15 agosto — da Galvor a Portomarin, ovvero “Profumo di Santiago”

La stanchezza accumulata evidentemente si fa sentire perché io e Theresa indulgiamo nel dormire e usciamo alle 6.45. Ben presto le chiedo se vuole camminare da sola e me la lascio alle spalle. Come spesso accade, nessuno avanti e nessuno dietro, mentre i galli cantano. Di solito si capisce come va la giornata a seconda di come si riescono a mettere le calze e infilare gli scarponi, ovvero da quanto dolore si prova: in questo senso, sembra possa essere una buona giornata.


La bellezza del camminare a quest’ora del mattino è indescrivibile: osservi i contorni sempre più definiti, e apprezzi gli edifici nel loro volto più nascosto. Oggi è la prima tappa del “secondo Cammino”, quello che io definisco il Cammino “turistico”. Da Sarria in poi, infatti c’è una quantità di pellegrini almeno tre volte superiore a tutto il Cammino precedente, sia perché non tutti hanno almeno due settimane a disposizione, sia perché, banalmente, gli ultimi 100km costituiscono la distanza minima da percorrere per avere la “Compostela”, una sorta di certificato dell’avvenuto pellegrinaggio. Non sta a me distinguere o giudicare i motivi del pellegrinaggio di ciascuno, perché se c’è qualcosa che ho imparato facendo qualche km ogni giorno (ho imparato tante cose, in realtà), è che la fatica di ogni singola persona è dignitosa. Tuttavia, anche parlando con alcuni pellegrini che incontri lungo la via, si possono notare le caratteristiche di molti (non tutto, ripeto), pellegrini da ultima settimana (non per niente chiamati merenderos):

  • Alternativamente nessuna abbronzatura derivata dalla settimana precedente passata a lavorare o abbronzatura perfetta e completa derivata dalla settimana precedente passata a Ibiza.
  • Zaino ridicolmente piccolo, o addirittura assenza di zaino.
  • Divisione di 100km in sei o sette tappe
  • Prenotazione assidua (e questo è davvero necessario), però di camere singole o doppie (assolutamente astenersi dormitori o bagni in comune, non sia mai!)
  • Talvolta, CAMICIA. Come direbbero quelli del Milanese Imbruttito, cazzosiamoaFormentera?
  • Andamento leggero, sospinto, talvolta cantando e fischiettando
  • Partenza alle otto, “perché tanto abbiamo prenotato e vogliamo goderci i paesaggi”.

Ora, queste sono cose che ho osservato in queste ore a camminare sotto il sole nella giornata di oggi. Si percepisce davvero un’aria diversa, quasi di gita scolastica. La percezione è che per i merenderos il Cammino sia un gioco o una vacanza alternativa, equivalente ad andare al mare, ma più “figa” perché “vuoi mettere la fatica”. Tanti sono i gruppi di diciottenni che scherzano, giocano, parlano. La solitudine, qui, è davvero impossibile. Per questo motivo prendo l’iPod e mi tengo compagnia con la musica, camminando tra i vari paesini, man mano sempre più brutti.


Tornando alla partenza, la camminata procede spedita fino a San Mamede, passando per il famoso albergue con piscina, salvo poi scoprire che la piscina era solamente una struttura in plastica per bambini. Si arriva, su asfalto, rapidamente a Sarria, non pensando ad altro che a camminare e rimpiangere i paesaggi incantevoli visti fino al giorno precedente.

Camminare attraverso Sarria è la morte del cuore: alberghi di lusso, città moderna, salvo l’ultima parte in uscita dalla centro, un po' più antica e interessante. Sono ormai le otto: la musica e la solitudine voluta mi portano a camminare senza fermarmi, guardando avanti ma già pensando ai mille progetti che vorrei portare avanti non appena torno. Sento di essere già cambiato, di essermi alleggerito dei pesi che mi portavo dietro, e di aver davvero voglia di scrivere un’altra pagina della vita.

Purtroppo, come si è detto, il paesaggio non ispira poesia: Barbadelo, dove mi fermo a far colazione, è un triste posto senza vita, e così anche tutti i successivi posti, ovvero Molino, Leiman, Peruscallo. Già nel momento in cui scrivo, poche ore dopo, li ho dimenticati.

Il percorso, oltre a non essere esteticamente bello, è pure fastidioso per i continui saliscendi che ti restano sulle gambe. Le ginocchia vorrebbero lamentarsi, così come invece si lamentano abbondantemente i talloni.

