11 agosto — Ponferrada, ovvero l’Odissea
Che la giornata non fosse buona potevo capirlo già alle 4.30 quando, alzandomi per fare pipì (perdonate la schiettezza, ma non sapevo come porlo in maniera poetica), ho fatto fatica a camminare fino al bagno: le medicazioni sulle vesciche, ad ogni passo, si facevano sentire.
Probabilmente scosso da questa realizzazione, una volta a letto ho sognato me stesso in terza persona, alla Cruz de Hierro, che doveva rinunciare al cammino e salire in macchina, con un pubblico attorno fatto unicamente da Vittorio Sgarbi e ancora da un altro me stesso che urlavano “Capra!”. Non c’è bisogno di Freud per capire due cose: che ho mangiato pesante la sera prima e che vivo questo viaggio come una sfida a me stesso con il fallimento dietro l’angolo.
Mi sono alzato dunque abbastanza scosso, salvo poi essere contento di rivedere Luca ed Eva, con cui ho cenato ieri sera e con i quali si è instaurato un bel rapporto. Preparazione veloce, colazione ancor più veloce e subito fuori, a salutare questo splendido paese diroccato, reso ancor più splendido dall’alba sullo sfondo. Siamo a 1500 metri, quasi nel punto più alto del Cammino.
Sento dolore, ma seguendo Eva e Luca riesco a tenere il passo. Come detto, le medicazioni creano spessore e sforzano, toccando le scarpe, sulle ferite. Mi ci vuole un po’ a scaldarmi e prendere il ritmo di un cinquantenne zoppo, ma sembra che vada tutto bene.
Arrivati alla Cruz de Hierro è il momento di tirar fuori dalle tasche il sasso proveniente dalla ridente Lainate in quel di Milano, e di chiedere che nel giorno del giudizio questo sforzo e questo Cammino possano fare pendere nel verso giusto la bilancia dei peccati. Vero o no, credibile o non credibile, lo faccio più che volentieri nel pieno spirito del Cammino. Questo momento, almeno personalmente, è davvero importante perché, al di là del sasso, segna il primo dei due punti (l’altro il Monte do Gozo che arriverà prima di Santiago), in cui ho voluto dare il mio segno personale a questo cammino.
Superato il momento simbolico della Croce, ci avviamo lentamente, tutti insieme ma allo stesso tempo da soli, verso il paese successivo, el Manjarin. Parlare di paese è esagerato, perché di esso è rimasto solo un albergue di ispirazione templare e il ben noto cartello dei 222km mancanti a Santiago. E fin qui tutto bene, anche se faticavo a tenere il passo di Luca ed Eva (che, per capirci, ieri erano arrivati oltre un’ora dopo). Per questo motivo, per non obbligarli ad aspettare un povero vecchio come il sottoscritto, al successivo bar li saluto e prendo la statale che porta a Ponferrada, una lunga strada in discesa, per niente trafficata, che mi evita il sentiero parallelo e pieno di sassi.
All’inizio era bello osservare loro accanto a me, io sulla strada e loro sul sentiero. È diventato sempre meno bello, col passare dei metri, osservare loro allontanarsi ad un rapido passo (beati loro!) mentre io cominciavo la mia volontaria camminata solitaria, questa volta non per desiderio di solitudine quanto per non voler essere di peso.
Ho provato con le scarpe da ginnastica. Dopo un chilometro che è durato venti minuti, sono ritornato agli scarponi; ma il dolore laterale mi costringeva a camminare diversamente, e in breve tempo mi ha creato pure dolori muscolari. Insomma, un’agonia. Percorro così 3 chilometri in quella che è stata una lunga ora sulla statale, venendo superato dai pellegrini in bicicletta che, in discesa, almeno avevano il buon gusto di non dire “Buen Camino” per non farsi urlare dietro.
Ad un certo punto ero così sopraffatto dalla difficoltà che ho cominciato a pensare di voler rinunciare e chiamare un taxi per farmi portare a destinazione; in quel momento ho sentito di aver davvero fallito, di aver sbagliato a valutare il mio corpo e la mia resistenza. Nemmeno il continuo auto-incitamento a colpi di “I will never quit”, e a colpi di “pensa al tuo obiettivo” sembrava farmi desistere dal desiderio peccaminoso di un letto pronto ad accogliermi.
