Avere o essere?

Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria,
quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, tanto più risparmi,
tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale.
Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai,
quanto più grande è la tua vita alienata,
tanto più accumuli del tuo essere estraniato.

~ Karl Marx ~

Premessa

La nostra società, definitivamente basata sull’avere e quindi sul consumismo, è malata, triste, spoglia. Essa non valorizza le capacità del singolo, ma anzi, giudica sulla base della ricchezza o della popolarità. Siamo giunti ad un livello in cui ‘’habere nos putamos, haeremus’(cit. Seneca), cioè crediamo di possedere ‘’cose’’, ma in realtà siamo noi stessi posseduti dai comfort e da quegli oggetti che abbiamo creato.
Ci troviamo inoltre nella paradossale condizione in cui la tecnologia ha raggiunto livelli neanche immaginabili prima del boom economico, ma allo stesso tempo le condizioni della popolazione mondiale non sono migliorate, anzi, i dislivelli economici sono cresciuti sempre più negli ultimi decenni, non solo tra nord e sud del mondo, ma anche tra ricchi e poveri all’interno dei paesi occidentalizzati.

Non sempre lo sviluppo tecnologico ha portato benefici agli uomini. Certamente il progresso ha permesso di guarire malattie prima mortali, ci ha semplificato la vita, ha permesso di tenerci in contatto costante con conoscenti e famigliari, ma allo stesso tempo i prodotti di questo progresso, cioè i beni di consumo, hanno alienato le nostre esistenze e paradossalmente ‘’hanno allontanato’’ gli individui tra di loro. Questo è successo a mio parere perché la società consumistica ha reso gli oggetti ai nostri occhi non mezzi per raggiungere un qualche fine, ma l’obiettivo stesso della nostra esistenza, come possiamo notare ogni giorno guardando la televisione o girando per la città.

Molte volte crediamo che le guerre, le ingiustizie, la povertà e quant’altro siano frutto di fattori puramente esterni, di forze al di fuori di noi per definizione incontrollabili. Ritengo che in parte questo sia vero, ma allo stesso tempo sono certa che se ognuno nel suo piccolo riuscisse a mutare, forse anche la società potrebbe cambiare definitivamente rotta.

E’ possibile tornare indietro o meglio, creare un totalmente nuovo tipo di società che miri all’interesse e al benessere dell’intera popolazione mondiale e non solo ai benefici economici di pochi? E’ possibile instaurare un rapporto “sano” con gli oggetti in modo che non siano più fonte di estraniazione, ma mezzi per il raggiungimento di un benessere psico-fisico? Quello che mi propongo di fare con questa tesina è di riflettere su queste domande, partendo appunto dall’analisi di ‘’Avere o essere?’’ e attraversando un percorso culturale che passa per molti dei più famosi autori.

Ho scelto questo tema perché in terza Liceo, leggendo “Avere o essere?” dello psicoanalista tedesco Erich Fromm, sono rimasta impressionata dalla profondità dei contenuti e soprattutto dall’attualità dei temi trattati. In particolare ciò che mi ha più interessato è stato il fatto che Fromm, partendo dalla descrizione di una scelta personale del singolo (appunto la scelta dell’avere o dell’essere), arrivi a delineare una società più giusta, più ricca di creatività e con individui più felici, in un modo a mio parere per nulla utopico.

In questo saggio Fromm fa riferimento a molti famosi personaggi quali Karl Marx, Gesù, Baruch Spinoza, Sigmund Freud e Johann Wolfgang von Goethe. Questo testimonia la vastità del suo campo di ricerca che va a toccare la sfera storico-politica, quella economica, quella individuale, e quella sociale.

In primo luogo ho deciso di presentare Marx in rapporto ovviamente a queste due modalità esistenziali; ci tengo a sottolineare che il Marx di cui voglio parlare è molto diverso da quello canonicamente studiato a scuola. Infatti i brani citati sono interamente presi da i “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, appunti giovanili del filosofo risalenti al suo soggiorno a Parigi e poi raccolti a posteriori in un unico volume, i quali smentiscono l’idea di un Marx prettamente legato alla sfera economica, come solitamente viene presentato, per delinearne un ritratto più legato alla sua visione umanista.

