Catherine Deneuve, potevi anche startene zitta.

Donne vs donne, same old story (purtroppo)

Catherine Deneuve quando ancora non si era bollita il cervello (forse).

L’altro ieri ho acceso la tv mentre facevo colazione, approfittandone per vedere qualche notizia su Sky TG24, ed è lì che, già di prima mattina, leggendo i titoli che scorrevano in fondo allo schermo, mi è andato di traverso il boccone.

“Catherine Deneuve a Le Monde: lo stupro è un crimine ma difendiamo la libertà di importunarci”.

What?

Ho pensato che magari avevo frainteso. Che la dichiarazione fosse stata mal estrapolata, forse distorta dall‘assenza di contestualizzazione. O che i giornalisti avessero un po’ calcato la mano su una frase detta con leggerezza, perché in mezzo al polverone sollevato dal caso Weinstein una cosa come questa avrebbe fatto notizia, e quel che fa notizia porta ascolti o click, quindi soldi.

Da brava rompiscatole sono andata dritta alla fonte. Volevo capire dove stava l’inghippo: perché mai una donna direbbe una cosa del genere?

Vi avverto: il testo di Catherine & co è un gran minestrone, infarcito di voli pindarici e riflessioni che spaziano da quella che vorrebbe essere (ma non ce la fa) una fine analisi biopolitica a concetti dello stesso livello delle chiacchiere da bar. Ciò che permea l’intero testo è una profonda ignoranza, mista a confusione, accompagnata da un conservatorismo maschilista borghese da orticaria.

Non ho il dono della sintesi, e mi piacerebbe quindi analizzare nel dettaglio le parti più problematiche, cioè quasi tutte.

Partiamo.

Direttamente dal sito di Le Monde (per leggere il manifesto della Deneuve & co. per intero senza pagare però vi conviene andare qui):

“Nous défendons une liberté d’importuner, indispensable à la liberté sexuelle”
“Difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”.

Primo punto: Difendere la libertà di importunare? 
Non so che concezione abbia Catherine Deneuve della libertà, ma per me la libertà è quella cosa che è limitata dal danno che si può arrecare ad altri (cioè è limitata dalla libertà altrui a essere e rimanere integri). Sono sicura che qualche filosofo sarebbe d’accordo con me. 
Quindi: sono libero fino a che non faccio del male ad altri: la mia sfera di azione finisce là dove inizio ad arrecare danno a qualcuno. 
Può quindi esistere una cosa come la libertà di importunare? 
Direttamente dal dizionario dei sinonimi Treccani:
“importunare v. tr. [der. di importuno]. — [recare molestia a qualcuno] ≈ dare noia (a), disturbare, infastidire, molestare”.
Quindi no, Catherine, secondo me non può esistere la libertà di molestare qualcuno.
Ma se anche fosse possibile definire la molestia una libertà, dove sta l’utilità del fare una crociata in difesa del diritto di importunare? Difendere il diritto di molestare qualcuno, quando la molestia è fisica? Sul serio? O se anche la molestia fosse solo verbale, ti sembra una battaglia degna di essere combattuta? A me no, ma magari è un problema mio. Va bene la libertà di espressione, ma se vado in giro a importunare le persone secondo me qualche cazzotto in faccia alla fine me lo prendo.

