivoluzione Civile nel 2013: la convinzione cioè che basti mettere insieme un po’ di pezzi per arrivare al risultato. Il percorso di una coalizione sociale non si può improvvisare se si vuole che abbia un respiro ampio, che fondi una nuova cultura dei principi. Bisogna avere un po’ di pazienza e un po’ di programmazione per ripartire, dopo la terra bruciata che era stata fatta per tanti anni. Ci sono dei modelli, in questo senso: come l’esperienza di Emergency, quella di don Ciotti con Libera, quella della stessa Fiom. Che sono di successo perché hanno lavorato su un lungo lavoro di radicamento sociale».

Come si vede, anche i soggetti indicati da Rodotà un anno fa sono esattamente gli stessi che hanno partecipato alla prima riunione della Cosa che Landini sta cercando di mettere in piedi, il 14 marzo scorso.

Dove e quando andrà questo percorso, tuttavia, credo che non lo sappia nemmeno Landini. Intendo dire: sarebbe sbagliato pensare che nella testa sua e dei suoi ci sia una strategia precisa e con una tempistica stabilita per radicare il progetto e poi di lì fare un partito. È molto più probabile che il segretario Fiom — pur sperando in un progetto sul lungo termine maggioritario — preferisca sul breve “camminare domandando”, come recita un famoso slogan zapatista. Il che vuol dire ascoltare, conoscere, leggere continuamente la realtà nelle sue trasformazioni, per poi decidere in viaggio se è cosa fattibile utile o no anche la rappresentanza, insomma “il partito” — quale che ne sia la sua forma.

Ovviamente nella politica di palazzo, a sinistra, c’è chi caldeggia già questo passaggio — per farne parte — o al contrario lo teme, perché ha paura di esserne escluso e quindi di perdere la sua attuale (pur minuscola) rendita di posizione. Nella sua prima riunione, come noto, Landini li ha lasciati tutti fuori dalla porta.

Non so se è stato un errore o no. So però che anche questo è il contrario di tutto quello che è stato fino a ieri — che ha portato al nulla: quindi ogni nuova pratica difficilmente può fare peggio.


Originally published at gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it on March 20, 2015.

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