Quasi quasi faccio sport.

Spoiler: il mio regno, d’inverno.

Fin da quando ero piccola, i miei genitori — come tutti i genitori responsabili — si sono impegnati perché alla mia formazione scolastica si affiancasse anche quella sportiva, in modo che io potessi crescere sana e forte.

Sana e forte.

Sana lo ero, almeno fino a qualche anno fa (vedi qui il post sulla mia personale palla al piede, chiamata fibromialgia), ma forte mica tanto. 
Sono nata uno scricciolo, complice la struttura fisica di mamma e papà, e così sono cresciuta. Alle elementari ero una delle più piccoline della classe, e di sicuro la più smilza: ossatura sottile, muscolatura lunga. Alle medie mi attiravo le prese in giro dei compagni e mi venivano affibbiati i crudeli appellativi di “pelle&ossa” e “tira&molla”, “giraffa”, “scheletrino”. Gli anni passavano, ma la magrezza no.

Il verdetto di mamma&papà&pediatra fu definitivo: dovevo fare sport per “rinforzarmi”, per sviluppare la muscolatura e magari imparare anche a giocare in squadra, stare all’aria aperta e apprendere un po’ di buono spirito di competizione. E poi lo sport è divertente, no?

E quindi, a partire dai 7 anni, ininterrottamente fino ai 14: giri in bicicletta la domenica, corse sui pattini, danza classica, danza contemporanea, judo, tennis, sci, danza hip-hop, nuoto, danza jazz, pallavolo, salto con la corda, atletica, sci di fondo.

Non c’è stato un giorno, di quelli passati in una sala di danza, sul tatami, con le scarpette, con la racchetta in mano, con gli scarponi, con i pantaloncini sulla pista di atletica, in una palestra con i finestroni rotti e la rete bucata, in cui io non abbia desiderato di essere altrove*.

Perché? Perché ero una bambina impedita. Tutta testa, idee, parole, e niente corpo. Ero maldestra, goffa, non sapevo come muovermi, non ero veloce, non capivo dove dovevo andare e cosa dovevo fare**. La palla era troppo rapida o pesante, le mie gambe troppo corte, le mie braccia troppo deboli***, i miei riflessi lenti. La velocità mi angosciava, il calcolo delle distanze era peggio dell’algebra, la pendenza del terreno un baratro verso la morte certa. 
Quale essere umano può trovare tutto questo divertente? Sano? Costruttivo? Formativo?

Degli anni di sport ho solo ricordi negativi: c’è stata quella volta che ho vomitato prima di andare alla lezione di judo, ma c’era mio padre che veniva ad assistere al corso e non potevo fargli vedere che stavo male perché dovevo dimostrare di essere brava a lui che era cintura nera di kung fu, e quindi via di capriole e prese col judoka e conati di vomito; ricordo una lezione di prova di qualche sport che non amavo, preceduta da una rapida merenda in macchina lungo il tragitto scuola-palestra, con il mal d’auto e la paura di fare una cosa nuova, e il boccone rimastomi sullo stomaco; penso a quando ho fatto il saggio di danza ed ero in prima fila sul palco, al centro, e tutto il teatro guardava me e ho sbagliato i passi della coreografia, penso a quel senso di vergogna profondo e improvviso, alle guance rosse dall’imbarazzo e al desiderio di essere inghiottita dal linoleum; ricordo me stessa pre-adolescente in settimana bianca, con il giaccone giallo e le mani ghiacciate, bloccata dal panico a metà di una pista rossa, e ricordo mio padre a valle che mi urla che sono perfettamente in grado di scendere, ma le gambe non vogliono saperne; poi c’è stata quella volta al corso di pallavolo che non ho visto la palla, che mi è arrivata in piena faccia, facendomi uscire sangue dal naso a fiotti, in un flusso inarrestabile quanto la mia voglia di essere uguale agli altri, cioè mediamente capace negli sport.

Lo sport è sempre stato uno spauracchio, qualcosa da abbandonare una volta per tutte per smettere finalmente di sentirmi inadeguata e iniziare a essere semplicemente me stessa: una ragazza magra e impacciata.

Ma c’è il lieto fine.

L’epifania.

Io sono così fortunata che ne ho avute ben due.

