La vittoria di Antonio

Dal mio appartamento di Craven Hill dalla parti di Paddington tutti i giorni passeggiavo fino alla fermata della metro di Bayswater per prendere la circle (gialla) o la district (verde) a seconda della destinazione.

Sulla verde, soprattutto al sabato pomeriggio, incontravo un’umanità variegata e festosa con al collo una sciarpa bianca e blu. Mettete un ragazzo poco più che ventenne appassionato di calcio a Londra, mettetelo, col suo inglese incerto, a parlare di football in un vagone della metropolitana.

Fate che il caso (o se preferite destino) dopo un periodo tra le case fatte di mattoni e a basso costo di Whitechapel ti porti a vivere dalla parte opposta della città, dove le case sono tutte bianche ed eleganti a poche fermate da quella buona per raggiungere Stamford Bridge.

Anno 2005, il primo di Josè Mourinho sulla panchina del Chelsea, il secondo da proprietario per Roman Abramovič. Un entusiasmo che dalla parti di Fulham road non si respirava da anni ed alla fine della stagione si festeggerà un titolo, quello nazionale, che mancava da 50 anni.

Una formazione da recitare a memoria con in campo i tre moschettieri: John Terry, Frank Lampard e Didier Drogba. Mi affezionai così a questa squadra con la maglia blu, un rapporto speciale con gli italiani, da Zola a Vialli, da Di Matteo a Claudio Ranieri e un ex centravanti, Peter Osgood che segnava tanti gol, aveva molte donne e sul quale girano tante leggende; tutte buone da raccontare al pub.

Così ogni volta che vado a Londra un giro al Bridge lo faccio. Un salto allo store dove qualcosa da comprare c’è sempre, una passeggiata intorno al campo con la speranza di incontrare qualche campione.

Stasera mi sarebbe piaciuto essere a West Bromwich, perché la vittoria di questa Premier League, ad inizio stagione, per il Chelsea sembrava qualcosa di impossibile. Ad ottobre, a Londra, per Antonio Conte si parlava addirittura di esonero. Stasera l’allenatore italiano è il Re d’Inghilterra.

Una vittoria delle sue, tutta cuore e sacrificio per una squadra, diventata gruppo vero, che tutti davano per finita. Nessuno credeva in questo Chelsea. Non ci credeva Josè Mourinho andato a rifare grande lo United con Ibra e Pogba, non ci credeva la stampa pronta ad inchinarsi al calcio totale di Guardiola sbarcato in Premier per prendersi il City e tutto il resto, non ci credevano i tifosi del Chelsea pronti a rimpiangere il primo amore: lo Special One.

È finita con gli stessi tifosi del Chelsea in trasferta a West Bromwich a cantare a squarciagola “Antonio, Antonio”, il manager che ha saputo conquistare tutti e che ha portato in bacheca il titolo numero sei, il quinto della gestione Abramovič.

La casa di Craven Hill è un ricordo lontano, non sono mai tornato in quella via, ma l’affetto per il Chelsea quello no è intatto e stasera vorrei essere li su Fulham road col petto gonfio d’orgoglio per fare un passeggiata, vorrei incrociare qualcuno con la sciarpa bianca e blu al collo e abbracciarlo come si fa con chi non conosci ma che sei certo che sta vivendo le tue stesse emozioni. Vorrei passare la sera al pub a parlare di Osgood, perché lui nei discorsi, soprattutto dopo qualche birra, ci entra sempre e di Diego Costa, ma dove lo trovi un’altro così?! E poi qualcuno direbbe sicuramente “You remember Sutton?”. E tutti, ma proprio tutti sentendo che sono italiano mi festeggerebbero.