Tortura: il reato che non c’è

Intervista a Pasquale De Sena, professore di Diritto internazionale nell’Università Cattolica di Milano, è Segretario generale della Società italiana di Diritto internazionale, direttore di “Diritti umani e diritto internazionale” e membro del Comitato interministeriale per i diritti umani.

Il nuovo rinvio della discussione parlamentare sul reato di tortura porta a riflettere sulla difficoltà di adeguare il nostro ordinamento al diritto internazionale dei diritti umani. Da cosa dipende?

Da varie circostanze: dalla diffusa ignoranza del carattere internazionalmente obbligatorio di certe norme, dall’idea che alcune violazioni possano essere perseguite anche tramite l’utilizzazione di norme interne e dalla resistenza a rendere più gravosa la responsabilità degli apparati pubblici in ragione dell’esecuzione di obblighi internazionali in materia.

Le convenzioni internazionali sui diritti umani vengono facilmente ratificate, dando per scontato che l’Italia sia “in regola”, e poi attuate male o solo in parte. Sei d’accordo?

Sì. La ratifica di convenzioni in materia di diritti umani tende a essere considerata come una sorta di “trofeo mediatico”, da ostentare dinanzi all’opinione pubblica, soprattutto “progressista”. Altro è l’attuazione, che richiede la volontà politica di assumersi la responsabilità di scelte non necessariamente paganti in termini di consenso. Un esempio di cui sono stato testimone è quello riguardante la libertà dei militari di organizzarsi in sindacati, principio a cui le forze di governo faticano ad adeguarsi. Questo mi pare il motivo principale della mancata attuazione di obblighi in tema di diritti umani, ancor più della carente cultura in materia della nostra classe politica.

I rappresentanti italiani hanno sostenuto che il reato di tortura non sia necessario, aderendo a un’interpretazione restrittiva della Convenzione contro la tortura. Quello delle interpretazioni unilaterali degli obblighi sembra essere un vizio comune a molti stati.

È una posizione insostenibile, giuridicamente e politicamente. Sul piano giuridico, basta dare uno sguardo alla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati (o a un qualsiasi manuale), per verificare che l’interpretazione unilaterale dei trattati non costituisce un criterio né previsto né ortodosso. Sul piano politico, con specifico riferimento all’Italia, va rilevata la schizofrenia di un paese che, per un verso, ha protestato per le terribili torture cui è stato sottoposto Giulio Regeni e, per altro verso, non contempla una norma incriminatrice specifica in argomento. Purtroppo c’è da aggiungere che quello della ritrosia a dare esecuzione a obblighi internazionali sui diritti umani è un vizio comune ad altri paesi; basti pensare all’atteggiamento britannico nei confronti della Convenzione europea.

Il rispetto degli obblighi di punizione è un obiettivo importante del movimento per i diritti umani. Eppure sono numerosi in Italia i casi di tortura accertata ma non punita.

Sì, è vero. E penso in particolare al problema serissimo del rispetto degli obblighi di punizione attraverso l’esecuzione di richieste di estradizione, che in Italia è influenzato dalla stessa mancata previsione di un reato specifico di tortura. Mi viene da pensare ai casi Malatto e Reverberi, in cui la Cassazione, proprio in ragione dell’assenza di una norma incriminatrice specifica, non ha potuto dare corso a richieste di estradizione di autori di tortura inoltrate dalle autorità argentine.


Intervista a cura di Antonio Marchesi