Diario di un maker italiano in Cina, un altro Occidente dove la tecnologia si vende al chilo

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Chefuturo! il 28 aprile 2015.

17 aprile. Arrivato a Shenzhen, l’avventura inizia

Mentre scrivo queste righe sono al decimo piano di un grattacielo di Shenzhen. Città di mare, al confine meridionale della Cina verso Hong Kong, con i suoi 10 milioni di abitanti in costante crescita è la capitale tecnologica del paese e non solo: è l’ombelico del mondo dell’elettronica, il cuore produttivo della tecnologia di consumo che riempie le nostre tasche, il vortice manifatturiero che risucchia le economie dei paesi occidentali grazie a costi stracciati e filiere cortissime. Shenzhen è nota tra i maker e gli innovatori anche per essere il posto ideale dove sviluppare un prodotto perché tutto quello che serve per passare dall’idea alla produzione in serie è qui.
L’occasione per questo viaggio nasce dall’invito dell’International Technology Transfer Network che organizza a distanza di pochi giorni due importanti conferenze a Shenzhen e Pechino. Sono occasioni di confronto, di networking, di incontro con professionisti di diverse estrazioni (dalla chimica al biomedicale, dalla robotica all’incubazione d’impresa, dalle nanotecnologie alle smarty city). Faccio parte della missione organizzata da Città della Scienza di Napoli, che proprio con la Cina ha un rapporto diretto da alcuni anni e funge da ponte per chi, nei due Paesi, sia interessato al tema del trasferimento tecnologico e più ampiamente a progetti bilaterali di sviluppo e innovazione. Io partecipo per le mie attività sulla stampa 3D ma anche come rappresentante della Maker Faire Rome insieme a Luca Rossi di Asset Camera. In viaggio con me ci sono Vincenzo Lipardi, Valeria Fascione, Chiara Romano di Città della Scienza; Mario Malinconico, Alfredo Ronca, Francesca Argenio, Gian Luigi Russo del CNR; Maurizio Vedani, Mariangela Gobbi, Clara Galeazzi del Politecnico di Milano; Carla Langella dell’Università di Napoli; Mattia Giovanni Crespi e Andrea Nascetti della Sapienza Università di Roma; Enrico Panini, assessore del Comune di Napoli; Giordano Dichter dell’European BIC Network; Amleto e Giampiero Picerno Ceraso e Francesca Luciano del Mediterranean FabLab; Fernando Arias del FabLab Reggio Emilia e della Fondazione Make in Italy Cdb; Mario Porcu e Giuseppe Girardi di Sotacarbo S.p.A.; Alvise Bassignano di ITEA, Matteo Vargiu di Sulcisdrone. Su ognuna di queste persone e realtà ci sarebbe molto da raccontare, perché sono tutti esempi di eccellenza italiana.

Quelle che seguono sono le prime confuse impressioni, forse anche ingenue, di chi mette piede in Cina per la prima volta cercando di capire quello che è un paese lontano, del quale sappiamo poco e di cui spesso parliamo per luoghi comuni, ma al quale siamo legati a doppio filo per ciò che consumiamo quotidianamente e per le grandi incognite sui futuri equilibri del mondo. Capire la Cina vuol dire capire qualcosa anche di noi.