Per quanto riguarda Goethe invece ho preferito fare riferimento in particolare al “Faust”, in quanto quest’opera, definita “incommensurabile” per la sua universalità, è a mio parere la più adatta a descrivere questi due differenti impulsi esistenziali. E’ errato pensare che l’istinto al bramare sempre più siano classici solo ed esclusivamente della società capitalistica affermata, infatti il mago-alchimista di Goethe raffigura perfettamente la confusione di un’epoca di cambiamenti radicali, che avrebbero fatto sprofondare la società in un baratro dal quale non sarebbe mai uscita, quello del consumo.

Erich Fromm

Avere ed Essere sono due fondamentali modalità esistenziali, due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, descritte da Erich Fromm nel suo celebre libro “Avere o essere?”.
La modalità dell’avere si configura come un atteggiamento classico dell’uomo post-industriale, il quale, manipolato nei gusti, nelle opinioni e nei sentimenti da fattori esterni, quale ad esempio le costante pressione delle pubblicità, si ritrova a vivere in una sorta di alienazione e di dipendenza dal consumo. Per la stragrande maggioranza della popolazione questo tipo di approccio con la vita è del tutto naturale, cercare di avere e consumare sempre più ed identificarsi con ciò che si possiede appare per queste persone totalmente normale (io sono ciò che ho e ciò che consumo).
La modalità dell’essere invece è indicata come la migliore strada da seguire, sia per poter condurre un’esistenza più felice, sia per poter sviluppare al massimo le capacità creative e produttive proprie dell’essere umano. Essa corrisponde ad un’esistenza attiva (intesa come movimento interno e non come l’essere indaffarati), una lotta contro la meccanizzazione dell’uomo, ad un’attività positivamente produttiva fondata sull’esperienza e sulla condivisione. Inoltre è molto più difficile da descrivere, in quanto non si riferisce ad oggetti, ma ad esperienze che sono, in via di principio, indescrivibili.

L’aut aut tra questi atteggiamenti ha ovviamente dei chiari riscontri nel quotidiano, infatti l’inclinazione di una persona verso l’essere, piuttosto che verso l’avere inevitabilmente condizionerà le scelte di vita, il linguaggio, l’atteggiamento nei confronti dell’altro ecc.. Ad esempio, per rendere più chiari questi concetti, per quanto riguarda la lettura chi abbia fatto propria la modalità dell’avere studiando e leggendo si prefiggerà come scopo quello di avere più nozioni possibili che saranno collegate tra di loro attraverso connessioni quasi meccaniche. Contrariamente chi vivrà veramente ciò che legge, si sentirà emotivamente coinvolto con ciò che impara, e lo rielaborerà in modo creativo e personale.

L’aut-aut tra avere ed essere non è un’alternativa che si imponga al comune buon senso. Sembrerebbe che l’avere costituisca una normale funzione della nostra esistenza, nel senso che, per vivere, dobbiamo avere oggetti.
Inoltre, dobbiamo avere cose per poterne godere. In una cultura nella quale la meta suprema sia l’avere, e anzi l’avere sempre più, e in cui sia possibile parlare di qualcuno come una persona che «vale un milione di dollari», come può esserci un’alternativa tra avere ed essere? Si direbbe, al contrario, che l’essenza vera dell’essere sia l’avere, che, se uno non ha nulla, non è nulla.
Per molti anni sono andato alla ricerca dei suoi fondamenti empirici attraverso lo studio concreto di individui e gruppi con il metodo psicoanalitico; i dati antropologici e psicoanalitici sembrano dimostrare che “avere’’ ed ‘’essere’’ sono due modalità fondamentali dell’esperienza, il rispettivo vigore delle quali determina le differenze tra i caratteri degli individui e i vari tipi di carattere sociale1.

La modalità dell’esistenza secondo l’avere non è stabilita da un processo vivente, produttivo, tra soggetto e oggetto; essa rende cose sia il soggetto che l’oggetto. Il rapporto è di morte, non di vita1.