Secondo punto: la libertà di importunare è, secondo Catherine, fondamentale per la libertà sessuale.
Cosa intendiamo con “libertà sessuale”, Catherine? E soprattutto: libertà sessuale di chi? Dell’uomo? Personalmente, se quando parliamo di libertà sessuale parliamo di libertà di provare attrazione per qualcuno, e magari anche di andarci a letto, penso ci siano molti modi di esercitare questa libertà, modi che hanno a che fare con il corteggiamento, con il manifestare interesse, con il conoscere una persona: modi che, per quanto mi riguarda, non includono la mano sul ginocchio, soprattutto se questo gesto viene usato come primo approccio di un uomo nei confronti di una donna. Un uomo può sorridermi, può parlarmi, può farmi capire in mille modi che è interessato a me: ma non in modo insistente al limite dello stalking, e non con una mano sul ginocchio. Corteggiare non vuol dire far sentire a disagio una persona (sempre che la conseguenza sia solo semplice disagio).
E poi: in che situazione un uomo può manifestare il suo interesse nei confronti di una donna? Ci sono, a mio parere (e credo che sia piuttosto condivisibile), delle situazioni in cui le avances sono inopportune, e lo sono non solo se vengono esercitate da un uomo nei confronti di una donna, ma anche al contrario: contesti come la scuola (professore — alunno), qualsiasi contesto lavorativo (capo — sottoposto), la strada (catcalling), e via dicendo.
Sta alla sensibilità di uomo e donna capire quando si sta superando il limite. Capisco che sia un argomento complesso, e capisco che non sia facile stabilire dove stia il confine tra un’avance gradita e una molestia, ma è necessario che gli uomini si impegnino a capire, prima di aprire la bocca o allungare la mano, quando quel gesto è gradito o meno. Il problema fondamentale è che agli uomini è concesso di fare tutto quello che vogliono da troppi anni. Gli uomini superano il limite in continuazione, perché pensano di avere il diritto di farlo, e alcune donne pensano che tutto sommato sia giusto così. A quanto pare Catherine fa parte di questa categoria.
Più avanti, nel testo di Catherine & co, ci viene data una sorta di spiegazione alla formula “libertà sessuale”:

“Ruwen Ogien défendait une liberté d’offenser indispensable à la création artistique. De la même manière, nous défendons une liberté d’importuner, indispensable à la liberté sexuelle. Nous sommes aujourd’hui suffisamment averties pour admettre que la pulsion sexuelle est par nature offensive et sauvage, mais nous sommes aussi suffisamment clairvoyantes pour ne pas confondre drague maladroite et agression sexuelle”.
“Ruwen Ogien difendeva una libertà di offendere indispensabile alla creazione artistica. Allo stesso modo, noi difendiamo una libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale. Siamo, al giorno d’oggi, sufficientemente attenti per ammettere che la pulsione sessuale è per sua natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche abbastanza consapevoli da riuscire a non confondere l’avance maldestra e l’aggressione sessuale”.

Partiamo dal fatto che equiparare la libertà artistica alla libertà sessuale non è sicuramente cosa giusta: la libertà artistica può, al massimo, offendere la morale, ma la libertà sessuale, se in questa si includono anche le molestie, non si limita solo a offendere la morale (intesa come buon gusto, o come ciò che è “politically correct”), ma arriva a coinvolgere e a volte a offendere i corpi delle persone, così come le loro menti. Una molestia, anche solo verbale, è un trauma vero e proprio, che agisce sulla psiche come una ferita difficile da guarire. Non scalfisce la morale, ma colpisce l’individuo.
Sul fatto che la pulsione sessuale sia offensiva e selvaggia credo che ci sarebbe molto da dire. Si può dire che la pulsione sessuale è istintiva, ma grazie a dio siamo esseri umani e non animali, e le pulsioni, nel rispetto degli altri (viviamo in società e non in una giungla, Catherine), si devono, ogni tanto, per rispetto nei confronti degli altri, tenere a bada. La pulsione sessuale non è offensiva: offendere, etimologicamente, deriva dal latino ob- fendere, cioè “urtare, colpire” + “contro, verso”. Questo vorrebbe dire che la pulsione sessuale urta o colpisce qualcuno: forse proprio questa lettura della pulsione sessuale data da Catherine & co è alla base dell’incapacità di alcuni uomini di frenare le proprie pulsioni, e alla base del giudizio di alcune donne che credono che in fondo sia giusto così, perché la natura dice che è così. Non è giusto così, sappiatelo. La pulsione sessuale non è offensiva: non deve ferire, non deve fare male a nessuno.