18 aprile. Shenzhen: la città e le persone

Il mio primo approccio con la Cina non è certo turistico, perché Shenzhen è una città di business e industria, fatta di grattacieli scintillanti e meno scintillanti ai piedi dei quali brulica un inarrestabile fermento operoso. Per certi versi i suoi palazzoni vetrati con cartelli luminosi sgargianti e centri commerciali la fanno sembrare una Los Angeles, per altri vi sono tutti i tratti di un’infinita sporca periferia in cui la popolazione vive arrangiandosi con pochi mezzi lavorando duramente dalla mattina alla sera. I marciapiedi sono pieni di vita, merci, attività. C’è traffico a qualsiasi ora, e di qualsiasi cosa: auto (talvolta prive di targa), biciclette arrugginite, motorini elettrici, pedoni, carretti autocostruiti rivettando delle lamiere, auto di lusso e mezzi di fortuna. La densità della popolazione è palpabile. I cantieri lavorano 24 ore al giorno, e anche il più piccolo intervento stradale coinvolge decine di operai. Nelle strade trovi negozi, negozietti, bettole, centri commerciali; parrucchieri pieni di clienti fino a tarda notte, marmisti, venditori di ostriche, friggitori di cose ignote, fruttivendoli, negozi di cellulari. Ragazzini che giocano, facchini che scaricano. Sui marciapiedi passano motorini a tutta velocità suonando il clacson se i pedoni intralciano. Non c’è un buon odore, anzi l’aria già pesante per l’elevata umidità è densa di aglio, fritto e smog. Sono tantissimi i locali dove mangiare, ma la pulizia scarseggia, gli insetti fanno capolino e la scelta culinaria è difficile anche per gli amanti della cucina asiatica, sempre che non ci si rivolga a quei pochi ristoranti di alto livello dove è facile trovare concentrati gli abitanti occidentali. Non ci sono turisti a Shenzhen, ma solo occidentali residenti. I cinesi non parlano inglese, neanche dove te lo aspetteresti. Ma sono espressivi, e spesso anche gentili e disponibili. Si vive alla giornata, e le promesse di ieri non vengono sempre mantenute; anzi è meglio sempre dubitare ed essere cauti. È tutto una continua sorpresa, le cause di forza maggiore sono dietro l’angolo.
L’impatto è forte. Ma se pensate che per questi motivi Shenzhen sia un posto respingente vi sbagliate. È una città vivibile, persino accogliente a suo modo. La Cina è così, prendere o lasciare. Tutto è una sorpresa e quindi uno stimolo, come dice Chiara di Città della Scienza che qui ha vissuto per tre anni. In fondo comincio a capire chi dice di essersi innamorato di questo mondo.

18 aprile. Aria d’Oriente?

Non si respira aria d’Oriente, e non mi sento un novello Marco Polo. Non si vedono eleganza, spiritualità, silenzio. Non ci sono lanterne cinesi o persone vestite in modo tradizionale. Non ci sono vecchi saggi. Non c’è la poesia del rituale. Al contrario è tutto molto pragmatico, molto caotico, molto frenetico, molto denso. È come se fosse un altro Occidente; ma parallelo, che non comunica col nostro. Tutti lavorano tantissimo, tutti sono impegnati a fare qualcosa, è un grande formicaio in cui nessuno può stare fermo. Qualsiasi cosa ti serva, basta chiedere e ti verrà presentato qualcuno che te la offrirà ad un prezzo che ovviamente dovrai contrattare (non ci sono cartellini coi prezzi: si contratta). Tutto quello che si può vendere o monetizzare lo trovi subito. Un passaggio in scooter? Un monitor a noleggio? Una guida turistica? Un biglietto per un museo che ha le biglietterie chiuse? Un cappotto su misura? Un abito da sposa? Basta chiedere.
Un abito da sposa lo puoi comprare persino nelle stazioni della metropolitana. Da noi nessuno lo comprerebbe, anche se fosse il miglior abito del mondo, perché abbiamo bisogno della suggestione, della narrazione, della cornice (che è quello che spesso effettivamente compriamo). Qui è solo puro commercio, non c’è bisogno di marketing: è il paradiso dell’incontro tra domanda e offerta, l’apoteosi della disintermediazione. E all’arrivo del treno spuntano degli addetti il cui compito è quello di reggere cartelli con scritto “No rush!”: anche loro hanno un ruolo, un lavoro, e lo fanno con grande convinzione.
A proposito di metropolitana (bella, nuova ed efficiente: sono invidioso), qui vige la tariffa a chilometraggio: circa 0,15 euro per fermata. Il biglietto è un gettone di plastica, che in realtà è un dispositivo RFID da passare al tornello d’ingresso e poi riconsegnare nel tornello di uscita. Soluzione molto intelligente: è un doppio controllo e inoltre accumula big data sulle tratte perché le traccia singolarmente.

