l’uomo che cammina e i suoi piedi
  1. Instagram è piena di foto di piedi. Di persone che per rappresentare se stesse fotografano i propri piedi: dall’alto, di fronte a un paesaggio, mentre si corre, si pedala. Ovunque. Piedi nudi e scarpe.
  2. Una macchina passò sopra il piede di Giacometti, che rimase in ospedale a lungo. Forse pioveva quel giorno, a Parigi. Le statue di Giacometti hanno sempre dei piedi giganteschi, sproporzionati. Forse era come Giacometti aveva visto il suo per mesi, sentendone la pesantezza. Mario Rigoni Stern diceva, parlando della campagna di Russia, che i piedi erano la cosa più importante di tutto. In effetti, se hai male ad un piede, magari perché hai scelto le scarpe sbagliate o perché hai camminato troppo, la vita diventa d’improvviso meno facile. Puoi pensare ad altro, ma alla fine i tuoi piedi ti riportano “a terra”.
  3. “cercano un posto per riposare”; “scappano da un luogo con l’unica cosa che è loro rimasta: le ossa”; “cercano una panchina per riflettere”; “vanno a pagare le tasse”; “cercano ispirazione”; “non vuole rimanere indietro”. Dove vanno gli uomini che camminano di Giacometti? Le persone cui chiedo rispondono così: vanno, cercano, scappano.
  4. A me sembra invece che siano immobili, inchiodati sui loro piedi, mentre il sole, l’inverno, l’aria, il fuoco (del fuoco parlò anche Jean Genet) li consumano. I loro corpi sottili vibrano nell’aria e nella vita, come un miraggio d’estate. Lunghi, assenti, pensierosi, ma soprattutto in bilico tra un’immobilità eterna e il desiderio di liberarsi dal suolo, da quei piedi, per andare avanti. Per andare da qualche parte, per vivere. Giacometti ha forse cercato quello che sta tra l’andare e lo star fermi? tra il vivere e il non vivere? chissà: io ci trovo senso di precarietà e tenerezza, Sartre ci vide un simbolo dell’uomo esistenzialista.
  5. Giacometti era un uomo solitario e pensieroso, amante dei caffè e dei bordelli parigini: pare che molto della sua idea di instabilità fosse dovuta a quanto gli capitò durante un viaggio in Italia. Il suo compagno di viaggio morì all’improvviso e, mentre era steso nel letto dell’hotel, una mosca gli entrò in bocca. Un fatto minuscolo, ma anche un’immagine che lo condizionò moltissimo; per tutta la vita si sentì fragile, vicino alla morte. Questo rese la sua vita e le sue opere intrise di “inconsistenza”. Ma forse è lì, tra le cose fragili, che lui si sentiva vivo. Perché alle cose fragili si vuole bene, simili come sono alle nostre debolezze.
Henry Cartier Bresson ritrae l’uomo che cammina sotto la pioggia: Giacometti

6. Jean Genet racconta di Giacometti, di una loro conversazione, tra lo studio, le strade di Parigi e il caffè. “Si ferma (Giacometti) un attimo per meglio sentire l’ acuta bellezza di rue d’Alésia, bellezza così tenera grazie alle acacie, il cui fogliame aguzzo, acuminato, in trasparenza d’ un sole più giallo che verde, sembra posare sulla via una polvere d’ oro”.

7. “a prima vista sembra di avere davanti gli scheletrici martiri di Buchenwald. Ma un momento dopo hai un’impressione del tutto diversa: queste figure sottili e slanciate s’innalzano verso il cielo”. Sartre e Giacometti si conobbero in un caffè parigino. Si racconta che i due si incontrarono per caso, quando Sartre gli chiese, banalmente, come in un bar di provincia, di pagargli il conto. L’accostamento delle opere di Giacometti all’esistenzialismo è facile, ma in realtà all’artista svizzero la filosofia andò sempre un po’ stretta. Le sue opere hanno una forza che va al di là delle definizioni e degli schemi. Non sono “tra l’essere e il nulla”, sono un punto interrogativo la cui risposta ci viene solo sussurrata, senza afferrarne mai il senso ultimo.

Giacometti che cammina tra i suoi uomini in cammino. H.C. Bresson

8. “I am a man of the daytime, he was a man of the night,” Henri Cartier-Bresson fu un altro compagno di viaggio di Giacometti. “[But]I was overjoyed to learn that Alberto had the same three passions that I have: Cézanne, Van Eyck, and Uccello”. Chi l’avrebbe mai detto.