Epifania n.1: il trekking.
Da piccola camminavo parecchio in montagna d’estate, ma non ne capivo il senso: ok, camminiamo in salita per un po’, poi mangiamo il panino, facciamo pipì al rifugio e poi torniamo indietro. Salita: noia. Discesa: noia ancora maggiore, accompagnata dal male ai piedi. 
Qualche anno fa, improvvisamente, ho svelato il mistero: ho capito dove sta il bello del camminare (soprattutto in montagna). 
La fatica è bella, la fatica è utile, la fatica purifica lo spirito, la fatica mi rende una persona migliore. Mettere un piede dopo l’altro, ascoltando il mio respiro, mi fa dimenticare tutti i pensieri inutili di cui mi riempio la testa quotidianamente, tutto quel ciarlare continuo di insicurezze e dubbi. Finalmente in montagna la mia testa sta zitta. Tutto intorno a me rallenta, si prende il suo tempo, e così faccio anch’io.
Quando cammino mi muovo su qualcosa di più grande di me, che esiste da un tempo infinito e che continuerà a esistere anche quando io me ne sarò andata. Mi sento piccola, molto poco importante, finalmente ridimensionata.
Passo dopo passo, più l’altitudine sale, più mi sento forte, ringalluzzita dall’aria fresca, rinvigorita dalla mancanza di inquinamento, determinata ad arrivare alla meta. In montagna la sfida con me stessa non mi spaventa più, e più è ambizioso l’obiettivo più il mio corpo e la mia mente aggrediscono la roccia e mi guidano fino in cima. 
E poi, alla fine, arriva la gratificazione, una gratificazione così grande che quando guardo giù non riesco nemmeno a crederci. Arrivare in cima significa essere, anche solo per un attimo, sopra tutto e tutti. Per me vuol dire trovarmi in un posto privilegiato, in quel posto in cui posso essere libera di non pensare ad altro se non a quello che sto guardando, sentendo e respirando, completamente immersa nel qui ed ora. 
La montagna mi insegna ogni volta, a ogni salita, a ogni fatica, che ne vale la pena. Che le difficoltà ci sono, ma che si possono e si devono affrontare, un pezzo alla volta, perché quello che arriva dopo è bellissimo.

Dalla cima del Resegone.

Epifania n.2: il tennis.
Ci avevo provato da piccola. In quanto figlia di un quasi-tennista non potevo tirarmi indietro. D’altro canto basta tirare di là la pallina, no? La realtà è stata un po’ meno facile di come l’avevo dipinta: non ero granché portata, non capivo come tenere la racchetta, non correvo, non avevo voglia di impegnarmi. Mio padre si metteva dall’altro lato del campo, convinto di potermi insegnare davvero, piazzando un secchio pieno di palline un po’ sgonfie vicino a sé per potermi tirare un colpo dietro l’altro, così se non rimandavo di là la pallina ne aveva un’altra subito pronta. Niente da fare: le mie palline si fermavano tutte dal mio lato, inesorabilmente ferme a terra, disegnando una simpatica fantasia a pois giallini sulla terra sintetica. Sul volto di mio padre il solito sguardo di disappunto, e poi l’ottimismo: “Dai Alice, riprova!”. Mio padre non era disposto ad arrendersi di fronte alla mia incapacità.
E io, ancora una volta, mi chiedevo: “Perché questo sport dovrebbe essere divertente? Cosa ci trova la gente?”. Per avere la risposta avrei dovuto aspettare un po’ di anni, per l’esattezza 18.
Quest’estate, dopo aver lasciato un lavoro che mi aveva tolto un po’ di voglia di vivere e molte energie, ho deciso di riprovarci. In fondo non mi ero rassegnata nemmeno io all’idea di essere negata per uno sport che, devo ammettere, almeno un pochino mi piaceva, se non altro quando mi capitava di guardarlo in tv.
Armato di santa pazienza, mio padre ha ricominciato, come se nulla fosse cambiato: ha tirato fuori la sua racchetta, il secchio pieno di palline un po’ sgonfie, e si è messo lì, dall’altra parte del campo, ad aspettare che la pallina appena tirata tornasse da lui. E, incredibilmente, è successo proprio questo: la pallina ha rimbalzato sulla mia racchetta, ha superato l’ostacolo della rete, ha viaggiato (maldestramente) fino al lato opposto del campo. 
Da quel momento non c’è stato più niente da fare: nonostante io non sia una giovane promessa del tennis, e molte palline continuino a rimanere a terra davanti a me come tanti limoncini sferici, io non demordo, e settimana dopo settimana continuo a giocare, con mio padre e il secchio di palline. 
Ho scoperto uno sport che mi piace, che mi fa sentire viva, che mi dà fiducia nel fatto che io non sia poi così impedita, che mi fa sperare che impegnandomi io possa raggiungere dei risultati, e che practice makes davvero perfect (o quasi). 
Insomma, see you at Wimbledon, bitches.

Quella volta che ho vinto gli US Open.

* La mia storia, per come l’ho raccontata, fa sembrare i miei genitori più dei sadici aguzzini che delle persone buone, ma giuro che non è così. Tutti i genitori fanno fare sport ai figli, vero? E poi pur cimentandomi pigramente in questi sport, ovviamente non tutti insieme (essendo incapace di praticarne anche solo uno alla volta) mi rimaneva comunque il tempo di scrivere, cantare, leggere e giocare a nascondino con gli amichetti.

** A onor del vero a volte mi arrampicavo sugli alberi, sotto gli occhi atterriti di mia mamma, e spesso pattinavo sfrecciando piuttosto velocemente, soprattutto in prossimità del bordo della pista, anche in questo caso sotto gli occhi atterriti di mia mamma.

*** Ricordo ancora una lezione di educazione fisica al liceo in cui affrontai per la prima volta il temibile “L.d.P” (Lancio del Peso), subdola arte del “cerca di lanciare il più lontano possibile un oggetto ingannevole, infido e malevolo, piccolo ma pesante come piombo”. Ce la misi tutta, ma il risultato fu impietoso. La prof mi chiese se avessi davvero le braccia o se fossero finte.