19 aprile. Il mercato dell’elettronica di Huaqiangbei

Nel centro di Shenzhen si trova un posto mitico, noto agli appassionati di tecnologia. Ne avevo sempre sentito parlare e dal vivo si è rivelato un’esperienza surreale. È un intero distretto dedicato al commercio al minuto di prodotti e componenti elettronici. Parliamo di 70 milioni di metri quadri, 130mila lavoratori, un giro d’affari di 20 miliardi di dollari all’anno. L’impatto è impressionante. Le strade sono affollatissime. Fuori dai negozi vi sono ragazzi con microfoni e cartelli che richiamano i clienti urlando le loro promozioni. Ogni 20 metri c’è un negozio che vende iPhone 6 (veri o falsi?), a prezzi allineati a quelli occidentali. E ognuno di essi, nonostante l’indistinta densità di offerta, è pieno di clienti. Idem per i negozi di computer, quelli di macchine CNC, quelli di segway e così via. Una delle strade è piena di spedizionieri, perché i clienti comprano i prodotti in stock e li mandano in giro per il pianeta.
Ma oltre ai negozi di prodotti finiti, che tutto sommato potrebbero essere ovunque, il cuore di Huaqiangbei sono i grandi centri commerciali che offrono componenti sfusi. Il più famoso si chiama SEG (spesso l’intero quartiere viene chiamato SEG, ma in realtà è solo uno di essi); ce ne sono circa venti in tutto, per una decina di piani ciascuno. All’interno vi sono migliaia di banchetti fitti fitti, non più grandi di due metri quadri l’uno, ciascuno specializzato in un singolo prodotto: resistenze, condensatori, transistor, microswitch, alimentatori, connettori, integrati, cavi, display, nastri di Kapton (o meglio, l’equivalente cinese Koptan), pulsantiere, dissipatori, stagno per saldature, e via così. LED di ogni tipo, a perdita d’occhio. Ma ci sono anche componenti difficili da reperire nel resto del mondo, come ad esempio sensori CCD o CMOS sfusi, con tanto di datasheet. Sono esposti come ortaggi al mercato, a mazzetti, e infatti sono spesso venduti a peso (“mi dia due etti di diodi!”). I venditori, in maggioranza ragazze, sono intenti a giocare al computer o a contare parti. Alcuni banchetti sono gestiti da mamma, papà e bebè in braccio dietro il banco. C’è vita nel mercato. I venditori ci vivono, ci mangiano, ci dormono, ci guardano film, ridono.
Ai piani superiori si trovano parti per computer, proiettori, fotocamere, radio, microscopi, macchine CNC, robot per pick-and-place e mille altre tipologie di articoli finiti o semiassemblati. Qui la tecnologia, che nei nostri negozi è di solito messa sul piedistallo o dietro una vetrina ed è associata ad un’immagine di benessere, di status symbol, di emancipazione, di moda, di avamposto della civiltà, convive invece con il caos, gli scarafaggi, la puzza di aglio, le contrattazioni tra venditori e acquirenti, gli strilloni. Anzi, si può dire che questa tecnologia nasce effettivamente in questo diverso contesto, per poi finire in Occidente caricata dei valori che noi le attribuiamo.
