La Nebbia

La giornata lavorativa ormai si era conclusa; chiusi il negozio e mi incamminai verso casa. Quel giorno la nebbia era particolarmente fitta e aveva qualcosa di innaturale, sembrava quasi come se fosse viva: un predatore pronto ad attaccare. Un passo dopo l’altro, sempre più veloce, non vedevo l’ora di raggiungere la mia destinazione. Era inverno e c’era la luna nuova, quindi ormai l’unica luce che potesse illuminare la strada davanti a me era quella artificiale data dai lampioni. Questa era già stata conquistata dalla bruma, la quale s’impossessava di ogni onda o particella e le diffondeva in ogni direzione dando all’ambiente un aspetto sempre più onirico. Ad un certo punto ogni cosa intorno a me sparì e mi ritrovai immersa in quell’ammasso di goccioline d’acqua che ancora per qualche secondo aveva cercato di restare aggrappato al mantello dorato donato dalle fonti di energia luminosa. Poi, tutto ad un tratto, calò l’oscurità e i miei occhi persero tutta la loro utilità. Camminare diventò difficile: la sensazione era quella di avanzare prima su una spiaggia e poi dentro al mare, con il livello dell’acqua che si alzava sempre di più. Quando questo raggiunse le mie ginocchia mi bloccai. Rimasi ferma in quella posizione per non so quanto, con la gamba destra più avanti e piegata e quella sinistra quasi tesa, più indietro. Guardandomi intorno non potevo vedere niente, anche se potevo avvertire l’immobilità dei corpuscoli presenti nell’aria, tranne quelli vicino al mio viso che entrarono a far parte del mio ciclo respiratorio. Questa era l’unica cosa che potevo sentire perché i miei cinque sensi non stavano ricevendo nient’altro. I minuti passavano e il contatto con la realtà era sempre più lieve, instabile e distante. Quando anche le particelle sparirono, iniziai a dimenticarmi quello che si provava a percepire. Non ero più niente e il nulla intorno a me decise allora di animarsi per diventare qualcosa. Improvvisamente mi ricordai che dovevo tornare a casa e provai a sbloccare le mie gambe usando tutta la forza di cui disponevo in quel momento. La nebbia se ne accorse e appena riuscii ad alzare da terra il piede sinistro, sentii una mano afferrare la mia spalla e conficcare i suoi artigli nella mia carne. Subito dopo lo spavento iniziale decisi di continuare e feci un primo passo. Gli artigli penetrarono ancora più in profondità e anche l’altra spalla iniziò a subire lo stesso trattamento. Un altro passo e la foschia divenne gelida e si riempì di ghiaccio tagliente come il vetro. Più avanzavo e più sentivo i tagli aumentare e il sangue caldo scorrere fino al terreno. Non solo il tatto ricominciò a percepire, ma anche il gusto e l’olfatto furono conquistati dal sapore e l’odore metallico del liquido rosso. Sentii anche gli artigli fuoriuscire dalla mia schiena e continuare a stringere, fino a che iniziai a urlare per lo sforzo e anche le mie orecchie si ricordarono lo scopo della loro esistenza. Ancora qualche passo e notai più avanti la luce che pensavo non avrei mai più ritrovato. Allora continuai così, camminando, urlando e sanguinando e alla fine, quando ormai non sapevo nemmeno più quanto di me fossi riuscita a portare in salvo, i lampioni ricomparirono e poi anche la strada, i palazzi, le macchine e le stelle. Guardandomi intorno, cullata dalla ninna nanna degli urli attutiti dalla mia mente e riscaldata dal cruore, ignorai il movimento e l’agitazione che volevano cercare di attirare la mia attenzione, per chiedermi se ne fosse valsa la pena di perdere tutto quello che mi ero lasciata strappare via in quegli ultimi minuti, pur di fare quei passi avanti. La staticità e il freddo della nebbia non facevano più così paura, la dinamicità e il calore della limpidezza mi stavano spaventando.


L’ulcera del Signor Wilson — marzo/aprile 2017 — “La foschia”