Edward Snowden durante un’iniziativa organizzata da Amnesty International Francia

IL MONDO DICE NO ALLA SORVEGLIANZA

di Edward Snowden, 4 giugno 2015

Circa due anni fa, io e altri tre giornalisti lavoravamo con ansia in una stanza d’albergo di Hong Kong, aspettando di sapere come il mondo avrebbe reagito alla rivelazione che l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) stava registrando quasi tutte le telefonate negli Usa. Nei giorni seguenti, quei giornalisti e altri ancora hanno pubblicato documenti che rivelavano che i governi democratici stavano monitorando le attività private di cittadini comuni che non avevano fatto niente di male.

Da lì a poco, il governo statunitense rispose accusandami secondo le leggi sullo spionaggio risalenti alla Prima guerra mondiale. I giornalisti furono avvertiti dai loro avvocati che rischiavano di essere arrestati o citati in giudizio se tornavano negli Usa. I politici hanno fatto a gara nel condannare il nostro operato, accusandoci di “non essere americani” o addirittura di essere dei sovversivi. In privato, ci sono stati momenti in cui ho pensato che avevamo messo a rischio le nostre vite per niente, che l’opinione pubblica avrebbe reagito con indifferenza e cinismo alle rivelazioni.

Non sono mai stato così contento di essermi sbagliato. In un solo mese, il programma invasivo della Nsa che tracciava le telefonate è stato dichiarato illegale da un tribunale e rinnegato dal Congresso. Dopo che un’indagine della Casa Bianca ha scoperto che questo programma non aveva impedito nessun attacco terroristico, anche il presidente, che prima ne difendeva la correttezza e ne criticava la rivelazione, ha ordinato di porvi fine.

Questo è il potere di un’opinione pubblica informata.

Porre fine alla sorveglianza di massa delle telefonate private secondo il Patriot Act è una vittoria storica per i diritti di tutti i cittadini, ma è solo l’ultimo risultato di un cambiamento nella consapevolezza a livello globale.

Dal 2013, le istituzioni di tutta Europa hanno dichiarato leggi e operazioni simili illegali. L’Onu ha dichiarato che la sorveglianza di massa è un’evidente violazione dei diritti umani. In America Latina, gli sforzi dei cittadini del Brasile, hanno portato a Marco Civil, il primo progetto di legge al mondo sui diritti di Internet.

Riconoscendo l’importanza cruciale di un’opinione pubblica informata per correggere gli eccessi dei governi, il Consiglio d’Europa ha chiesto nuove leggi per prevenire la persecuzione degli informatori. Al di là delle leggi, il processo di cambiamento è ancora più rapido. I tecnologi hanno lavorato instancabilmente per riprogettare la sicurezza degli apparecchi che ci circondano, insieme al linguaggio stesso di Internet.

Le falle segrete dell’infrastruttura che sono state sfruttate dai governi per facilitare il controllo di massa sono state individuate e corrette.
Tecniche di sicurezza basilari come il criptaggio, una volta considerato inutile, sono ora attivate di default nei prodotti di compagnie innovative come Apple. Tali cambiamenti tecnologici possono difendere i cittadini comuni da leggi arbitrarie e che violano la privacy.

Anche se abbiamo fatto molta strada, il diritto alla privacy rimane sotto attacco da parte di altri programmi e altre istituzioni. Miliardi di telefonate vengono ancora localizzate e le comunicazioni sono ancora intercettate. Abbiamo ormai imparato che il nostro governo indebolisce intenzionalmente la sicurezza di Internet con “porte secondarie”, che trasformano le vite private in un libro aperto.

I dati che rivelano le relazioni e gli interessi di comuni utenti di Internet sono ancora intercettati e monitorati a un livello senza precedenti nella storia; voi leggete questo e il governo Usa ne prende nota. Fuori dagli Usa, le strutture di spionaggio in Australia, Canada e Francia hanno approfittato di recenti tragedie per ottenere nuovi poteri nonostante la schiacciante evidenza che non hanno potuto prevenire gli attacchi.

Ma ora l’equilibrio di potere sta cominciando a spostarsi. Siamo testimoni della nascita di una generazione “post-terrorismo”, che rifiuta una visione del mondo condizionata da una solo tragedia. Per la prima volta dagli attacchi dell’11 settembre, vediamo il limite delle politiche nate dalla paura, rispetto a quelle dettate dalla razionalità.


Articolo pubblicato dal New York Times e apparso sul trimestrale IAmnesty http://trimestrale.amnesty.it/