Molti venditori sono in realtà rappresentanti di fabbriche della zona, per cui oltre a vendere i pezzi sfusi prendono ordini per grandi stock, magari custom. Altri sono invece assemblatori o riciclatori, spesso intenti in quell’arte della falsificazione in cui i cinesi si distinguono: raddrizzano componenti dissaldati da vecchi apparecchi per venderli come nuovi, modificano le stampigliature per simulare marchi noti, assemblano prodotti funzionanti con materiali scadenti che non dureranno a lungo, aggiustano schede elettroniche scartate in produzione. Alcuni mercati sono addirittura interamente dedicati ai falsi, come i telefoni Nckia o Sumsung. Non sono ironico nel parlare di arte della contraffazione: ho capito che il disvalore che noi applichiamo al concetto di copia e falsificazione qui lascia il posto in buona fede alla capacità di trovare compromessi tra qualità e ottimizzazione dei costi. Un costo non giustificato dalla mera legge della domanda e dell’offerta, come possono essere quelli della proprietà intellettuale o del marchio, è superfluo e va eliminato. Un prodotto “ragionevolmente equivalente” che costa meno dell’originale ne è un miglioramento, se non addirittura un omaggio. Questo concetto in cinese ha un nome: shanzhai.
La qualità di questi prodotti non è eccelsa, e neanche i prezzi sono particolarmente convenienti rispetto all’acquisto via Internet. Ma qui puoi toccare con mano e provarli tu stesso, e hai tutto a disposizione subito.
Alcuni di questi centri commerciali sono specificamente dedicati alla telefonia. Piani e piani di componenti sfusi per telefoni cellulari: videocamere, vetri, memorie flash, scocche, accelerometri, pulsanti “home” degli iPhone… Persino SIM card sfuse. Cosa se ne fanno? Chi mai compra al mercato uno stock di SIM card, visto che devono essere programmate e fornite da un gestore telefonico per funzionare? Mistero. Ad una ragazza, intenta ad inserire queste SIM card, una dopo l’altra, in una macchina apposita collegata ad un laptop, chiedo cosa stia facendo. Mi risponde “copy”. Ma si infastidisce e non mi dice altro.
È frequente trovare ragazzi che assemblano telefoni ex novo in piccole serie, facendo tutte le piccole saldature a mano: prodotti industriali fatti da artigiani, destinati a soddisfare un mercato infinito basato sul consumismo sfrenato di infinite varietà di prodotti, ognuno diverso dall’altro. È la “mass customization” de facto. È innovazione agile, è open hardware inconsapevole. Alcune tecnologie sono state inventate proprio da questi pirati/artigiani, come i telefoni dual-SIM o i telefoni con le pulsantiere grandi. Il cellulare più economico che puoi comprare qui al mercato costa $9, ed è fatto a mano. Ma sembra industriale.
Vengono qui da tutta la Cina. Non dimentichiamo che il mercato interno cinese è smisurato, e nelle campagne e nelle province c’è grande domanda dei prodotti di Shenzhen.
Nelle strade del quartiere, all’ora di chiusura dei mercati, è pieno di scatoloni accatastati e il pavimento è sporco, come in tutti i mercati all’ora di chiusura. Ma invece di broccoletti, foglie di lattuga e terriccio, l’asfalto è sporco di LED, condensatori, cavetti.
Stordito mi allontano da Huaqiangbei, con un microscopio USB comprato al banchetto di due ragazze.