Riprendendo dall’inizio del testo:

“Le viol est un crime. Mais la drague insistante ou maladroite n’est pas un délit, ni la galanterie une agression machiste”
“Lo stupro è un crimine. Ma l’avance insistente o maldestra non è un delitto, né la galanteria è un’aggressione machista”

Quindi l’avance è una galanteria? 
Definiamo “galanteria”, Catherine. Per me la galanteria è quando un uomo mi apre la portiera della macchina, al massimo (e pare che la Treccani sia d’accordo con me — galanterìa s. f. [der. di galante]. — 1. a. Gentilezza ostentata e cerimoniosa verso le donne, dimostrata nelle parole, nell’atteggiamento e nei gesti, come comportamento occasionale o abituale).
Per te un’avance è una galanteria? Evidentemente sì: avance = galanteria perché l’avance è per te, Catherine, una gentilezza, un gesto gentile, cortese, di un uomo nei confronti di una donna. Perché l’avance ci lusinga come donne, perché l’approccio di un uomo dovrebbe farci sentire meglio. Catherine, a me se mi aprono la portiera della macchina fa (al massimo) piacere, ma se mi fanno un’avance a sfondo sessuale non molto.

Poi: gli uomini a volte sono maldestri. Ma è vero, o è solo un modo per continuare a scusarli? Mi è saltato all’occhio un aggettivo usato da Catherine “maladroite”, “maldestra”, riferito a “drague”, che il dizionario definisce “rimorchio, flirt”: quante volte avete sentito la parola “maldestro” usata nelle giustificazioni addotte in difesa dell’azione più o meno lecita di un uomo? Io molte. 
La parola “maldestro” è palesemente legata alla logica del “boys will be boys”, ovvero: perdonali, perché è nella loro natura. Gli uomini sono maldestri, sono impacciati, sono goffi, sono fatti così. I loro gesti sono così. Devi capirli. Devi scusarli. 
Quindi se un uomo mi fa un’avance non richiesta, che mi urta perché mi importuna, devo capire che è solo un tentativo maldestro, goffo, di approccio, e come tale devo considerarlo. 
Come se la mano sul mio ginocchio, gesto maldestro che io giudico inopportuno, dovessi interpretarlo come se stesse per qualcos’altro: la manifestazione di un interesse erotico o romantico nei miei confronti, che io devo accettare, e che anzi, forse secondo Catherine dovrebbe pure lusingarmi. L’avance insistente, o maldestra che sia, è comunque un’azione ben chiara, che ha delle conseguenze sulla persona che la riceve: dicendo che è solo un gesto “maldestro”, “goffo”, trattiamo l’uomo come un bambino che non sa quello che fa, e in fondo lo solleviamo dalla responsabilità delle sue azioni. E non è giusto.

Il tono dell’intero articolo di Catherine & co è polemico, volto a ridicolizzare le posizioni dei movimenti femministi: altrimenti perché dire che l’avance non è un delitto? Lo sappiamo tutti che non è un delitto vero e proprio, perché non si uccide nessuno nel fare un’avance, ma usare questa iperbole per minare la validità delle argomentazioni del movimento #metoo è davvero una mossa scorretta, di chi è chiaramente in malafede.

Continuiamo:

Surtout, nous sommes conscientes que la personne humaine n’est pas monolithe : une femme peut, dans la même journée, diriger une équipe professionnelle et jouir d’être l’objet sexuel d’un homme, sans être une « salope » ni une vile complice du patriarcat. Elle peut veiller à ce que son salaire soit égal à celui d’un homme, mais ne pas se sentir traumatisée à jamais par un frotteur dans le métro, même si cela est considéré comme un délit. Elle peut même l’envisager comme l’expression d’une grande misère sexuelle voire comme un non-événement”.
Soprattutto, noi siamo coscienti che la persona umana non è monolitica: una donna può, nella stessa giornata, dirigere un team di professionisti ed essere contenta di essere l’oggetto sessuale di un uomo, senza essere una poco di buono né una vile complice del patriarcato. Può assicurarsi che il suo salario sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi mai traumatizzata da uno strusciatore in metropolitana, anche se questo è considerato un delitto. Può persino considerarlo come espressione di una grande miseria sessuale oppure come un non-evento”.

