Manifestazione contro le sparizioni forzate in Egitto a Roma — foto credit: TheOne PhotoGroup

Egitto: sparizioni e torture

di Azzurra Meringolo, ricercatrice dell’area Mediterraneo dell’Istituto Affari Internazionali, caporedattrice di Arab Media Report

Una rapida escalation. Quantitativa, ma anche qualitativa. Se da una parte crescono i numeri delle persone vittime della repressione egiziana, dall’altra aumentano anche i settori presi di mira dagli ingranaggi di violenza del regime di Abdel Fattah Al-Sisi. A evolvere sono anche gli strumenti di cui questo si serve per silenziare le voci stonate. Dopo gli arresti sommari e di massa contro islamisti e attivisti su posizioni più laiche che hanno caratterizzato l’Egitto postgolpe, a fine 2015, lungo il Nilo è comparso anche il fenomeno — inedito per il paese —delle sparizioni forzate. Oltre 200 i casi di desaparecidos registrati dalla Commissione egiziana per i diritti e le libertà tra dicembre e marzo. E i numeri sono destinati a crescere, visto che il regime fa sempre meno distinzioni.

Manifestazione a Milano, 24 aprile 2016 — Foto di Camilla Macciani

La tragica morte di Giulio Regeni mostra infatti che anche chi fino ad ora è stato ritenuto intoccabile, perché straniero, può diventare carne da macello. E tra i fortunati che non finiscono in questo buco nero, tantissimi sono quelli che sono stati trascinati in caserma con la forza, senza alcun capo di accusa. Prelevati dalle loro abitazioni o dai bar del centro città. Al Cairo come ad Alessandria, soprattutto prima delle manifestazioni organizzate sfidando la repressiva legge che le regola.

Più di 300 soltanto alla vigilia del 25 aprile, giorno in cui l’opposizione ad Al-Sisi ha mostrato il suo volto scendendo in strada per criticare il regalo del presidente alla casa regnante saudita: due isolotti del Mar Rosso. Tutto questo accade in un periodo in cui in Egitto la libertà di stampa ed espressione sono gravemente minacciate. Secondo la Commitee to protect journalists, nel 2015 solo la Cina è riuscita a rubargli la maglia nera. Non sorprende quindi notare il rinnovato attivismo del sindacato dei giornalisti, da aprile in aperta battaglia con il ministro dell’Interno, Magdy Abdel Ghaffar. La miccia che ha aperto lo scontro è stata il raid con il quale, il 1° maggio, la polizia ha fatto irruzione nella sede di questa corporazione per arrestare Mahmoud al-Sakka e Amr Badr.

Questi giornalisti avevano organizzato un sit-in di protesta contro le precedenti retate, con le quali la polizia aveva cercato di azzittire quanti criticavano la cessione dei due già menzionati isolotti. Il primo a descrivere le modalità del loro arresto — ovvero il raid della polizia nel sindacato — con una violazione senza precedenti è stato Tahia Qallash, presidente della corporazione dei giornalisti che, accusando il governo di aver attaccato il “castello della libertà egiziana”, ha indetto un’assemblea generale del sindacato. Oltre 2000 i partecipanti, senza contare quelli tenuti a debita distanza dalla polizia, aiutata dai sostenitori di Al-Sisi giunti sul posto su autobus del governo. Uniti contro l’esecutivo, ma non tutti. Un gruppo di lealisti fa infatti il possibile affinché l’informazione continui a essere fatta di veline, censura e incensamento del regime.

Qualora a spuntarla fossero le voci stonate, c’è da scommettere che queste proveranno ad assumere la leadership della protesta sindacale che ha già visto attivarsi altri ordini. In primis quello dei medici, insorto a inizio anno contro i “poliziotti criminali”. È questo lo slogan che i camici bianchi più arrabbiati d’Egitto hanno scandito ritmicamente per fare montare la loro determinazione nel chiedere la punizione dei responsabili delle violenze di cui, da anni, sono vittime. Ultima fra tutte, quella di cui è stata vittima un dottore dell’ospedale di Matariya. Non ritenendola grave, si è rifiutato di trattare la ferita sulla fronte di un agente con dei punti. E questo, risentitosi, ha estratto una pistola e minacciato il personale ospedaliero, prima di trascinare il medico fuori dall’ospedale, dove un altro poliziotto ha premuto con forza il suo stivale sulla testa del dottore, scaraventandolo a terra. Il tutto nell’impunità totale.

Le sommosse dei medici, come quelle dei giornalisti, sono spia di un disagio che raramente trova articolazione politica, dopo il deserto creato dal putsch del 2013. Le organizzazioni mancano ancora di capacità, forza e coesione, ma qualcosa potrebbe cambiare.

Nel 2011, i giornalisti ci misero la testa, gli altri i numeri. E ora, dopo due anni e mezzo di apatia, le centinaia di sindacati nati dopo la rivoluzione sembrano pronti a rimboccarsi le maniche.



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