20 aprile. Il trasferimento tecnologico tra Cina e il resto del mondo

Alla conferenza, nella sessione “3D Inno” dove intervengo, conosco Rongsheng Zhang. Rongsheng guida la divisione cinese di RepRapPro, l’azienda di stampanti 3D fondata da Adrian Bowyer, peraltro -il mondo è piccolo- da sempre amici e sostenitori del mio progetto Slic3r. Rongsheng è un poliedrico uomo d’affari cinese, che vive un po’ in Cina e un po’ in UK. Il suo lavoro è quello di agevolare l’industrializzazione di progetti maker, come ad esempio il Pi-Top (laptop economico basato su Raspberry Pi) del cui team fa parte. Andiamo a pranzo insieme e mi faccio raccontare come funziona questo mondo. Al tavolo con noi c’è anche Weny (si scriverà così?), donna minuta, gentile ed esperta, proprietaria di una fabbrica locale.
La Cina è piena di fabbriche e fabbrichette concentrate in distretti produttivi e capaci di trasformarsi e adattarsi velocemente alle richieste. Spesso il know-how produttivo di molte di queste fabbriche non esiste più in altre parti del mondo. La qualità “shanzai” (mediocre) che noi attribuiamo al prodotto cinese non è la norma: qui gli impianti sono avanzati e sanno fare cose di qualità. Persone come Rongsheng fungono da ponte con l’Occidente e mettono in contatto queste fabbriche con le aziende nostrane che hanno bisogno di produzioni in serie. In realtà fanno qualcosa di più: trovano la fabbrica o le fabbriche più adatte ad una specifica esigenza ed organizzano tutta la filiera locale. Mi spiega che Alibaba non è l’ideale (come io credevo, avendolo usato con soddisfazione), perché in realtà su Alibaba si entra in contatto con degli intermediari commerciali e non con le vere fabbriche per cui è rischioso. Niente, dice lui, è efficace come avere un referente sul campo che vada a toccare con mano. Se non altro a causa della barriera linguistica.
Gli chiedo come mai i cinesi siano così forti sull’hardware ma non sul software, visto che non conosco importanti software house cinesi. Mi spiega che in realtà sono bravissimi sul software ma non lo esportano direttamente: le software house occidentali si affidano in outsourcing ai loro programmatori.
Fa quasi impressione sentire Rongsheng sospirare dicendo che ormai in Cina il costo del lavoro è troppo alto: un dirigente riceve anche l’equivalente di 2–3.000 euro e un operaio arriva anche a 5–600 euro, esclusi vitto e alloggio che sono offerti direttamente dalla fabbrica nei dormitori circostanti. Per questo loro stessi delocalizzano in India o Brasile.
Su un piano più alto la Cina è assetata del cosiddetto “trasferimento tecnologico” e la International Technology Transfer Convention (ChinaITTC) a cui ho partecipato nella delegazione di Città della Scienza è proprio la principale attività che il governo cinese mette in campo in questo senso. Si tratta di un programma sistematico di attrazione di esperti, ricercatori, imprenditori e amministratori pubblici da paesi stranieri al fine di metterli in contatto con industrie, venture capital, agenzie governative cinesi. Noi abbiamo la conoscenza, la ricerca, i brevetti. Loro hanno i capitali, la capacità produttiva e nuovi mercati da riempire. In molti casi acquisiscono tecnologie che noi conosciamo già da tempo; è per questo che in pochi anni la Cina si è trasformata dotandosi, per esempio, di treni a 300km/h o facendo passi da gigante in tema di ambiente. Ma in altri casi si tratta di nuove tecnologie che il nostro sistema industriale non sfrutta. Rongsheng mi racconta della sua seconda azienda che si occupa di trasferimento tecnologico in tema di sanità e biotecnologie: cercano brevetti, ne ottengono le licenze, gestiscono le problematiche relative alla proprietà intellettuale, ottengono le autorizzazioni sanitarie.
Il trasferimento tecnologico è tipico delle economie in via di sviluppo, e le grandi aziende occidentali hanno uffici appositi; in Cina questo avviene con un grande interessamento governativo che coordina queste attività internazionali di matchmaking con le politiche in materia di istruzione, industria e proprietà intellettuale. Ma gli stessi imprenditori hanno imparato che la rete e le filiere sono fondamentali. Chiedo a Rongsheng una dritta per una certa tecnologia di mio interesse, lui apre il suo WeChat (diffuso lì come Whatsapp da noi) e mi mostra gruppi tematici di imprenditori e technology brokers cinesi, ognuno con 400–600 membri in costante contatto: 3D, meccanica, elettronica, biomedicale eccetera. Mentre ci mangiamo dei noodles di riso, lui pone la domanda nel gruppo appropriato ed in pochi minuti qualcuno risponde. Ho il contatto che cercavo.

