Sottomissione, utopia e Zapatero

Leggevo l’altro giorno questa interessante intervista della Stampa a José Luis Zapatero, uno a cui la sinistra italiana ha guardato con speranza un decennio fa, quando divenne primo ministro con un programma molto avanzato in termini sia di diritti civili sia di diritti sociali — mentre noi avevamo Berlusconi e Bossi al governo.

Zapatero parla con scettica simpatia di Podemos: bravi ragazzi un po’ utopisti che «vivono nel cielo», poi la realtà però è diversa, dura, stronza, molto meno malleabile di quel che si pensa quando si è giovani e pieni di ideali.

Già, già. Anche Zapatero arrivò al potere con una bella carica di progetti, alcuni abbastanza rivoluzionari, poi ne realizzò solo una parte: quella relativa ai diritti civili. In campo economico si arrese invece rapidamente alla Troika, producendo tra le altre cose una legge sul lavoro non dissimile da quelle che sono state fatte nello stesso periodo in tutta Europa — da noi Treu, Biagi, Fornero e Renzi — per poi approvare il pareggio di bilancio di bilancio in Costituzione nel 2011, pochi mesi prima che avvenisse in Italia (e anche lì tutti insieme appassionatamente, centrosinistra e centrodestra). Poco dopo Zapatero lasciò il potere tra i fischi, il suo partito perse le elezioni successive e lui oggi fa altro, conferenze, lunghe vacanze a Lanzarote.

La riflessione di Zapatero è tuttavia molto utile — e in qualche modo mi permette qui di fare il seguito del post di ieri. Perché sempre di quello si tratta: del “principio di realtà” contro cui vanno a scontrarsi le proteste radicali, le rivoluzioni che finiscono in flop e in sorrisini distaccati verso quegli «adolescenti» un po’ naif che sognano di cambiare il mondo.

Va molto di moda anche da noi, l’interpretazione più nichilista del principio di realtà. Ho già parlato più volte in questo blog del libro di Francesco Piccolo e non ci ritorno su troppo sennò mi dicono che ce l’ho con lui — e non è vero: semplicemente, lo trovo il manifesto più limpido della rassegnazione, della resa all’immutabilità, così va il mondo e non ci si può fare niente.

Va molto di moda ma non è certo un tema nuovo: mio nonno, che Mussolini aveva spedito al confino, quando ero ragazzo mi spiegava ridacchiando che «se un socialista diventa ministro non vuol dire che avremo un ministro socialista», e io ci mettevo un po’ a capire l’aforisma, poi però ho visto all’opera Craxi e mi è stato molto chiaro.

Adesso il tema è tornato d’attualità ancor più stringente per via del tramonto di centrosinistra e centrodestra, della loro sempre maggiore indistinguibilità nei programmi e nel governare, ma ancora di più per la cessione di sovranità dalle democrazie a poteri extranazionali che non sono eletti da nessuno: la famosa Troika, ma più genericamente quei giganteschi Moloch che sono i fondi pensione o le banche d’affari, capaci di far fallire un Paese in tre ore magari per un bug nei meccanismi di algotrading.

Di fronte a questa quasi onnipotenza dal volto spesso sfuggente, viene quasi naturale alzare le braccia: è il progresso, bellezza, è la tecnologia, la globalizzazione, la finanza, i mercati. Al massimo, da domani, una democrazia può decidere la direzione di un senso unico o la durata di un semaforo.

In contrasto con questa sottomissione, sono però nati in Europa i movimenti di ribellione di cui si è parlato anche ieri: alcuni belli, altri un po’ meno e altri orrendi (parere soggettivo), ma tutti incazzati contro questa rinuncia collettiva a fare alcunché, a poter cambiare alcunché. A decidere un po’ di più del proprio futuro.

Di qui la posizione nei loro confronti di Zapatero (e ieri di Cerasa): lasciate stare, non si può fare, accettate la realtà da persone adulte. Sotto sotto, tra l’altro, anche la speranza di un rapido fallimento di Tsipras per poter confermare questa tesi.

Di fronte a questa abdicazione esistenziale, possiamo fare tre cose.

Primo, accettarla: e trasferirci quindi nel gregge degli abdicanti, sentendosi forse molto “uomini di mondo” e adulti, ma in realtà finendo nel limbo dei rassegnati e dei semi-vivi.

Secondo: incazzarsi come iene e accartocciarci nella pulsione verso un rovesciamento totale, certi che prima o poi verrà e seppellirà tutti questi scettici blu, per dare vita al radioso avvenire in cui tutto sarà giusto.

Terzo, essere davvero realisti, ma non come dicono loro, semmai al contrario. Cioè avendo ben presente la durezza del reale, studiandolo nei suoi minimi particolari e in ogni dettaglio, con lo scopo quotidiano di modificarlo il più possibile in meglio e non un millimetro di meno.

E allora, altro che adolescenza. Molto più infantile è rinunciare a tutto perché tanto non si può fare niente, quindi appunto essere portati passivamente a spasso per il mondo, come bambini.

Utopisti? Beh, è uscita proprio dalla penna del più realista e smaliziato dei pensatori politici vissuti negli ultimi mille anni la famosa metafora degli arcieri prudenti che «pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con lo aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro».

Utopisti un cazzo, quindi, con permesso. Sarete utopisti voi, convinti che gli umani di questo secolo possano accettare sereni quello che pochissimi gli ammanniscono perché secondo voi “ineluttabile”.

Quanto al resto — e venendo alla politique politicienne — segnalo che la conservazione del presente è storicamente e culturalmente la bandiera appunto dei conservatori, dei moderati. Quindi, anche se si proviene da radici di sinistra, fare propria questa ineluttabilità della conservazione porta all’assimilazione con i conservatori stessi, pertanto alla famosa indistinguibilità tra centrodestra e centrosinistra di cui sopra.

Ecco perché in quasi tutta Europa l’avanzata delle forze “outsideriste” e “antiestablishment” sta creando un bipolarismo in cui come loro avversario nelle urne resta principalmente il centrodestra storico: in Francia, Sarkozy contro LePen; in Spagna, Pp contro Podemos; in Grecia, Nea Democrazia contro Syriza. Al contrario, i partiti socialisti o socialdemocratici (Psf, Psoe, Pasok) tendono a essere svuotati dagli outsideristi stessi. Logico: moderati per moderati, gli elettori attaccati alla stabilità e affezionati alla conservazione votano l’originale e non l’emulo (in Italia sta andando diversamente, con Renzi che ha fatto suo quasi tutto il voto moderato, ma qui abbiamo avuto Berlusconi — e di questo parliamo un’altra volta).

In sostanza, la grande sconfitta della sinistra storica europea è stata proprio quella espressa da Zapatero, inteso come uomo politico ma anche come metafora: arrendersi di fronte alla realtà, rassegnarsi, sottomettersi. E lasciare ad altri chiunque siano, la speranza di un cambiamento e le prassi per avvicinarvisi.


Originally published at gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it on March 25, 2015.

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