Johann Wolfgang von goethe — Faust — Lettera 1825 — Possesso

Goethe, un grande amante della vita, trattò il problema esistenziale dell’avere e dell’esseresia nelle sue lettere personali, come possiamo notare nell’epistola del Novembre ’25, sia in modo implicito dalle sue poesie e in particolar modo nella sua celebre opera il “Faust”. Questo nuovo tipo di “Faust”, totalmente diverso da quelli precedenti per profondità e ricchezza di contenuti, sembra incarnare in pieno la contraddittoria ansietà dell’uomo moderno, mosso da un inestinguibile desiderio di cambiamento, pur conscio degli alti costi che questa trasformazione comporta.
Secondo lo studioso americano Marshall Berman l’eroe goethiano e i personaggi che lo circondano sperimentano in prima persona e con grande intensità i drammi e le contraddizioni della propria epoca storica5. Questa celeberrima opera è infatti stata scritta nel corso di sessant’ anni, tra il 1770 e il 1831. Contestualizzando storicamente ci si rende conto che il periodo a cavallo tra questi due secoli sia stato un momento di grande cambiamento socio-economico. IlFaust è iniziato in un’epoca poco più che con caratteristiche medioevali, e si è concluso nel vivo degli sconvolgimenti materiali del XIX secolo. Non è certo un caso quindi se il mago-alchimista incarni implicitamente, e forse inconsciamente, gli impulsi esistenziali verso due modelli totalmente diversi di vita. Da una parte infatti il protagonista desidera per sé un processo dinamico e capace di inglobare tutti gli aspetti dell’esperienza umana (“Voglio godere nel profondo di me stesso, nella mia mente accogliere le sommità degli abissi, stringere nel mio cuore il suo bene e il suo male e così dilatare il suo essere e il mio2”), ma dall’altro invece incarna quella tensione implacabile a desiderare materialmente qualcosa di più, quella tensione che in particolare dagli studiosi di orientamento marxista è stata definita tipica della società borghese. Quest’opera in conclusione sarebbe un chiaro esempio di interpretazione dell’ avere e dell’ essere in chiave tragica.

E’ importante sottolineare che Goethe non elaborò solamente in maniera implicita questo argomento, anzi, nella lettera del Novembre 1825 possiamo notare come fosse interessato e reputasse importante questo problema.

Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla. Ovvio, nel senso dell’acquisizione di essere, che rende nullo, privo di valore, anche l’avere. Viviamo nell’epoca della fretta, in un tempo senza tempo, in cui tutto corre scompostamente, impedendoci non soltanto di vivere gli istanti presenti, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi.3

Egli fu il primo a denunciare e a capire l’importanza dell’incapacità dell’uomo moderno di essere. Egli infatti per primo si accorse che questa frenetica propensione al possedere sempre più, altro non faceva che far scansare all’uomo tutto ciò che poteva realmente dare un senso alla vita, tanto da rendere persino inutile il possesso stesso di qualcosa.

Possesso

Karl marx — l’uomo e il denaro

Karl Marx già nel XIX secolo cominciò a trattare in modo esauriente il discorso del rapporto tra l’uomo e il denaro durante il suo soggiorno a Parigi nel ’44. A questo periodo risalgono infatti alcuni suoi quaderni di appunti, dai quali dopo la sua morte verrà tratta l’opera“Manoscritti economico-filosofici del 1844”.

Nella terza ed ultima sezione di quest’opera vi è una parte interamente dedicata al denaro, visto come il grande regolatore del rapporto che l’uomo ha con se stesso e il prossimo. Secondo Marx, nella società borghese gli uomini non vengono valutati — ed essi stessi non si valutano — per quello che sono o per quello che sanno fare, ma per il denaro che posseggono.

Il potere del denaro è per lui quindi diventato «nexus rerum et hominum»; da questo punto di vista, il dominio del denaro nella vita degli uomini è l’altra faccia del fenomeno dell’alienazione, della perdita di sé.

Il denaro, in quanto è il mezzo e il potere esteriore, cioè nascente non dall’uomo come uomo, né dalla società umana come società, in quanto è il mezzo universale e il potere universale di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, trasforma tanto le forze essenziali reali, sia umane che naturali in rappresentazioni meramente astratte e quindi in imperfezioni, in penose fantasie, quanto, d’altra parte, le imperfezioni e le fantasie reali, le forze essenziali realmente impotenti, esistenti soltanto nell’immaginazione dell’individuo, in forze essenziali reali e in poteri reali. Già in base a questa determinazione il denaro è dunque l’universale rovesciamento delle individualità, rovesciamento che le capovolge nel loro contrario e alle loro caratteristiche aggiunge caratteristiche che sono in contraddizione con quelle.[…]. Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità.4