21 aprile. Seeed Studio e l’ecosistema di Shenzhen

Prima che partissi per la Cina Massimo Banzi si era raccomandato: devi incontrare Kevin Lau di Seeed Studio. E io non ci ho pensato due volte. Kevin è un ragazzo cinese di 28 anni a capo di una “startup” di 500 dipendenti, fondata da Eric Pan. Kevin è colui che ha portato la cultura maker in Cina, o meglio l’ha fatta emergere guardando il potenziale del tessuto produttivo locale con gli occhi di chi ha studiato all’estero e ha capito concetti innovativi come open hardware, condivisione delle risorse, design.
Mi porta a cena nel migliore ristorante cantonese di Shenzhen e mentre cerco di non fare troppi pasticci con le bacchette gli chiedo di spiegarmi cosa vuol dire essere maker in Cina. Mi spiega che i cinesi sono tendenzialmente più riservati di noi e non hanno l’istinto di mettersi su un palcoscenico; preferiscono quindi produrre e vendere piuttosto che mostrare e condividere il proprio lavoro. Ma vivono in un contesto ideale per sviluppare qualsiasi progetto: ad un’ora di macchina puoi trovare ogni tipo di fabbrica o componente sfuso. Questo ti permette di sperimentare e accelerare il tuo processo di sviluppo. Kevin ha realizzato una bellissima Shenzhen Maker Map che aiuta i maker ad orientarsi nel mercato di Huaqiangbei. Molti maker stranieri durante il periodo caldo di sviluppo dei propri progetti decidono di trasferirsi a Shenzhen per qualche mese proprio per accelerare il lavoro e ridurre il time-to-market, e anche quando tornano negli USA o in Europa scelgono di allinearsi con il fuso orario cinese per accorciare i tempi di risposta con i fornitori. Mi spiega che quando si tratta di portare un progetto maker in produzione, le fabbriche sono molto disponibili nell’aiutare ad ottimizzare il progetto e trovare soluzioni convenienti, anche di fronte a sfide nuove e processi che non hanno mai attuato prima. Per questo i maker in Cina non cercano fornitori, ma partner. Un partner investe impegno e competenze nel prodotto, e se occorre premere sull’acceleratore lo farà. Perché andare in Cina? Per il basso costo di produzione, certo. Ma non solo: è per l’ecosistema, le filiere corte, la flessibilità del sistema produttivo e la disponibilità di tutto quello che circonda la produzione, come ad esempio i sistemi di test dei prodotti (presse, misuratori eccetera) e le infrastrutture logistiche. 
Seeed Studio aiuta i maker a sviluppare i propri progetti, ad organizzarne la produzione usando l’ecosistema di Shenzhen (incluso il fondamentale tema del packaging) e a distribuirli. Sono dei veri e propri collaboratori e coach: tengono d’occhio i tempi, aiutano a capire il momento in cui si deve smettere di arricchire il progetto perché è ora di andare sul mercato, magari in tempo per Natale o prima della concorrenza. Si concentra su tirature non superiori a 10.000 pezzi e crede fortemente nel valore dell’open hardware. Il loro staff è composto da ingegneri, esperti di elettronica, designer, esperti di marketing e così via. Sono in grado di portare un progetto da idea a prodotto in 20 giorni, e stanno vivendo una crescita rapidissima. Lo stesso Kevin ha perso il conto dei progetti (centinaia) su cui stanno lavorando contemporaneamente.
È in questo contesto che Kevin ha fondato il makerspace Chaihuo, che si focalizza sulla creazione di community e interconnessioni tra diverse competenze più che sull’accesso ai macchinari (disponibili in abbondanza in città). La cultura del “fai-da-te” è tipicamente occidentale, mentre i cinesi solitamente iniziano un progetto non tanto per hobby ma perché vogliono diventare ricchi. Il makerspace serve a far conoscere loro anche la dimensione della sperimentazione, della condivisione e della community. Il nome Chaihuo deriva da un’espressione cinese che vuol dire “il fuoco cresce quando ognuno vi aggiunge legna”.
L’anno scorso Kevin ha portato a Shenzhen la Maker Faire, che si ripeterà anche quest’anno con un grosso interessamento governativo. Per lui si tratta di una missione, di un regalo alla città e di un’attività di sensibilizzazione sui temi della creatività tecnologica e dell’open hardware che possono migliorare la vita di tutti e trasformare il “made in China” in “designed and made in China”.
Purtroppo per mancanza di tempo non riesco ad incontrare tutte le persone che mi ero programmato. Tra questi, Cyril Ebersweiler di Haxlr8r, un grande incubatore di hardware che offre programmi di incubazione di 111 giorni con importanti mentor di grande esperienza, come l’amico Zach Hoeken Smith (co-fondatore di MakerBot) al quale avrei voluto fare mille domande finalmente di persona ma che in questi giorni è di nuovo negli USA. Pazienza, dovrò tornare…

