Lo spin ai tempi di Renzi

Articolo uscito su pagina99

Ecco s’avanza Matteo Renzi il grande disintermediatore. La retorica e la pratica della rottamazione cosa sono se non un grandioso progetto di eliminazione di quello che sta in mezzo e ostacola il ricambio in Italia? E nel merito, la capacità di togliere i filtri comunicativi è un marchio della fabbrica Renzi, fin dai tempi di Palazzo Vecchio, fin da ancora prima. La catena storica dell’informazione a metà degli anni Duemila andava in frantumi e il golden boy fiorentino è stato tra i primi ad accorgersene. Saltati a piè pari i mediatori tradizionali (leggi i giornalisti), Matteo in persona da allora produce notizie su di sé e in prima persona lavora affinché circolino sulla rete e anche oltre.

E quell’oltre sono tv e giornali dove il Presidente del consiglio è oggi in grado di vestire le notizie nel modo migliore e più funzionale a confermare l’immagine “straordinaria” del personaggio. Altro che abbandonare gli old media, a Palazzo Chigi oggi abita una capacità sofisticata di sfruttarli. Per avere un’idea di quello che stiamo dicendo basta riprendere in mano le cronache del viaggio sulla West e sulla East Coast degli ultimi giorni.

Per capirsi – e non se ne abbiano a male i follower di Renzi – il gioco somiglia molto a quello di Beppe Grillo. Disintermediare per poi essere ri-mediati nel modo migliore dai vecchi arnesi dell’informazione. Tutto sta a produrre pillole-notizia che funzionano perfettamente nel meccanismo delle news così come è organizzato da decenni. La visita a Twitter e Yahoo, la necessità di «un cambiamento violento», le foto con i Google Glass o seduto insieme a Hillary e Bill Clinton sono quelli che un tempo si chiamavano sound bite, bocconi dati in pasto ai giornali per orientarne i servizi. Oggi seguendo il lessico renziano potremmo chiamarli dei tag giusti, delle parole chiave che accendono le lampadine della notizia dentro le redazioni.

La grandezza di Renzi è nella sua capacità di dare, almeno finora, l’effetto giusto e voluto alla sua comunicazione. Cavalcare la tigre della rottamazione anche a colpi di hashtag vincenti e in sintonia con il suo pubblico e al tempo stesso costringere i giornali nel cono di luce che produce assieme al suo staff ristretto.

Cosa c’è di più incredibile che nel giorno (24 settembre) in cui Ferruccio De Bortoli lancia il Corriere della Sera formato tabloid con un editoriale durissimo contro la superficialità del Presidente del consiglio e poco più avanti nelle sfoglio del giornale la foto che sostiene l’intera pagina è uno scatto fatto del capo ufficio stampa Pd Filippo Sensi? Non basta gridare contro la muscolarità e la superficialità di Renzi perché l’incanto dello spin è ancora tutto lì dentro le pagine del giornale di via Solferino e di molti altri.

Da abilissimo comunicatore, Renzi ha colto da un pezzo la necessità di stare al tempo stesso più lontano possibile dall’establishment mediatico e di giungerci con altri mezzi rispetto a quelli standard.

Spezzata per sempre la tradizionale catena politico-giornalista-pubblico, la navigazione oggi è in mare aperto e spesso sono i giornali a dover rincorrere. Tutto starebbe a trovare una chiave propria senza essere costretti a essere imboccati con l’hashtag di turno. Il merito di Matteo Renzi è aver compreso alla perfezione che la regola dello spin oggi segue strade nuove come aveva colto in un’epoca pre-digitale un altro grande disintermediatore e spin doctor di se stesso come Silvio Berlusconi, al tempo in cui era il “padrone” dell’informazione italiana. Non perché la possedesse materialmente – no, in Italia non c’è stato un regime – ma perché in grado di dettare ritmi e linguaggio, forma e contenuto, arrivando sui giornali ma dichiarandosi – e in molti lo credevano – estraneo a essi. Un po’ come Renzi.

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