Ed ecco che casca l’asino: Catherine ci spiega cosa significa essere donne. È lecito essere sia delle ambiziose donne in carriera, sia oggetti sessuali.
Ma è utile dire una cosa del genere? C’è bisogno di dire che una donna può essere una lavoratrice e al tempo stesso, nel privato, un oggetto sessuale?
Mi sembra che si stia mancando clamorosamente il punto: quello che a una donna piace, o come desidera sentirsi, è una questione privata, soggettiva, su cui nessuno può mettere becco (no, nemmeno le altre donne: nessuna si merita l’appellativo di “poco di buono”). Il fatto però che gli uomini abbiano la tendenza a trattare le donne come oggetti sessuali non è una questione privata, né tantomeno un comportamento accettabile. 
Esempio (nomi di fantasia): a Maria piace farsi trattare come un oggetto sessuale da Giuseppe, ma magari non dal fruttivendolo. Giuseppe è l’uomo con cui ha una relazione di tipo sessuale, il fruttivendolo è un uomo che a Maria non fa né caldo né freddo. All’interno della loro relazione sessuale, Maria e Giuseppe hanno capito che questa dinamica a loro piace, e che fa bene alla coppia. Maria e il fruttivendolo non hanno una relazione di nessun tipo, tranne la mattina quando Maria va a comprare l’insalata, occasione in cui si scambiano i normali convenevoli tra venditore e compratore, e niente di più. Maria non ha dato nessun segnale che il fruttivendolo potesse interpretare come una disponibilità a una relazione sessuale. Quindi, il fruttivendolo non ha nessun diritto di trattare Maria come un oggetto sessuale, molestandola verbalmente, fischiandole dietro, o molestandola fisicamente.
Ora è più chiaro?
E poi, continuando: secondo Catherine io posso non sentirmi minimamente toccata o ferita dal fatto che uno mi si strusci addosso in metropolitana. Beh, grazie Catherine, non siamo tutte uguali. Mi fa piacere che tu te la viva così bene, ma invece a me dà un po’ fastidio, e se permetti mi sento vittima di una cosa che non ho scelto: il fruttivendolo mi mette una mano sul sedere, e questa cosa mi fa schifo, mi disgusta e mi fa sentire oltraggiata, magari anche ferita, perché non mi piace se un estraneo mi tocca il sedere.
Non sta a me né a te, Catherine, decidere come una donna vive un atto del genere e fino a che punto può sentirsi una vittima.

Torniamo un attimo su:

“À la suite de l’affaire Weinstein, a eu lieu une légitime prise de conscience des violences sexuelles exercées sur les femmes, notamment dans le cadre professionnel où certains hommes abusent de leur pouvoir. Elle était nécessaire. Mais cette libération de la parole se retourne aujourd’hui en son contraire : on nous intime de parler comme il faut, de taire ce qui fâche et celles qui refusent de se plier à de telles injonctions sont regardées comme des traîtresses, des complices ! Or c’est là le propre du puritanisme que d’emprunter, au nom d’un prétendu bien général, les arguments de la protection des femmes et de leur émancipation pour mieux les enchaîner à un statut d’éternelles victimes, de pauvres petites choses sous l’emprise de phallocrates démons, comme au bon vieux temps de la sorcellerie”
“A seguito dell’affare Weinstein, ha avuto luogo una legittima presa di coscienza delle violenze sessuali esercitate sulle donne, particolarmente nell’ambito professionale in cui alcuni uomini abusano del proprio potere. Questa protesta è stata necessaria. Ma questa liberazione della parola si trasforma oggi nel suo contrario: ci viene intimato di parlare come si deve, di tacere ciò che dà fastidio e le donne che si rifiutano di piegarsi a tali ingiunzioni sono trattate come traditrici, come complici! Ed è proprio del puritanesimo prendere in prestito, in nome di un supposto “bene generale”, le argomentazioni della protezione delle donne e della loro emancipazione per poterle meglio incatenare allo statuto di eterne vittime, di piccole povere cose in balia dei demoni fallocratici, come ai buoni vecchi tempi della stregoneria”.

