12 agosto — Villafranca del Bierzo, ovvero introspezione (fallita)
Alle prese con l’accettazione di questa sosta, la mia giornata inizia con una buona colazione in compagnia, salvo poi dover uscire per andare alla stazione degli autobus. Non va meglio di ieri. Se le vesciche si sentono solo a tratti, sono i muscoli a gridare pietà; anche questa è colpa mia, per non aver mai fatto un adeguato stretching post camminata. Però oggi non è il giorno per essere cattivi con se stessi: è il giorno per capire, riflettere, recuperare.
Ora, non ho la pretesa di essere in grado di rendere interessante né la difficile camminata fino alla stazione, né il viaggio in questo pullmino in compagnia di quattro persone del luogo. Il paesaggio è abbastanza statico, e la tappa sarebbe stata esclusivamente di passaggio. Villafranca del Bierzo è un bel comune di 3000 abitanti, e appena sceso dal pullman, nella piazza principale del paese, provo a recarmi nella Collegiata, un edificio tanto bello fuori quanto interessante dentro. La gentile signora all’ingresso mi chiede se sono in grado di arrivare così a Santiago, e le posso solo dire che “è tutto quello che voglio”.
Dopo un attimo di meditazione, mi rialzo e riprendo la via del paese per andare all’albergue, senza prenotazione. Era l’ultimo letto a disposizione, ed erano solo le 10.40. Da qui in poi, sembra che la consuetudine / necessità sia quella di prenotare; ma non è più il momento di fare gli schizzinosi e invocare la moralità del vero pellegrino. Ormai non ho più il diritto di farlo, e mi adeguo alla necessità.
È difficile riempire la giornata in un posto come Villafranca del Bierzo. Prendo un bocadillo con Bacon, e presto sono le 12,30. Per fortuna arrivano altre persone nell’albergue, tra cui un gruppo di italiani molto simpatici, che hanno fatto gruppo nel corso delle varie tappe. In assenza d’altro, in tre ci prepariamo un pediluvio, che è davvero un piacere anche se ci fa sentire un po’ vecchi.
Passa il tempo: osservo gente scrivere diari, e mi accorgo che vorrei tanto leggerli, perché sono sicuro che al di là dell’inevitabile quanto inutile racconto delle varie giornate, ciascuno di loro ha tante emozioni che dovrebbe condividere. Il mio è un pensiero banale, lo so. Ma anche quelli che sono qui per un’avventura pian piano scoprono l’esistenza di motivazioni più profonde.
Sono le quattro, e il riposo forzato mi porta a pensare a dove sono arrivato nella vita: niente di nuovo sul fronte occidentale, in realtà. Rispetto ai 27 anni di qualche mese fa, ho solamente stabilizzato la mia situazione sotto tutti i punti di vista: l’anno della ricostruzione, come lo voglio immaginare, sta andando per il verso giusto. Ho ancora tanti progetti ed idee in corso, e credo proprio che questo viaggio mi stia aiutando a capire le priorità: se non altro, avere sei ore al giorno in cui camminare dà modo di “fare pulizia” al proprio interno, come e meglio di una purga per l’intestino. Anzi, più che “pulizia” la parola giusta è “inventario”.
Sono già stufo di queste banalità: sto girando attorno a dei concetti astratti pur di non entrare nel merito, e penso si capisca. Perdonatemi.
La giornata continua nel più completo relax tra auto massaggi e auto medicazioni, mentre si chiacchiera con il bel gruppo di dieci italiani incontrati qui. Alla cena tutti insieme, per la prima volta il famigerato menù del pellegrino: carne, patate, fagioli, gelato. Ci può stare.
Domani non si è ancora in condizione di camminare al meglio, per cui probabilmente prenderemo il pullman fino a metà e faremo l’ultima parte solo per riprendere il ritmo. Il plurale non è per indicare un’improvvisa autoconsapevolezza della propria superiorità, bensì indica che anche un’altra ragazza del gruppo farà la stessa cosa.
Mi accorgo che la scrittura è stanca e povera di stile, per cui chiudo qui e cerco di riprendere il giusto ritmo ed entusiasmo domani