Un fatto personale

di Aida Seif AlDawla

Pochi giorni fa ero a un workshop dove i partecipanti dovevano unirsi a coppie e presentarsi a vicenda. Ho spiegato al mio partner perché avevo creato El Nadeem e il suo commento è stato “ma queste sono motivazioni personali”. Voleva delle ragioni più “importanti”.

El Nadeem è stato fondato nel 1993 da tre psichiatre, amiche e colleghe. Tre nostri amici erano appena usciti di prigione, tutti duramente torturati. Li portammo nell’ospedale dove lavoravamo ma non vennero adeguatamente visitati né furono documentate le loro condizioni. L’ospedale non voleva problemi. Abbiamo visto in loro la rabbia, l’umiliazione, la ferita profonda. Così decidemmo di creare una clinica per dare supporto psicologico e preparare referti professionali che le vittime avrebbero potuto usare in tribunale. Niente di più.

Eravamo tre, poi quattro, attiviste, che pensavano di sapere cosa accadeva nel paese. Ci aspettavamo di affrontare casi di detenuti politici ma fino al 2000, quando gli egiziani ricominciarono a protestare in supporto dell’Intifada palestinese e molti vennero presi e torturati, da noi venivano solo normali cittadini, tutti in condizioni di emarginazione. Le persone venivano torturate per tante ragioni: per sgomberarle da un appartamento, per farle rinunciare a un pezzo di terra, nelle dispute con persone potenti che avevano amicizie nella polizia, o solo perché non avevano accettato in silenzio gli abusi verbali degli agenti che giravano di notte per la città.

Il più giovane sopravvissuto che abbiamo accolto in quel periodo era un bambino di tre anni a cui era stato inflitto l’elettroshock affinché rivelasse dove si trovava lo zio, sospettato di omicidio. Imparammo che i familiari venivano presi in ostaggio, specialmente le donne, per costringere il “ricercato” a consegnarsi e risparmiarle dallo stupro. Imparammo che la mappa della tortura era la mappa del paese. Molti non volevano solo una riabilitazione psicologica, alcuni non la volevano affatto. Non erano pazienti. Erano persone in salute ma sottoposte a un trauma incredibile.

A essere malato era chi li torturava, chi lasciava che accadesse, chi ordinava la tortura, la società che sceglieva di rimanere in silenzio.

El Nadeem diventò così un’organizzazione in cui la clinica era solo una delle attività. Cominciammo a rendere pubblici i casi, a indirizzare le vittime verso un’assistenza legale, ad accompagnarle in tribunale, a presentare le denunce. Poi, quando questo divenne troppo pericoloso per loro, usammo i mezzi d’informazione per diffondere i dati sulle torture, sulle esecuzioni extragiudiziali, sulla negazione di cure mediche nei luoghi di detenzione, sulle sparizioni forzate. Fu allora che cominciarono le molestie da parte del governo, che sono gradualmente aumentate fino alla chiusura del centro il 9 febbraio di quest’anno.

La tortura è stata sempre una politica sistematica dello stato in Egitto. Era così al tempo di Mubarak, durante il governo dello Scaf, di Morsi e del presidente Adly Mansour. Ma mai avevamo assistito a torture così diffuse e brutali come dal 2013, quando al-Sisi ha spodestato il presidente eletto Morsi e creato un regime militare, compiendo massacri, mentre il mondo stava a guardare. Non possiamo dire che non sappiamo quello che sta accadendo. Tutti i nostri meccanismi di rimozione non sono abbastanza forti per nasconderci la verità.

Noi sappiamo.

E questa consapevolezza è così profondamente inculcata nelle menti e negli animi del nostro personale, che combattere la tortura è diventato un fatto personale; e non dobbiamo smettere di renderla pubblico.