Catherine & co ci stanno quindi dicendo che la stessa protesta, legittima, che avrebbe dovuto liberare le donne, si è trasformata in una caccia alle streghe puritana, che invece di rendere le donne più forti, non fa altro che perpetuare la loro inferiorità e incasellarle come vittime.
E qui, Catherine, hai sicuramente ragione: siamo vittime. Non è che siccome siamo nel 2018 allora possiamo pensare che le cose siano magicamente cambiate: i secoli e secoli di abusi di ogni tipo, di silenzi, di violenze subite in segreto, non ci hanno di certo rese libere. Eravamo vittime e vittime siamo e saremo, fino a che continueremo a subire violenze e molestie, a non ribellarci, a non dire pubblicamente che il problema non siamo noi, ma gli uomini che allungano le mani anche quando non devono, o quando nessuno ha dato loro modo di pensare di poterlo fare. Fino a che gli uomini non impareranno e non la smetteranno, noi continueremo a essere vittime dei loro soprusi.
Forse è il concetto di vittima che a Catherine non piace: per lei vittima = debole. Lei vuole sentirsi forte, vuole farci sapere che denunciare gli abusi ci rende più deboli agli occhi del mondo, e che fino a che saremo deboli quasi ce li meriteremo, gli abusi. Cara Catherine, stai sbagliando: il problema della nostra società non è che noi siamo vittime, ma che gli uomini sono carnefici. Come lo chiami uno che ti fa un colloquio di lavoro e ti mette una mano sul ginocchio? Mi dici che non va bene chiamarlo “porco”, ma allora come lo devo chiamare? Dici che è la pulsione sessuale che fa sì che si comporti così? Dici che noi donne, le stesse che queste palpate inopportune le ricevono senza averle chieste, dobbiamo difenderle il diritto degli uomini di palparci in difesa della libertà sessuale? Libertà sessuale di chi, scusa? Non è la libertà sessuale dell’uomo che stai difendendo qui?
Io credo che abbiamo tutto il diritto di sentirci come ci pare, rispetto alle molestie che subiamo: ferite, indifferenti, coraggiose, intimorite, turbate, tutto quello che vogliamo. E credo anche che non sia la narrazione del #metoo o del caso Weinstein a renderci vittime, ma le stesse azioni degli uomini, quelle che tu imputi alla pulsione sessuale offensiva, alla loro naturale inclinazione ad aggredire la preda.

“Cette fièvre à envoyer les « porcs » à l’abattoir, loin d’aider les femmes à s’autonomiser, sert en réalité les intérêts des ennemis de la liberté sexuelle, des extrémistes religieux, des pires réactionnaires et de ceux qui estiment, au nom d’une conception substantielle du bien et de la morale victorienne qui va avec, que les femmes sont des êtres « à part », des enfants à visage d’adulte, réclamant d’être protégées”.
“Questa foga di mandare i “porci” al mattatoio, che di certo non aiuta le donne a rendersi autonome, fa in realtà i comodi degli interessi dei nemici della libertà sessuale, degli estremisti religiosi, dei peggiori reazionari e di coloro che pensano, in nome di una concezione sostanziale del bene e della morale vittoriana con cui va a braccetto, che le donne siano degli esseri “a parte”, dei bambini dal viso di adulti, che richiedono di essere protetti”.

