Perché il mio giudizio su me stessa conta più di quello degli altri.

L’universo, che non c’entra nulla ma è sempre molto bello.

Qualche giorno fa riflettevo sul fatto che sono ormai anni che mi rendo colpevole di un piccolo (enorme) crimine nei confronti di me stessa: sono una di quelle persone che hanno la tendenza a misurare il valore delle proprie attività (quando non addirittura della propria persona!) sulla base dell’apprezzamento che queste ricevono da parte degli altri.

Di esempi ne ho a bizzeffe, ma uno mi sembra più calzante di altri:
quella volta che pensavo di essere brava a cantare, ma non brava tipo “ok, sono intonata”, più brava tipo “sono la nuova Mariah Carey”. 
A mia discolpa: avevo 11 anni, Mariah per me era dio, vivevo ascoltando le Destiny’s Child dalla mattina alla sera, era il periodo delle super popstar teenager (c’era Britney, ma anche Christina, poi Mandy Moore, Jessica Simpson, LeAnn Rimes -e le ragazze del coyote ugly-), con gli outfit tamarri dei primi anni 2000, i gorgheggi, i lustrini, i balletti, i videoclip. Non solo: era anche il periodo di Popstar, il programma che per primo mi ha illuso di potercela fare perché di fatto un po’ chiunque poteva, se non altro, provare a farcela. Risultato: ho rotto così tanto le scatole che il mio maestro di pianoforte ha iniziato a farmi fare i solfeggi cantati, dicendomi che ero quanto meno almeno un po’ intonata. Ho scassato così tanto con questa storia del canto che cantavo sempre, in gita, sul pullman, a tavola mentre mangiavo, per strada, tra un esercizio e l’altro di danza jazz, cercando di coinvolgere le amiche in improbabili duetti (ma di fatto io volevo solo essere una crudele solista, che non avrebbe mai accettato di condividere il palco con nessun altro. Adesso voi ditemi: Mariah è stata contenta di duettare con Whitney? Ovviamente no, segretamente la odiava). 
C’era una sola cosa che mancava, sempre e comunque: sentirsi dire “brava”. Ero sempre “bravina”, “quasi brava”, “forse se studi un po’ di più…”, fino ad arrivare al giudizio definitivo che nessuno vorrebbe mai ricevere: “non sei brava abbastanza: non farai mai la cantante”. 
Era un gigantesco spoiler sul mio futuro, ora che ci penso, ma il punto è questo: la continua mancanza di apprezzamenti, di elogi, di lodi, mi ha abbattuto al punto che ho finito non solo per smettere di studiare canto, ma anche di cantare, avverando così con le mie stesse mani quella odiosa profezia. 
Il percorso logico (davvero?) che il mio cervello ha compiuto è più o meno il seguente:

mi piace fare una cosa > voglio farla assolutamente > mi dicono che non sono in grado > interiorizzo il giudizio altrui > accidenti, non sono proprio in grado > smetto.

Questo percorso mentale che porta in ultima istanza all’auto-sabotaggio lo applico più meno a tutto, e sono sicura che qualcun altro nel mondo lo fa, esattamente come me.

Faccio una foto bellissima ma non piace a nessuno? Inizio a pensare che le mie foto siano brutte e magari me le tengo per me o anzi, non ne faccio più.

Scrivo un post e piace a 2 persone? Inizio a pensare che io non sappia scrivere, o che quello di cui scrivo non interessi a nessuno, o che tutti mi odino al punto da non mettere nemmeno un like a quello che scrivo perché pensano che io sia la regina delle sfigate.

Ho un piano per il mio futuro e ne parlo con qualcuno che mi dice che devo lasciar perdere perché tanto non si avvererà? Inizio a pensare di non essere in grado nemmeno di prendere una decisione valida per la mia vita, e abbandono il piano che avevo delineato.

Sono una professionista del settore X e qualcuno che è più o meno vicino a me affettivamente dice che il settore X è un settore di ignoranti che non meritano nessuna stima? Invece di dirgli “Scusa, mi stai includendo nella categoria?” vengo piano piano consumata dal suo giudizio e finisco per pensare io stessa che il mio settore professionale sia effettivamente pieno di ignoranti e che in fondo un po’ lo sono anch’io e che magari è meglio cambiare settore perché altrimenti non sarò mai stimata dalla persona sopra menzionata.

Non penso di dover continuare perché risulti palese quanto questo percorso mentale sia dannoso. 
Sicuramente include in sé un assunto di base, sbagliato come l’idea della terra piatta: il giudizio di chicchessia è più importante del mio. I pensieri di qualcun altro su quello che faccio, sulla mia vita, e addirittura su di me, contano per me più del mio stesso giudizio su me stessa.
Assurdo, no?

Quindi:

È giusto farsi condizionare così tanto da quello che pensano gli altri, al punto da rinunciare a fare quello che ci piace?
Fino a che punto bisogna fidarsi di quello che gli altri ci dicono, e quando invece dobbiamo ignorarlo e ascoltare solo noi stessi?
È normale che senza l’apprezzamento degli altri si smetta di credere nelle cose che si fanno?

Io non ho la soluzione, anzi, navigo in questo problema da un bel po’ e purtroppo i giudizi degli altri sono ancora un fardello di cui faccio fatica a liberarmi. Però anche se nella pratica faccio abbastanza schifo, nella teoria ho capito una cosa, che è un po’ la risposta a tutto:

NO, NON È GIUSTO CHE QUELLO CHE PENSANO GLI ALTRI, ANCHE SE DETTO A FIN DI BENE (IL NOSTRO?), FINISCA PER PLASMARE QUELLO CHE NOI PENSIAMO DI NOI STESSI.

Questa è, a mio parere, una legge universale, un postulato, una massima cosmica, che se potessi mi farei tatuare sulla retina così da non potermela dimenticare mai.

Penso a quanti problemi in meno avrei oggi, a quante cose in più, magari belle magari no, avrei fatto se solo mi fossi basata sul mio personale parere, ignorando sia i giudizi apertamente negativi sia tutti i mancati apprezzamenti.

Quindi, faccio una promessa a me stessa, dato che è il 4 gennaio e i buoni propositi fioccano: 
Alice, tieni aperta quella pagina facebook che non piace a nessuno.
Alice, continua a scrivere anche se nessuno ti legge.
Alice, ricomincia a cantare anche se tutti ti dicono che sei una scarpa.

Un augurio per tutti: tiriamo dritto verso quello che ci piace, verso la persona che siamo e che vogliamo diventare, dribblando i giudizi degli altri, considerandoli quello che sono, cioè pensieri degli altri, altri che non dobbiamo erigere a re del nostro mondo, ma a meri sudditi del nostro regno in cui solo noi sappiamo quanto valiamo e quanto sono belle le cose che facciamo.

Amen, e buon 2018.