Non si torna indietro

di Lama Fakih, consulente sulle crisi di Amnesty International


Lavoro per i diritti dei rifugiati dal 2009 ma a maggio, quando sono tornata dalla missione di ricerca in Yemen a Beirut, ho provato sulla mia pelle l’esperienza dei rifugiati che prendono la difficile decisione di lasciare le loro case, senza sapere a cosa vanno incontro, avendo con loro solo quello che possono portarsi sulle spalle.

A maggio ero a Sana’a, la capitale dello Yemen, durante un breve cessate il fuoco tra la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e il gruppo armato huthi. I civili, presi in mezzo al fuoco incrociato tra la coalizione e i suoi sostenitori a livello locale da una parte e gli huthi e le milizie alleate dall’altra, avevano terribilmente bisogno di questi cinque giorni di tregua, seppur non completamente rispettata fuori dalla capitale.

Attacco al quartiere Sa’wan di Sana’a 02/05/2015

Il 25 marzo, dopo che gli huthi avevano preso la capitale a settembre e costretto il presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e il suo governo a dimettersi a gennaio, il governo dell’Arabia Saudita ha guidato una coalizione di almeno 10 paesi, che ha lanciato attacchi aerei contro il gruppo armato huthi.

Nelle settimane successive, Amnesty International ha documentato violazioni dei diritti umani perpetrate da tutte le parti in conflitto, inclusa la mancanza delle adeguate precauzioni per proteggere la popolazione civile, attacchi indiscriminati, detenzioni arbitrarie e intimidazioni contro le voci dell’opposizione, compresi giornalisti, da parte parte del gruppo armato
huthi e le restrizioni all’assistenza salvavita e ai bisogni primari per la sopravvivenza, incluso il carburante, da parte della coalizione.

Queste violazioni, insieme a una situazione umanitaria sempre più disperata nel paese, hanno dato il via al flusso di rifugiati che dallo Yemen si spostano nei paesi vicini, come Gibuti, Somalia e Oman.

Questo è avvenuto nel pressoché totale oscuramento dei mezzi d’informazione. Il lavoro dei giornalisti è stato impedito in Yemen sia a causa degli attacchi del gruppo armato huthi ai mezzi d’informazione, inclusi arresti, blocchi di siti Internet e il sequestro degli uffici, sia a causa delle difficoltà operative, come mancanza di elettricità e problemi di comunicazione.

Gli attacchi guidati dall’Arabia Saudita, che hanno reso inagibili gli aereoporti dello Yemen, hanno reso difficile l’accesso dei giornalisti e di altre persone al paese. I voli commerciali da e per lo Yemen sono stati interrotti. Le organizzazioni umanitarie sono riuscite a utilizzare voli e navi per portare operatori e assistenza ma anche per loro è stato sempre più
difficile.

A causa delle restrizioni d’accesso e dei problemi a lavorare sul campo, sapevamo quanto era importante che il nostro staff fosse lì durante il cessate il fuoco di maggio. Ma quando la tregua e la missione di ricerca sono finite dovevo intraprendere il tortuoso viaggio verso casa.

Avevo poche possibilità. In assenza di voli commerciali e senza poter attraversare in sicurezza il confine terrestre, ho fatto quello che si trovano a fare molti yemeniti: ho pagato per un posto in un’imbarcazione verso il Gibuti. Il capitano mi ha detto che era il primo viaggio che quella nave faceva per portare i rifugiati in Gibuti. Prima li portava in massa dalla Somalia allo Yemen. Sulla nave da 50 metri c’erano 400 rifugiati e le poche cose che erano riusciti a portarsi con loro.

Siamo partiti di notte per il nostro viaggio di 20 ore verso il porto della città di Gibuti. Famiglie, alcune con bambini, coppie di anziani, giovani uomini che viaggiavano in gruppo, tutti trovavano il loro posto e qualche comodità.
Molti sono stati gentili con me, mi hanno offerto cibo e spazio. C’erano canti e risate ma anche tanta preoccupazione. Quando siamo arrivati al porto, gli ufficiali del Gibuti, supportati dalla Croce rossa, ci hanno accolto distribuendo acqua, frutta e parole di conforto.

Poi cosa è accaduto? Hanno controllato i passaporti e mi hanno detto che quelli che avevano bisogno di un riparo sarebbero stati portati in una struttura per rifugiati.

Un giovane uomo, che parlava perfettamente inglese, ha chiesto a un ufficiale dell’immigrazione come poteva fare una richiesta per entrare negli Stati Uniti. Probabilmente per molti di loro il Gibuti non sarà la destinazione finale ma solo una delle tante tappe per tentare di ricostruire qualcosa che si possa chiamare casa. Per molti civili yemeniti, dentro e fuori dal paese, la guerra infuria, che il mondo stia guardando oppure no.

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Articolo apparso originariamente sul trimestrale I Amnesty