Moschea a Ioannina (photo: Alessandro Lanni)

L’Epiro o la Grecia che non è un’isola

Dopo aver passato un mese ad attraversare la Grecia in lungo e in largo, ripubblico qui questa mia breve introduzione — uscita giusto due anni fa su Pagina 99 — a una regione che poco ha a che fare con lo stereotipo della casetta bianca e della terra riarsa: l’Epiro.

L’Epiro (l’etimologia nobilita il nome che pare venga da apeiron “infinito”) è una terra fatta per contraddire gli stereotipi che il turista si trascina dietro sulla Grecia. “In quale isola vai?”. Se uno dice “Grecia” il riflesso è pressoché sempre lo stesso: Grecia = Isole. Pensiero pigro e diffuso, difficile però da scalfire. In effetti ce ne sono molte e il poeta anni fa la mettava giù con chiarezza “quante cazzo di isolacce c’ha questa merda di una Grecia”. Inutile ribattere che Atene, Olimpo, Sparta, Micene ecc. sono sulla terraferma. Grecia per il viaggiatore estivo significa isole.

E di isole l’Epiro non ne ha malgrado ce ne siano diverse di famose lungo la costa: la Corfù magica raccontata Gerald Durrell, la Cefalonia della strage e l’Itaca di Ulisse e poco più giù nello Ionio la “Zacinto mia” di Foscolo. Nessuna di esse appartiene all’antica regione divisa tra greci e albanesi e dove la gente confinata per secoli in montagna dall’occupazione ottomana ha scoperto solo da pochi anni il mare, più per portarci a spasso i turisti che per pescare.

L’Epiro è una Grecia strana, niente casette bianche e terre riarse. Non soffia il Meltemi, il vento forte e caldo che spazza le Cicladi e l’Egeo, qui lungo la costa d’estate si alza una brezza da ponente che solo per qualche giorno cresce a maestrale più fresco e impetuoso.

Spiaggia presso il delta dell’Acheronte (photo: Alessandro Lanni)

L’acqua non è razionata anzi, ce n’è a volontà e lo capisci quando le signore in nero — quelle sì, uguali a quelle di ogni meridione — girano scalze per le strade e lavano e innaffiano, innaffiano e lavano in continuazione sfruttando quella che viene giù dai monti. Uno dei rivoli torrenti di montagna è quell’Acheronte, il fiume dei morti dell’antichità, sulle cui sponde si possono ancora visitare i resti del Necromanteio, l’oracolo dove si ascoltava la voce dei defunti. Il fiume arriva al mare dopo pochi chilometri presso uno spiaggione intorno al quale hanno costruito qualche villetta ultimamente. È uno spettacolo da vedere quando il mare si alza col vento da ovest e si scontra col calmo fluire del fiume.

A Ioannina, attuale capoluogo della regione, c’è l’incontro riuscito meglio di due culture che si sono detestate dal profondo, quella turca e quella greca. Sono ancora in piedi molti minareti e le moschee vale la pena visitarle come l’isoletta al centro del lago Pamvotida dove nel 1821 fu decapitato Ali Pascià l’albanese, sanguinario signore dell’Epiro che voleva l’indipendenza di queste terre dall’impero ottomano e che è sepolto con tutti gli onori nel punto più alto della città.

Ma non sempre la fusione greco-turca ha funzionato da queste parti. La zona alta di Parga, forse il paese più suggestivo del litorale, porta ancora il nome Turcopazaro (Baazar turco) ma della moschea rimane solo la fontana, l’area è oggi un parcheggio. Altrettanto male è andata al castello veneziano (e poi ottomano, francese, inglese, ottomano) del quale rimangono in piedi poche mura, ma che può ancora essere ammirato nel quadro I profughi di Parga dipinto da Francesco Hayez nel 1831.

Vitsa, Zagoriachora (photo: Alessandro Lanni)

Pure l’eroe quasi eponimo di questa terra è un greco sui generis, quel Pirro-re-dell’Epiro che con gli elefanti diede qualche grattacapo ai romani ma che — per dire della memoria che si ha di questa terra — non si studia quasi neanche più alle elementari. Epiro è la Grecia dello “spezzeremo le reni alla Grecia” e dell’italietta che voleva conquistarsi un pezzetto di sole imperiale sul Pindo, la catena montuosa che separa a est la regione dalla Macedonia e dove ci sono paesetti magnifici come Zagori con i suoi ponti ottomani.

Basso Adriatico e alto Ionio. Meno di duecento chilometri di costa dal confine con l’Albania giù fino alla bocca del golfo di Amvrakia che delimita a sud l’Epiro. Da qualche anno il traghettino che in cinque minuti permetteva di traversare lo stretto istmo e proseguire verso l’isola-penisola di Lefkada è stato sostituito da un canale sottomarino. Un tunnel di duemila metri che è annunciato da cartelli su cartelli che in sequenza avvertono gli automobilisti di quella che ai greci pare evidentemente un’opera ingegneriestica di cui andare particolarmente orgogliosi. Il pedaggio in auto è tre euro.

Da queste parti, al primo semaforo che si incontra dopo un centinaio di chilometri di strada che viene giù da Iegoumenitsa si svolta a sinistra e dopo poco si raggiunge Nicopolis, la città che Ottaviano non ancora Augusto fondò per celebrare la vittoria su Antonio (e Cleopatra) nel 31 a.C. nella battaglia di Azio (che c’è ancora e si chiama Aktio). Il sito poco frequentato ma che merita con magnifici mosaici bizantini. Suggerita la visita al tramonto: per non soffrire il caldo e per la luce che batte sulle mura gialle ancora in piedi, ma costruite da Giustiniano nel VI secolo d.C.

Dove mangiare? Nell’unico ristorante turco della zona. Alla periferia di Preveza, sotto eucalipti secolari e affaciato sulla laguna, c’è l’ottimo Zizikas di Hassan, turco di Istanbul emigrato in Grecia da decenni e che può essere una buona soluzione per sfuggire per una sera all’inferno dei souvlaki.