Da qualche decina di chilometri, a lato della strada si trovano gli indicatori della distanza a Santiago: dopo un rapido giro di interviste (Ezio e Theresa, ieri, e nessuno oggi), sembro essere l’unico ad apprezzarle, perché se è vero da un lato che ti sembra di camminare per chilometri e poi hai fatto si e no trecento metri, dall’altro lato trovo adorabile osservare il contatore scendere ogni volta, e sempre di più.

Da Barbadelo mancano 110km, e decido come si è detto di continuare almeno fino ai meno cento prima di fare una sosta per “cura dei piedi”: ma la presenza di una sorgente d’acqua e di panchine subito dopo fanno sì che mi fermi al km 102. Saluto l’arrivo di due nuove vesciche in punti non fastidiosi, ma mi accorgo di aver perso una delle componenti imprescindibili di questa vacanza: l’ago. Giusta punizione divina per aver donato il set di scorta a Theresa la sera precedente. La cura procede comunque con nuove medicazioni, nuovo betadine, nuovi cerotti e cambio di calze. Ma siamo tranquilli, anche se un po’ stanchi.

La strada continua come sempre, tra alti e bassi: nessuno con cui voler parlare, nessuno con cui dover parlare. L'arrivo ai meno cento, celebrato da un cippo ad hoc, è una grande emozione: se tolgo i 40km saltati per “infortunio”, chiamiamoli così, sono già 150 di cammino, a quanto mi dicono. È una bella sensazione, davvero.

In questi chilometri ho, a volte, quelle che chiamo “crisi di pianto senza pianto”, un po’ la versione in lacrime del conato di vomito: da un secondo all’altro mi salgono le lacrime agli occhi per un misto di ansia, gioia, emozione, attesa; tutte componenti positive, badate. Sono davvero momenti intensi e brevi, forse anche questi risultati del grosso viaggio emotivo che è il Cammino in solitaria.


Il caldo comincia a farsi sentire, e la fatica pure. L’umidità Galiziana non offre scampo: bisognerebbe bere tanto, ma non ci sono moltissimi posti dove fermarsi. Su e giù continui rendono ogni passo sempre più pesante, ed è con difficoltà che arrivo a Portomarin e all’albergue verso le 13,30, dopo quasi sette ore di cammino.

Dopo aver mangiato l'obbligatorio bocadillos Bacon y Queso con Coca Cola, ed aver salutato con piacere la vista di un'altra Erika del gruppo di italiani, e della coreana San, mi rendo conto, mentre sistemo lo zaino, che in due giorni ho perso quattro beni preziosissimi: la federa del cuscino, l’ago da cucire, una calza e una molletta, queste sicuramente dopo il cambio di oggi, per il quale le avevo attaccare allo zaino ad asciugare.

Ora, non insultatemi per quello che sto per dirvi: mi è venuto in mente un passo del “Se questo è un uomo” di Primo Levi, dove lui descrive l'importanza estrema del cucchiaio e della disperazione quando questo viene rubato o sequestrato. Ovviamente le situazioni sono ben diverse, ma la sensazione di smarrimento è, a grandi linee, la stessa. Non tanto nel fatto che sia impossibile prenderne un altro (anche se per Primo Levi era probabilmente così), quando nella realizzazione che ogni oggetto ha la sua fondamentale importanza in un suo contesto. Le calze e l'ago, soprattutto, sono fondamentali per chi cammina.

Ps del post cena: la bestialità del mio paragone emerge già nel fatto che ho potuto comprare un set di trenta aghi alla bellezza di un euro. Perdonatemi, ma spero abbiate capito il concetto.Mentre scrivo tutto questo, è arrivato un eroe: un ragazzo che oggi ha fatto 49km. Quando toglie la scarpa, però, ha il mignolo aperto e sanguinante. Ho il sospetto che il confine tra eroismo e stupidità, in questo caso, sia molto sottile.


Ho finito per il momento, e decido di medicarmi per uscire a mangiare e visitare questa strana città. L’intera città è stata spostata su un altopiano a seguito della costruzione di una diga: lo spostamento è stato letterale, nel senso che la chiesa principale è stata smontata pietra per pietra, ciascuna delle quali numerata, e poi rimontata, soltanto che evidentemente a un certo punto si sono stufati di seguire l’ordine e hanno messo le pietre a caso. Le cose da vedere, a Portomarin, sono fondamentalmente due, e il tempo impiegato è di circa trenta secondi a monumento.

La serata dunque scorre tranquillamente con un classico menù del pellegrino, e la distruzione dell’ultimo residuo fisico di un legame che non c’è più.

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