Catherine, qui sei veramente imperdonabile, e mi sembra anche che siamo a tanto così (non vedete il gesto che sto facendo, ve lo spiego: equivale a “pochissimo”) dal delirio totale.
Se fossi qui davanti a me ti chiederei di spiegarti in che senso la condanna delle molestie o dei comportamenti scorretti (che immagino tu definiresti solo “galanterie”, perché a te uno che ti tocca il sedere non infastidisce nemmeno un po’) fa il gioco di chi vuole limitare la libertà sessuale. Di nuovo: quale libertà sessuale? Perché guarda che non c’è solo quella libertà sessuale per cui l’uomo si approccia alla donna con una bella manata sul culo! C’è anche un’avance più aggraziata, uno sguardo languido, o magari c’è anche la donna che flirta, anche senza mettere la mano sulle terga dell’uomo: anche quella è libertà sessuale! Forse sei troppo incastrata nelle logiche maschiliste per capire che non c’è solo la libertà dell’uomo di essere viscido con le donne per poter instaurare una relazione sessuale. Capisco che nel ‘600 andava così, ma non sei mica così vecchia, il ’68 l’hai fatto, no?
E denunciare le molestie o portare a galla anni di abusi equivale a una richiesta di aiuto da parte delle donne? Ma chi l’ha detto?

Andando avanti Catherine & co sembrano buttarla un po’ in caciara, raccontando di quanto sia assurdo censurare un quadro di Balthus solo perché può essere interpretato come un’apologia della pedofilia, e poi perché dire che Blow Up è un film maschilista è assurdo e bla bla bla, insomma: non c’entra nulla con quello di cui si stava parlando. Ancora una volta sembra che Catherine & co evidenzino gli estremi di un pensiero femminista giusto per ridicolizzarlo agli occhi dei conservatori. Un altro bell’esempio di disonestà intellettuale!

Poi:

“En tant que femmes, nous ne nous reconnaissons pas dans ce féminisme qui, au-delà de la dénonciation des abus de pouvoir, prend le visage d’une haine des hommes et de la sexualité. Nous pensons que la liberté de dire non à une proposition sexuelle ne va pas sans la liberté d’importuner. Et nous considérons qu’il faut savoir répondre à cette liberté d’importuner autrement qu’en s’enfermant dans le rôle de la proie”.
“In quanto donne, noi non ci riconosciamo in questo femminismo, che, al di là della denuncia degli abusi di potere, assume il volto di un odio nei confronti degli uomini e della sessualità. Pensiamo che la libertà di dire no a una proposta sessuale non possa esistere senza la libertà di importunare. E consideriamo che si debba saper rispondere a questa libertà di importunare in altro modo che rinchiudendosi nel ruolo della preda”.

Come non mettersi le mani nei capelli? Adesso è tutto chiaro: Catherine & co devono essere il residuo più tenace di un conservatorismo pre-68 che credevo che in Francia non ci fosse più. 
In che modo condannando abusi e molestie, e riconoscendo che questi comportamenti maschili hanno un’innegabile radice nelle strutture patriarcali della nostra bellissima società occidentale, stiamo odiando gli uomini? O la sessualità?
Catherine ce l’ha già spiegato: perché la sessualità è roba da uomini, la sessualità è l’uomo-bestia che non deve chiedere, che prende quello che vuole quando vuole, non importa se la donna è in metropolitana, se sta comprando frutta e verdura, se è ubriaca e non sta capendo cosa sta succedendo. L’uomo-bestia, guidato dall’irrefrenabile pulsione sessuale, esercita la semplice libertà sessuale (dell’uomo), che prende la donna e ne fa quello che vuole. Quindi se questo modello a noi non piace, stiamo, in un colpo solo, odiando sia gli uomini che la sessualità. Ok.