22 aprile. Internet

In Cina non si possono usare Facebook, Twitter, Youtube. Sono bloccati dal governo. E non si può usare neanche Google. Panico: come si usa Internet senza poter cercare su Google o aprire Google Maps? Anzi, a cosa serve il web così svuotato? (Questa sensazione di impotenza la dice lunga sulla centralizzazione delle nostre infrastrutture di rete: come faremmo se Google chiudesse improvvisamente? ma è un altro discorso) Ed è incredibile che un’economia industriale così in crescita, basata anche sull’esportazione, sia menomata proprio nell’infrastruttura vitale dello sviluppo e dei rapporti con il mondo, ovvero la rete. In realtà la censura si può aggirare con un espediente tecnico chiamato VPN, ed è un segreto di Pulcinella. Qualche ristorante occidentale offre addirittura il wifi già veicolato tramite VPN, quindi non censurato. Ma questo ostacolo è quanto basta per lasciare libertà a chi ne ha bisogno per motivi di business e invece mantenere le grandi masse in una bolla protetta. E in realtà i cinesi non soffrono per queste mancanze: hanno il loro Facebook, il loro Youtube, le loro mappe, i loro motori di ricerca che propongono contenuti rigorosamente cinesi. Sono 1,3 miliardi di persone, più di USA ed Europa messe insieme: in fondo perché dovrebbero adeguarsi alle nostre piattaforme invece di crearsi le proprie? Del resto qui le rappresentazioni del planisfero sono centrate sulla Cina, con l’Europa a sinistra e le Americhe a destra. Visto da qui il mondo ha un’altra forma, e sappiate che non è centrato sull’Atlantico.

23 aprile. Tappa a Beijing

La missione italiana di Città della Scienza prosegue a Beijing (Pechino) dove ci attende l’International Technology Transfer Convention (ChinaITTC), un grande raduno di esperti, imprenditori, investitori e policy maker. Il programma degli speech si articola in tante sessioni parallele (nanotecnologie, smart city, green economy, nuovi materiali, stampa 3D eccetera) e nel frattempo si svolge un’intensa attività di scambio di biglietti da visita, match-making e incontri B2B. Lo scopo di queste missioni è tornare a casa con un pacchetto di accordi. Alla cerimonia d’apertura partecipano due ministri cinesi; è particolarmente sorprendente sentire il Ministro delle Scienze e Tecnologie citare i makerspace e i repair-café come importanti trend nel settore dell’innovazione in Cina, così come la auspicabile tendenza a “diventare imprenditori di se stessi” (temi che noi ben conosciamo e che non mi aspettavo di sentire così centrali in un paese tutt’altro che postindustriale, dove il PIL non scende sotto il 7%), e poi scoprire che il comune di Pechino ha un responsabile delle politiche pubbliche in materia di stampa 3D (!). La parola “crisi” non esiste, anzi nei discorsi vi è un continuo riferimento al “periodo particolarmente fecondo che l’economia sta attraversando” e alle “grandi opportunità dei nostri tempi”. Tra i vari speaker, una rappresentante del governo canadese racconta che in Canada sta nascendo un’agenzia governativa che si occuperà di coordinare ed incentivare le attività di trasferimento tecnologico verso la Cina.
Beijing è una città di 20 milioni di abitanti, molto diversa da Shenzhen. È pulita e più ordinata. È più occidentale di Shenzhen e allo stesso tempo anche più orientale: grandi centri commerciali con marchi di moda internazionali, spazi più ariosi, giardini verdi, e anche costruzioni tradizionali, lanterne cinesi, attrazioni turistiche. Le Olimpiadi hanno regalato alla città nuove architetture e nuovi quartieri e una rete di metropolitane che conta 17 linee. A tratti sembra New York, a tratti torna ad evocare la Cina del nostro immaginario con le pagode, gli hutong, le lanterne, le decorazioni rosse e dorate. Tristemente scopro che Beijing non è più la città delle biciclette.
Durante la mia permanenza ho anche l’opportunità di visitare il Makerspace di Beijing, in occasione del lancio del loro programma di academy: si tratta di un corso di fabbricazione digitale di alcuni mesi che coinvolge 50 studenti, valido come diploma. La responsabile, Chenwei Wang, mi aiuta con la traduzione mentre racconto qualcosa sul mondo dei maker in Europa. Mi piacerebbe rimanere lì a curiosare e capire qualcosa di più sulle loro attività, come gli hackathon che organizzano insieme alle aziende, ma il tempo è poco e decidiamo di rimanere in contatto gettando un ponte per future collaborazioni tra maker italiani e maker pechinesi.
L’ultimo giorno lo dedichiamo al turismo. Mi limiterò a dire che salire sulla Grande Muraglia è una grande emozione e degno coronamento di un viaggio inaspettatamente istruttivo che consiglio a chiunque abbia avuto la pazienza di leggere fino a qui. Cara Cina, ci rivediamo presto.

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