Qiyjanna

Ormai avevo perso il conto dei giorni spesi nello spazio profondo. Non so quante settimane, mesi, o addirittura anni fossero trascorsi. Non ricordo nemmeno quale fosse stato lo scopo della nostra missione, la routine aveva preso il controllo di qualsiasi mia azione e come un ciclo che si ripete, così ogni giorno passava e mi trascinava con sé. Fu in questo eterno ripetersi di attimi che qualcosa andò storto, un sassolino negli ingranaggi, una pozzanghera ghiacciata sulla strada… immaginati di essere cullato dalla quotidianità, noiosa ma che dona anche certezza. Sei su una nave ad anni luce di distanza da qualsiasi pianeta abitato: immagina l’oceano. E’ fin troppo lontano in questo momento, ma pensa alle onde e rilassati. Sai che un incidente potrebbe avvenire in qualsiasi momento, potresti morire, ma ogni giorno è sempre uguale ed è per questo che sei tranquillo. Fissa nella mente questa sensazione, perché è così che mi sentivo. Avvolta da questa calma, una notte (se così si può chiamare la pseudo-notte ricreata artificialmente sulla nave) la ciclicità si ruppe. Un tonfo mi svegliò e a questo seguì subito l’allarme assordante accompagnato dal lampeggiare di luci rosse e gialle. Potevo percepire tutto il movimento e la confusione non troppo distanti, ma nonostante questo mi alzai lentamente e iniziai a fissare il muro davanti a me. Tutto d’un tratto capii cosa stava succedendo. Finalmente mi avevano trovato, era solo questione di tempo ormai. Quelli come me e che sono capaci di fare qualcosa del genere si meritano di finire solo in un posto… Qiyjanna, la prigione più grande dell’universo, così grande che occupa un intero pianeta. Non è da considerare come una vera e propria prigionia, è un po’ come rifarsi una vita lontano da tutte le persone che potresti ferire.

Mi alzai per avvicinarmi alle foto che avevo appeso alla bacheca, niente ricordi legati a persone, solo paesaggi e cieli stellati. Chissà come sarebbero stati quelli di Qiyjanna; tutto quello che si sapeva ufficialmente su quel posto l’ho già raccontato.

Mi girai verso la porta della stanza e mi concentrai su ogni passo che feci, ascoltando attentamente i battiti del mio cuore che si facevano sempre più intensi e rimbombavano nel silenzio della mia mente. Se qualcuno in quel momento mi avesse chiesto «A cosa pensi?» io avrei risposto «A tutti i piccoli dettagli di questo momento, all’unicità di ogni piccola variazione dell’ambiente, non alla banalità che mi è appena scivolata via dalle mani, ma alle particolarità di questo momento che mi ha travolto per ricordarmi chi sono».

Aprii la porta e mi resi conto che non c’era più nessuno. Mi guardai intorno, nessuna luce strana, nessun allarme. «Deve essere stato solo un brutto sogno» pensai, e dopo aver preso un respiro profondo mi girai. Un colpo alla testa e tutto diventò nero.

Mi risvegliai dolorante e quando provai a muovermi per toccare la ferita mi resi conto che non potevo farlo perché le mie mani erano legate. Aprii gli occhi e la prima cosa che vidi furono delle sbarre. Una guardia, dall’altra parte di esse, mi fissava immobile. Era la prima volta che ne vedevo una… sul mio pianeta la descriverebbero come un rinoceronte umanoide, ma con la testa sproporzionatamente più grande del corpo e la pelle marrone scuro. Continuava ad osservarmi nella sua divisa blu e col manganello stretto fra le mani, come se fossi il criminale più pericoloso in circolazione e forse era così. Anche io lo guardavo in silenzio, sperando di poter capire qualcosa, o ricevere in risposta uno sguardo rassicurante su ciò che mi stava per accadere: ma niente. Non avendo molta scelta sul da farsi, dopo poco riuscii a riaddormentarmi.