All’ennesimo “non fermarti mai” gridato internamente, scorgo in lontananza dei pellegrini fermi nei pressi di un bivio: il bivio per El Acebo. Ottocento metri era la distanza indicata per il bar più vicino. Che saranno mai 800 metri? Anche nella disperazione più nera, 800 metri sono due soli giri del campo di atletica: invece, 800 metri sono la differenza tra disperazione nera e disperazione atroce. 800 metri di discesa sui sassi nella mia condizione odierna significava letteralmente buttare benzina sul fuoco per vedere che effetto fa; arrivo al El Acebo, stanco, distrutto moralmente e privo di ogni volontà.
A El Acebo incontro nuovamente Luca ed Eva, già riposati da una lunga pausa; parliamo un po' e loro ripartono. Preso dal dilemma di dover chiamare il taxi e farmi venire a prendere, caso vuole che in quel momento passa il furgone del servizio che trasporta lo zaino: per come la vedo io (riguardo al mio personale cammino, s’intende), è una vergogna minore perché alla fine è comunque camminare. Così in breve tempo dico addio ai miei 10kg di fardello per ricominciare a camminare.
Non che la situazione migliori di molto, però in un modo o nell’altro percorro i primi 3 chilometri per raggiungere un paesino bellissimo ed isolato chiamato Qualcosa di Qualcosa, e si continua passo dopo passo, metro dopo metro.
Sì prosegue, lentissimamente ed in solitaria, lungo la statale. Sullo sfondo, la natura si adatta alla sempre minore altitudine, mentre la cattedrale di Ponferrada è ben visibile in lontananza. Mancano 16 chilometri circa, una distanza abissale in queste condizioni. Inebetito dall’Oki, con bastone e borraccia Cammino per due ore almeno, quando decido di prenotare l’albergue (altra mia personale vergogna, resasi necessaria dal fatto che è Agosto e tutto il mondo arriva a Santiago). Sempre più lentamente, sempre più stancamente, arrivo a Molinaseca. Di “secco” c’è tutto, me compreso. Fiacco d’umore, fiacco di volontà, piuttosto triste. Vergogna delle vergogne, passa lì vicino un taxi ed automaticamente mi si alza il braccio per chiamarlo. Che triste fine, penso.
L’albergue è pulitissimo e la signora molto gentile: vedendo i piedi mi consiglia di andare in Ospedale, cosa che puntualmente (e sempre più lentamente, visto che è a 1,3 km di distanza), faccio. Immaginate un settantenne con problemi di deambulazione, camminare in giro per la città. Quello ero io oggi.
In ospedale mi curano bene, ed in ogni caso la nota positiva è che tutte le inservienti sembrano uscite dalla semifinale di Miss Spagna. Ho detto semifinale, non esaltatevi troppo. La nota negativa, invece, è che l’infermiera mi ha assolutamente sconsigliato di camminare per il giorno dopo.
Con l’animo un po’ abbattuto, ma in fondo meno di prima perché evidentemente non stavo proprio così bene, cammino, un po' più speditamente ora, per mangiare il classico bocadillo con Jamon y Queso e visitare la splendida Ponferrada. Splendida, davvero. Una bellissima città templare che si visita bene in un’ora con due pause caffè da venti minuti l’una. Però è veramente bella, per quel poco che c’è. Nel tornare, vedo quattro teneri vecchietti seduti all’ombra del municipio. Mi avvicino, camminando peggio di come farebbero loro, tanto che le signore si sono messe in posa difensiva per tenersi stretto il bastone, probabilmente pensando che volessi rubarglielo. In effetti, avrebbe aiutato. Però in realtà chiedo loro dove si trova la farmacia, essendo sicuro che loro sono i clienti abituali e più affezionati del paese. Dopo un immediato “todo derecho, la primera a izquierda” (grazie mille, Anziani Maps!), la farmacia è presto trovata.
La giornata volge alla fine con quattro chiacchiere in compagnia di una canadese alla quale si è allagata la casa mentre lei è qui in Spagna, e altri simpatici italiani.
Per domani, ho dovuto prendere il biglietto del pullman: non posso permettermi di perdere una tappa. Purtroppo, ho dovuto cedere alle lusinghe della modernità. Spero che Santiago mi perdoni, sapendo perché sto andando lì.