Il delirio continua poco sotto:

“Pour celles d’entre nous qui ont choisi d’avoir des enfants, nous estimons qu’il est plus judicieux d’élever nos filles de sorte qu’elles soient suffisamment informées et conscientes pour pouvoir vivre pleinement leur vie sans se laisser intimider ni culpabiliser. Les accidents qui peuvent toucher le corps d’une femme n’atteignent pas nécessairement sa dignité et ne doivent pas, si durs soient-ils parfois, nécessairement faire d’elle une victime perpétuelle. Car nous ne sommes pas réductibles à notre corps. Notre liberté intérieure est inviolable. Et cette liberté que nous chérissons ne va pas sans risques ni sans responsabilités”.
“Per quelle tra noi che hanno deciso di avere dei figli, pensiamo che sia più giudizioso crescere le nostre figlie in modo che siano sufficientemente informate e consapevoli perché possano vivere pienamente la loro vita senza farsi intimidire o colpevolizzare. Gli incidenti che possono toccare il corpo di una donna non toccano necessariamente la sua dignità e non devono, per quanto a volte siano duri, necessariamente fare di lei una vittima perpetua. Perché noi non siamo riducibili ai nostri corpi. La nostra libertà interiore è inviolabile. E questa libertà che noi conserviamo non esiste senza rischi o responsabilità”.

Ma cosa ho appena letto?
Quindi, se ho capito bene, invece che far crescere i maschi educandoli a non toccare se l’altra persona non ha fatto capire che voleva, e a fermarsi davanti a un no, e a non pretendere niente dall’altra persona, educhiamo le ragazze a non colpevolizzarsi per gli “incidenti” che capitano al loro corpo.
Incidenti. Ok.
E poi, porca miseria, “noi non siamo riducibili ai nostri corpi”. Certo, perché se uno mi tocca il sedere e questa cosa mi fa schifo e mi fa sentire vittima di un’azione che non mi sono cercata e ho solamente subito, allora non devo sentirmi toccata nella mia dignità. Meno male che ci sei tu, Catherine.
Non ho capito esattamente poi cosa voglia dire l’ultima frase: prima si parlava di dignità, poi si è passati alla libertà. Libertà interiore? Di fare cosa? Di non sentirci toccate nell’animo se ci toccano il sedere? E perché poi questa libertà dovrebbe comportare dei rischi o delle responsabilità? O forse sta parlando della libertà sessuale di cui sopra? E quindi essere libere sessualmente significa avere una responsabilità? Assumersi dei rischi? Ma di cosa stiamo parlando?

Quindi.
Se siete arrivati fino a qui avrete capito cos’è questo “manifesto”: un’accozzaglia di concetti senza fondamento, un minestrone di ignoranza, di maschilismo, di conservatorismo, di difesa a spada tratta della libertà sessuale dell’uomo, e della sessualità dell’uomo-bestia che non sa tenere a bada i propri istinti, contro quelle donne che denunciano e che se si lamentano troppo fanno le vittime, e che se fanno le vittime non si aiutano, ma aiutano il puritanesimo.

Ciò che mi colpisce di più, purtroppo, è vedere come le donne continuino a prendersela con le donne, e come l’obiettivo polemico siano sempre le donne, sia che siano colpevoli, sia che siano vittime, sia che stiano zitte, sia che parlino.

Mi colpisce anche il fatto che, dopo che nel 2018 ci siamo resi conto che esistono ancora ambiti (se non la totalità della società) in cui le strutture di potere patriarcali sono ancora belle solide, delle donne scelgano di scrivere proprio una lettera di questo tipo. Mi colpisce, e mi ferisce, che tutto questo sforzo, invece che essere impiegato a sensibilizzare gli uomini, e a cercare di lavorare per un cambiamento culturale profondo e radicale che rimetta le donne sul podio a fianco degli uomini, venga usato ancora una volta per dire che le donne fanno troppo le vittime, e che se fanno le vittime allora le cose non cambieranno mai. Come se, ancora una volta, le donne dovessero assumersi la responsabilità delle cose che subiscono, de-responsabilizzando invece, come sempre, gli unici colpevoli: gli uomini.