Le prime luci dell’alba passarono attraverso la finestra per posarsi sul mio viso e poco dopo la radio, come quella di tutti gli altri, si accese per darci il buongiorno. Sarà stata ormai la decima mattina del mio soggiorno qui, e mi ero già abituata alla nuova routine. Indossai la divisa, mangiai qualcosa e poi uscii di casa. Percorrendo il vialetto salutai i vicini e mi fermai ad osservare le villette a schiera tutte uguali e con davanti un piccolo giardino e una bicicletta parcheggiata fra il prato e il marciapiede. Era una giornata piuttosto carica di impegni, ma avevo ormai accettato un invito per passare il sabato sera al centro ricreativo, anche se era particolarmente distante dalla mia abitazione e avrei dovuto ricordarmi assolutamente di tornare a casa molto prima della chiusura, o non avrei rispettato il coprifuoco (fissato per le ventidue).

La giornata passò abbastanza velocemente, e trovai anche il tempo per tornare a casa a cambiarmi prima di uscire. Mi ci vollero quasi trenta minuti in bicicletta per raggiungere il locale, ma per fortuna appena arrivai scoprii che i miei nuovi amici, se già potevano essere considerati tali, mi avevano tenuto un posto. La serata passò tranquillamente, ridendo e scherzando fra una bevuta e l’altra (naturalmente niente di alcolico, sarebbe stato illegale) e passai delle ore molto piacevoli, fino a che arrivò l’ora per me di tornare a casa. Durante i miei turni di lavoro nel corso della settimana rincontrai quei ragazzi e dissi loro che sarei tornata di sicuro al centro il sabato seguente e così continuò per mesi. Un fine settimana di molto tempo dopo eravamo ancora lì al nostro solito tavolo e mi dimenticai per tutta sera di guardare l’orologio. Stavamo giocando a carte quando la direttrice prese il microfono per annunciare l’arrivo imminente del coprifuoco e della chiusura del locale. Il sangue mi si gelò nelle vene e il respirò diventò irregolare. Tutti mi guardarono preoccupati e mi dissero di correre subito alla bicicletta per tornare a casa. Perché erano così preoccupati? Ma soprattutto, perché anche io ero così preoccupata? Non lo sapevo, ma il mio istinto mi diceva di correre e lo feci. Mentre pedalavo, cercando anche di tagliare per qualche campo, potevo sentire una presenza che mi seguiva e che si avvicinava sempre di più mano a mano che la lancetta dei minuti scorreva fin troppo velocemente. Era una sensazione stranissima, come uno sguardo pesante che ha il potere di farti soffocare. Iniziai a piangere mentre in lontananza potevo già scorgere l’agglomerato di case del quale faceva parte anche la mia, ma c’era come una morsa intorno al mio cervello che stringeva sempre di più e tutti i ricordi esplosero nella mia testa; tutti i sensi di colpa e la sofferenza. Il coprifuoco c’era per un motivo, dopo una certa ora, chi restava solo nella propria stanza ricominciava a pensare ai motivi per cui si trovava lì. E tutti questi pensieri andavano a unirsi in un punto desolato del pianeta creando una massa di energia negativa capace di distruggere qualsiasi cosa. La vita su Qiyjanna poteva sembrare perfetta, ma quei pensieri c’erano comunque e non vedevano l’ora di prendere il soppravvento… ma c’erano delle regole. Non potevamo dare sfogo a tutto questo, e allora loro scappavano e ogni sera andavano a creare questo spettro del passato pronto a investirti.

Arrivai al vialetto e scesi dalla bicicletta senza aver frenato prima e la lanciai in mezzo al giardino. Corsi verso la porta e dopo essere entrata la chiusi subito dietro di me. Scivolai lentamente fino a sedermi in terra e iniziai a piangere. Ora mi sentivo al sicuro e il pianto di paura si era trasformato in un pianto di sfogo e di sollievo. Dopo qualche minuto mi alzai e andai alla finestra, scostai le tende e guardai fuori. Non mi interessavano le luci accese in tutte le altre case, il mio sguardo si bloccò su una figura evanescente dall’altra parte della strada. I contorni non erano chiari, ma la riconoscevo, e mi guardò con un misto di tristezza e rimprovero fino a che sparì nella nebbia, ma sapevo che era ancora là fuori. Lo spettro del mio passato era ancora là.


L’ulcera del signor Wilson — gennaio/febbraio 2017 — “lo spettro”