Questa tesi a mio parere è molto vicina alla tesi sostenuta da Fromm, secondo la quale l’uomo moderno è abituato a pensare “io sono ciò che ho, la mia proprietà mi costituisce e costituisce insieme la mia identità”. Questa affermazione significa che il mio rapporto con gli altri o con gli oggetti non è stabilito da un processo vivente e produttivo tra soggetto e oggetto, ma si fonda sul possesso

In questa frase di Marx è elaborato perfettamente un pensiero che sarà poi ripreso in “Avere o Essere”: per sconfiggere l’alienazione del consumo/denaro dobbiamo rinnovarci, crescere, essere interessati…. In un altro passo di questi manoscritti Marx sostiene che la libera attività conscia costituisce il carattere specifico dell’uomo. Ai suoi occhi il lavoro corrisponde all’attività umana per eccellenza, e si contrappone all’accumulato, al capitale, che al contrario è sinonimo di morte interiore. Per lui il socialismo era la società che l’avrebbe spuntata su questa morte. Tutto il suo pensiero infatti si fonda sull’idea che la libera attività spontanea dell’uomo sia paralizzata dal sistema capitalistico e che l’obbiettivo sia quello di reinstaurare la piena attività. Egli propone quindi un radicalmente diverso modello economico, cioè quello comunista, basato sull’abolizione della proprietà privata.

La proprietà privata ci ha resi così stupidi e parziali, che un oggetto è nostro soltanto quando lo abbiamo, quando esiste per noi quale capitale e quando viene direttamente mangiato, bevuto, indossato, abitato, eccetera, insomma, utilizzato in qualche modo… Sicché, tutti i sensi fisici e intellettuali sono stati sostituiti dalla semplice alienazione di tutti questi sensi; dal senso dell’avere.

Conclusione

I sogni del dominio sulla natura e del progresso illimitato sono stati infranti, la bramosia sempre crescente ha distrutto un pianeta, ha fatto scoppiare guerre e ha incrementato le disuguaglianze sociali ed economiche. Non sono i principi etici a determinare il comportamento economico, come il buon senso comune auspicherebbe, al contrario sono gli interessi del mercato a “dettar legge”. Creare campi di sterminio per animali, piuttosto che sfruttare la forza lavoro non è immorale per questa società basata sull’avere, in quanto l’obbiettivo più importante è raggiungere la massima produttività . Rubare materie prime agli altri paesi e inquinare mari e fiumi è permesso se da queste azioni si può ricavare un guadagno.

Parafrasando un detto indiano, forse solo quando avremo tagliato l’ultimo albero, inquinato l’ultimo fiume e pescato l’ultimo pesce ci accorgeremo che non si può mangiare il denaro e soprattutto che l’avidità di questa società ci sta alienando e sta inibendo le nostre capacità positive.

Però secondo me siamo noi stessi che dovremmo cambiare radicalmente le cose, infatti se la società ci fa sentire delle nullità, degli ingranaggi di una macchina governata da altri, noi dovremmo quotidianamente cercare di dare un senso a questa esistenza leggendo, amando e creando.

Come sostiene Fromm in “Avere o Essere?” “L’idea che si possa costruire la pace mentre in pari tempo si incoraggia l’aspirazione al possesso e al profitto è un’illusione, e per di più pericolosa, perché impedisce alla gente di rendersi conto che è posta di fronte ad una scelta senza equivoci, quella tra una trasformazione radicale del proprio carattere e la perpetuazione della guerra”. Infatti scegliere di essere significa anche scegliere un determinato modello di valori. E questa scelta non riguarda solo la nostra sfera privata, ma il mondo intero, in quanto, citando Sartre, “L’uomo è anzitutto quello che ha progettato di essere. [..] Nulla può essere bene per noi senza esserlo per tutti6”.

Io credo che sia sbagliato pensare che il mondo sia basato su una casuale concomitanza di eventi, perché tutto ciò che facciamo fa la differenza e lascia un segno: siamo noi a decidere chi siamo!
Scegliere di essere significa certamente cambiare la propria condotta, rinunciando al proprio narcisismo e alle false illusioni, ma allo stesso tempo vuol dire provare ad eliminare un sistema basato esclusivamente sul profitto e che ha quest’ultimo come unico metro di giudizio.

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